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ARCHEOCHICCA (XXVIII) - LA TROZZELLA MESSAPICA

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DISEGNATA CON “ROZZEZZA”
FRUTTO DI UN “DIO” MINORE?
 
MUSEO PROVINCIALE DI LECCE
SIGISMONDO CASTROMEDIANO
 


di Sergio Murli
 

Questa volta siamo quasi in Calabria, forse è meglio dire nell’antica Calabria? Vale a dire nella moderna Puglia, cioè nell’antica Messapia… Ora ci siamo ed iniziamo questa nuova avventura con una trozzella, quella del titolo, con Eracle tra i pomi; già, poi saremo più chiari – per chi (pochi) non sanno di trozzelle. 

È bene chiarire subito, alla buona, la probabile causa di una serie di equivoci sulla confusione che ancora – talvolta – si fa su Apulia, Messapia, Calabria (Bruttia). Anticamente la Puglia (Apulia) terminava poco prima di Taras (Taranto) che era di fatto sul confine della Calabria (Messapia), cosiddetta penisola salentina; mentre la Calabria come la intendiamo adesso, portava il nome di Bruttium. 
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Da qui, vasi messapici che diventano dunque apuli… pur essendo originari della Messapia, appunto. E il problema sembra lungi dal dipanarsi. 
 
Chi erano i Messapi. Si trattava di una popolazione di probabile stirpe illirica, stanziatasi all’inizio dell’età del ferro, circa il 1000 a.C., nella penisola Salentina che allora non era ancora chiamata Calabria, come abbiamo detto poco sopra, né ovviamente Puglia. Furono confusi spesso dagli autori antichi con il popolo degli Iapigi e qualche volta, raramente con i confinanti Peucetii e Daunii. Sempre in lotta con la greca Taras per il possesso dell’entroterra riuscirono a sconfiggerla nettamente intorno 473 a.C. Ma non finì qui, infatti attraverso numerose battaglie e scaramucce, si giunge al 338 a.C., anno nel quale i Messapi dopo aver battuto e ucciso Archidamo III di Sparta, accorso con il suo esercito in aiuto dell’eterna rivale tarantina, furono a loro volta sconfitti da Alessandro I il Molosso, altro alleato di Taranto. A questo punto la comune saggezza portò i due grandi contendenti alla riconciliazione, fino a vederli in seguito fianco a fianco nelle grandi e piccole difese del territorio, finché si arrivò alla definitiva sottomissione ad opera dei Romani intorno al 267 a.C.

Se vorrete saperne di più, molto di più, potete consultare “Storia della Puglia” Popoli e Storia della culture della Puglia preromana, di E. De Juliis.
 
Comunque, come del resto oramai ci capita sovente, da un problema: le trozzelle quelle figurate – dèi, uomini e miti – molto rare, poche da noi, altrettanto poche all’estero, i problemi si svelano per essere due, almeno secondo la nostra personalissima ipotesi, che è il caso ancora di ricordare, è frutto di una conoscenza precaria e limitata ma sorretta da un’arroganza ed una incoscienza davvero feconde, per un “cronistorico” che non demorde. 

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Andiamo per ordine, subito ricordando la Dottoressa Anna Lucia Tempesta da compiangere per aver… involontariamente risposto al telefono e da quel momento sfruttata per i nostri biechi interessi. Dunque dicevamo delle trozzelle che cosa sono e che rappresentano nel panorama degli antichi popoli italici, in particolare messapico?

Come promesso, ora trozzella a noi! Riportiamo pari pari il dotto scritto dell’illustre e solare Dottoressa Tempesta, stralciato dai Capolavori del Museo, in “I quaderni del Museo Provinciale”, vol. 2, pp. 38-39: “...il vaso di gran lunga più caratteristico della produzione ceramica messapica, presente in numerosissimi esemplari nelle collezioni del Museo Provinciale, è la trozzella.
È una forma chiusa destinata a contenere liquidi, modellata a mo’ di brocca con orlo arrotondato ed anse sormontanti alle quali si ricorre, in genere, per facilitare la presa del recipiente e quindi agevolare il trasporto del contenuto. In passato, si riteneva che la particolare decorazione delle anse derivasse dall’uso pratico di rudimentali carrucole applicate ai manici per favorire la discesa dei recipienti nei pozzi (Romanelli-Bernardini 1932). Ma le anse sul nostro vaso, con i loro gomiti acuti e le trozze plastiche applicate nei punti di giuntura, sono del tutto inservibili allo scopo.
Inoltre, i dati relativi ai contesti di scavo, confermati anche dalle scoperte archeologiche più recenti, concordano nell’attribuire tali forme vascolari ad un esclusivo uso funerario, mancando del tutto i ritrovamenti in contesti abitativi o santuariali. 
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Ancora, sui vasi a figure rosse lucani e apuli, la trozzella appare raramente, quasi sempre tra le mani di figure femminili, spesso utilizzata nei rituali di libagione per la partenza o il ritorno del guerriero e tra le offerte al defunto. In ogni caso, le figure che la recano sono immediatamente riconoscibili come ‘non greche’ per via degli abiti e degli strani copricapi che indossano.

