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ARCHEOCHICCA (LXXVII) - UN PRETE DAL NILO 2

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IL VIAGGIO SPIRITUALE DI PASHERIENASET – 2ª

di Valeria Cortese

La morte e la preparazione del corpo imbalsamato 

Il momento della morte era segnato dalla separazione dal corpo degli elementi spirituali che, pur disperdendosi nel cosmo, conservavano integra la propria individualità.

Essi potevano rigenerarsi a vicenda eternamente a un’unica condizione: che la parte corruttibile, vale a dire il corpo, fosse preservata intatta; l’inadempienza di tale requisito condannava i principi spirituali incorruttibili alla vana ed eterna ricerca del loro supporto fisico. 

A maggior garanzia di questo vincolo imprescindibile, ottenuto mediante interventi atti alla conservazione materiale del corpo, che comprendevano oltre all’imbalsamazione (sah, corpo imbalsamato), la deposizione nel sarcofago e la messa a dimora nella tomba, fu elaborato un complesso rituale magico-religioso. Si ricorse quindi, unitamente alla presenza dei testi funerari e all’applicazione di amuleti protettivi, ad accorgimenti cautelativi come l’inserimento nel corredo funerario di una o più statue del defunto quale sostituto del suo corpo e ricettacolo del ka, l’istituzione di un culto funerario, che includeva offerte alimentari per il suo sostentamento, e la collocazione di una stele a suo ricordo. 

Per questo motivo il corpo di Pasherienaset era stato imbalsamato: dopo avere estratto visceri e cervello, esso fu probabilmente lasciato per settanta giorni sotto il sale detto natron, quindi unto con balsami e profumi e fasciato con bende di lino.

Nell'immagine in alto l’uccello-anima ba di Pasherienaset aleggia sul suo corpo imbalsamato adagiato sul letto funerario, porgendogli i simboli di vita eterna. Sotto il letto, caratterizzato da testa, zampe e coda di leone, sono allineati i quattro canopi contenenti i visceri del defunto. 

I vasi si distinguono per la foggia dei loro coperchi ai quali i quattro geni tutelari detti “Figli di Horo” prestavano le loro sem-bianze: Imseti a testa umana, era preposto alla protezione del fegato; Hapi a testa di babbuino, era il guardiano dei polmoni; Duamutef a testa di canide, conservava lo stomaco e Qebehsenuef a testa di falco, custodiva gli intestini.
 
I recipienti stessi erano rispettivamente identificati alle quattro dee protettrici Iside, Neith, Nefti e Selket e alle quattro direzioni. 
 
 
La protezione magica del corpo 
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Per garantire la sopravvivenza del nostro sacerdote nell’Aldilà occorrevano quindi ulteriori protezioni, quelle magiche. 

Gli Egizi, che da sempre attinsero al principio fondamentale che regola il mondo della magia, hekau, ossia la forza creatrice del suono e dell’immagine, elaborarono rituali e accorgimenti particolari atti a garantire l’immortalità attraverso la protezione magica del corpo. 

Il salmodiare dei sacerdoti-lettori, i kheriu-heb, accompagnava tutte le operazioni eseguite sul corpo. Durante le varie fasi della fasciatura del corpo imbalsamato, venivano inseriti, nei punti stabiliti dal rituale, diversi amuleti che, per le virtù magiche insite tanto nel loro materiale, quanto nella loro foggia e colore, erano atti alla salvaguardia e al funzionamento delle varie parti del corpo. Particolare rilevanza acquisì lo “scarabeo del cuore” che recava spesso sulla base l'incisione di un testo noto come “dichiarazione di innocenza” che scagionava il defunto durante il giudizio postumo. In alto lo scarabeo del cuore di Pasherienaset. 

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Sulla parte anteriore del corpo di Pasherienaset avvolto nelle bende di lino venne applicata una rete realizzata, come il restauro ha potuto appurare, con oltre 13.000 tubicini e perline di faïence azzurra. Si tratta della cosiddetta “corazza magica”: una reticella destinata – insieme allo scarabeo alato, simbolo di rinascita solare, e ai quattro “ Figli di Horo”, geni tutelari dei visceri, a essa fissati – alla protezione del defunto.

Prima di essere deposto nella tomba, sulla soglia della quale i sacerdoti avrebbero compiuto il rito dell’Apertura degli occhi e della bocca, che doveva nuovamente infondere le forze vitali al suo corpo, Pasherienaset venne quindi adagiato nel suo sarcofago, in antico egiziano neb-ankh ossia il “Signore di Vita”, vera e propria macchina di difesa. Alla funzione primaria di contenitore del corpo, al quale garantiva protezione materiale, si affiancò il ruolo di copertura magica, la cui efficacia era affidata al simbolismo insito nella sua forma, nell’apparato decorativo e nelle iscrizioni geroglifiche. 