La forma sopravvive, con varianti e modifiche nella morfologia e nei decori, fino al III a.C.. Nel corso del VI secolo si introduce la bicromia e, al colore bruno, si aggiunge il rosso, utilizzato sempre sul fondo chiaro.

Grazie al mare, principale tramite delle influenze elleniche ed illirico-balcaniche, il repertorio decorativo si arricchisce sempre più di motivi e segni: cerchi, svastiche, losanghe, meandri e reticoli, ma anche triangoli, raggi pendenti, stelle e clessidre ricoprono quasi interamente le superfici del vaso, risparmiandone solo il fondo. Negli esemplari più tardi le forme diventano snelle, il profilo si ‘spezza’ e, ai motivi geometrici, si sostituiscono gli elementi vegetali: rami d’edera o ulivo, rosette, palmette e fior di loto, in teoria o in tralci interrotti, secondo un gusto comune e diffuso non solo tra i vasai messapici, ma anche tarantini, attici, alessandrini, greco-orientali.
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Straordinaria rimane, secondo un uso tutto messapico, la raffigurazione umana; estremamente rara quella animale, con cervi e gallinacei tra i preferiti. Nel Museo Provinciale di Lecce, che pure ‘contiene di questi vasi in maggior copia come nessun altro museo, nemmeno delle Puglie’ (Romanelli-Bernardini, 1932), si conservano solo due esemplari con figure umane ed uno con animali (palmipedi).

Perciò, come vedete cari Lettori, la trozzella con rappresentazione umana è considerata straordinaria ed estremamente rara la rappresentazione di animali, tanto da contarne solo tre!
Siamo dunque arrivati alla nostra Chicca, la trozzella con figura umana fra rami, foglie, palmette, albero con frutto e contorno di gallinacei.

Ma questo ci porta alle irriverenti considerazioni accennate: va bene che non si può né si deve pretendere dai Messapi l’arte eccelsa dei ceramisti e pittori greci, però ci sembra che la “nostra”, forse proveniente da Taranto, sia esageratamente carente nella esecuzione e mancante delle canoniche proporzioni degli animali (non sono considerazioni nostre). Ciò apre molti interrogativi che umilmente proporremo.

Intanto in una magnifica guida di qualche anno fa del Museo a pag. 30 si legge: “Nella vetrina III al terzo piano, sono raccolte alcune trozzelle di provenienza diversa da Rugge.
Particolarmente interessante è il numero 425, l’unico esemplare nel quale compaia la figura umana. È indicato come proveniente da Taranto, ma l’indicazione è probabilmente errata.
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Il vaso ha un corpo grosso, il collo molto basso, a tronco di cono, e leggermente rigonfio; la decorazione è in bruno, e presenta la particolarità di avere graffiti i contorni delle figure. Sul collo, sull’alto della pancia, intorno al piede e sulle anse, si ripetono i motivi consueti: rami di foglie, denti di lupo, palmette: invece nella fascia mediana della pancia, sulla fronte, è una scena figurata: un uomo ignudo, con la clamide passata dietro il dorso, è in atto di cogliere dei frutti da un albero, mentre con la mano sinistra sembra sollevare un bastone nodoso; ai suoi lati sono due galli, un terzo gallo è a destra rivolto verso l’esterno. Le figure sono disegnate con estrema rozzezza, e sono prive di ogni proporzione, i galli sono rappresentati privi delle zampe. La scena è stata interpretata da alcuni come una semplice scena di caccia, da altri come la rappresentazione di Eracle nel giardino delle Esperidi: tanto l’una come l’altra interpretazione lasciano dei dubbî; probabilmente il maldestro artista locale non ha compreso la scena che ha voluto copiare da un vaso greco.
 
Ma era un maldestro artista locale? O magari un buon aiutante che si doveva limitare a seguire e riempire con i colori la traccia graffita dal Maestro sulla trozzella? Certo che la differenza di stile e perizia tra la decorazione, consueta e ripetitiva, e la figura principale è notevole; senza dubbio dovuta a mani diverse… Quali le conclusioni? Non siamo noi a doverne trovare: come già detto gli Studiosi, esperti di questa disciplina ed edotti magari da innumerevoli esempi precedenti, sapranno riconoscere la verità, usando quella sensibilità che affinandosi, porta a conclusioni spesso clamorose.
Non sta a noi ipotizzare la scappatella dell’allievo o la precaria iniziativa dell’aiutante.

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Inoltre, chissà, fra le centinaia o addirittura  migliaia di questi vasi dalle stupende forme prodotti allora, quanti ne sono”passati” con l’aiuto dei meno esperti: erano funerari, molto richiesti ed è provato che nell’antichità si vendeva tutto, anche quelli malcotti (raramente) e quelli male dipinti (più spesso), ne fanno fede le vetrine di alcuni musei; del resto, dipende anche dalle possibilità economiche dell’acquirente, non sempre all’altezza della fama, della perizia e della parcella del maestro famoso.
Ancora una volta, siamo riusciti, con molta impudenza, a trovare la Chicca nella chicca. 
Molti, moltissimi, potrebbero non essere d'accordo con le nostre conclusioni, ma ricordiamo che sono le dispute a fare pubblico; e come ben sapete i musei ne hanno tanto bisogno... di visitatori.
 
Ora, per sdrammatizzare, un po’ di notizie. Da che deriva la parola trozzella. La spiegazione ci porta a cose marinare, è un attrezzo di forma circolare (trozza), costituito da cavi, catene e collari, che ha lo scopo di mantenere la conveniente distanza dall’albero il pennone e di permettergli di prendere tutte le possibili direzioni sotto i vari angoli di orientamento. Chiaro che la somiglianza delle nostre rotelle dei vasi messapici, ha portato le genti pugliesi, sapienti di mare e di imbarcazioni da pesca, ad accostare le due cose ed a battezzarne romanticamente e simpaticamente la seconda… Basta con il romanticismo ad andiamo sul sodo. Trozzella: rotella in pugliese, imitante per es. la carrucola di un pozzo: carrucola dal latino troclea che poi, in anatomia sta per articolazione che ricordi nella forma e nella funzione una carrucola, costituita da una gola e due rilievi laterali (tr. omerale, tr. femorale). Visto l’andamento dei manici nei panciuti vasi messapici ad ansa ed angolati, con attaccature a forma di rotelle, il passo è stato immediato, naturale, ed ecco le trozzelle.
Speriamo di non incorrere in dotti commenti, magari anche un po’ scandalizzati dal nostro tanto ardire.
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Raccontiamo anche in breve e semplificando, chi era Sigismondo Castromediano, quanto importante è stato, quanto famoso per le genti pugliesi.

Discendente da nobile famiglia, trasferitasi nell’Italia con Chiliano al seguito di Guglielmo I, feudo dal XII secolo, ebbe attraverso gli avi vari titoli nobiliari; fu patriota e uomo politico (Cavallino di Lecce 1811, Otranto 1895). Condannato a morte per sedizione, gli fu commutata la pena in 30 anni di carcere. Poi amnistiato, 1859, fu esiliato con altri illustri personaggi come il Settembrini e il Poerio. Ritornò in patria con l’Unità e fu eletto deputato.
Notevoli i suoi studi archeologici e storici culminati con la pubblicazione nel 1871 delle "Iscrizioni Messapiche”. Dunque a buon titolo il Museo Provinciale leccese si fregia ed onora del Suo nome. 

Lecce. Nel contesto del nostro lavoro, la roccaforte salentina si presta a poche considerazioni; che dire, la città è ben evidente nei reperti dell’epoca romana. Volendo risalire alle sue lontane radici, necropoli sparse un po’ ovunque e iscrizioni, ne documentano l’origine messapica.
 
mar-16 museo Copia di facciata FILEminimizerRingraziamenti. Ancora una volta – ricordato di passaggio chi in Provincia si è limitato a non… intralciarci nelle ricerche – un caloroso, cordiale pensiero per la amabile e ospitale archeologa, Dottoressa Anna Lucia Tempesta che con la Sua generosa disponibilità, ci ha permesso di scorrazzare in Messapia, da profano con pochi scrupoli e molto rispetto: che non è anche se lo sembra, un controsenso; è il rispetto e l’amore per le infinite cose belle che ci hanno lasciato gli Antichi, ne fanno fede se non volete crederci sulla parola, le precedenti uscite dei nostri modesti e miseri tentativi di divulgare un po’ di Sapere (altrui). 
Ringraziamo anche la Professoressa Patrizia Vallone che continua a perdere il Suo prezioso tempo nella collaborazione – indispensabile – alla realizzazione tecnica delle nostre chicche.

Ora accomuniamo tutti Loro ai nostri Lettori in un unico abbraccio di Serene Feste pasquali e arrivederci, sempre se Dio vorrà, alla prossima uscita.
 
Il Museo Provinciale Sigismondo Castromediano si trova in viale Gallipoli 30, tel.  0832 683503, sito web https://www.comune.lecce.it/vivicitta/museigallerie/sigismondocastromediano, è aperto tutti i giorni tranne la domenica pomeriggio dalle ore 09.00 alle ore 13.30 e dalle ore 14.30 alle ore 19.30.
 
Le illustrazioni delle trozzelle sono per gentile concessione de l Museo Provinciale di Lecce; le immagini del ritratto di Sigismondo Castromediano e dell’edificio museale una scelta redazionale. Il disegno del titolo e la cartina storica sono di Sergio Murli.

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