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Il sarcofago è di tipo antropoide, o mummiforme, poiché riproduce il corpo imbalsamato in esso racchiuso in posizione supina assimilato a Osiride, del quale condivide l’incarnato verde del volto e la barba posticcia che orna il mento, svelando così l’appartenenza del defunto alla sfera divina. 

L’intera superficie, interna ed esterna, è decorata con figure e scene tratte dal ricco repertorio iconografico religioso funerario e comporta alcuni capitoli del Libro dei Morti.

Numerose sono infatti le entità divine effigiate sul sarcofago il cui compito era la salvaguardia di Pasherienaset. 

Sotto il variopinto collare-usekh, spicca la figura inginocchiata della dea Nut, personificazione della volta celeste, la quale, in un maestoso abbraccio protettivo, accoglie suo figlio, l’Osiride Pasherienaset. Il ruolo di Nut in ambito funerario era legato al simbolismo di rinascita, poiché ogni giorno dal suo corpo risorgeva a nuova vita il dio-sole Ra, cui era anche assimilato il defunto: attraverso la dea si sublimava quindi la contemporanea trasformazione del defunto in Ra e Osiride. 

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Riquadrata da fregi geometrici, compare la “vignetta” che illustra il capitolo 89 del Libro dei Morti, il cui testo è disposto nella quattro colonne sottostanti. 

Sulle fasce laterali del sarcofago sono raffigurati, sotto un esteso simbolo del cielo stellato, gli dèi protettori di Pasherienaset e del suo sarcofago. 

In corrispondenza dei piedi del defunto è visibile il congiungimento coda-bocca del serpente “Coda-nella-Bocca”, il cui corpo, dal dorso azzurro maculato e dal ventre bianco striato, circonda il sarcofago, testa esclusa, simboleggiando l’eterno avvicendarsi del ciclo vitale.

Sul fondo esterno dell’alveo, molto danneggiato, è raffigurato un grande pilastro-djed, simbolo del dio Osiride del quale incarna i concetti di stabilità e durata. Il pilastro è dipinto in corrispondenza della colonna vertebrale del defunto, il cui corpo modellato si delinea nella forma impressa al sarcofago. La superficie circostante il pilastro è suddivisa in piccoli riquadri contenenti raffigurazioni di divinità, geni e simboli apotropaici, i cui nomi e quello del defunto compaiono nei testi che si estendono ai fianchi dell’alveo. 

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L’interno del coperchio reca del coperchio reca una grande immagine della dea Nut, dove, sovrastando il defunto, acquisiva analoga valenza dei soffitti stellati che adornavano alcune tombe. Nel riquadro sottostante diviso in colonne da separatori rossi, è tracciata in nero la formula dell’offerta funeraria: 

Offerta che dona il re (a) Osiride, Primo fra gli Occidentali, Dio Grande, Signore di [Abido], (affinché) [conceda] un’offerta evocata (consistente in) pane, birra, carne bovina, volatili, (in) ogni cosa perfetta e pura, (in) ogni cosa dolce; affinché conceda offerte e provviste alimentari; (affinché) conceda mille (brocche) di latte, che conceda mille (brocche) di vino e che offra una [sepoltura] perfetta nella [necropoli all’onorato (presso) Osiride, servitore di] Horo [e della Dorata], sacerdote di Osiride Khentysehnetjer, Pasherienaset, [giustificato], figlio del detentore di uguali titoli, Padiaa[behedet, giustificato], e generato dalla signora della casa, Aset(em)akhbit, giustificata. (trad. Valeria Cortese) 

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Sul fondo interno dell’alveo figura Imentet, personificazione dell’Occidente, la terra dei defunti, di cui il falco con corona osiriaca posato sulla sua testa è il simbolo. Sotto il supporto sul 
quale è collocata la dea, è riportata in sette colonne di geroglifici parte del primo capitolo del Libro dei Morti, riguardante la cerimonia dei funerali. 

Le due estremità del sarcofago, molto danneggiate, riportano le figure alate e accovacciate delle dee Iside e Nefti, il cui ruolo era proteggere il loro congiunto, l’Osiride racchiuso nel sarcofago. 

Nell'immagine Pasherienaset è genuflesso al cospetto del dio Osiride, Signore dell'Occidente, avvolto nel sudario e seduto in maestà sotto la volta stellata del cielo sostenuta dai due battenti della porta che ne custodisce l'accesso.

sett-20 8Immagine8 - CopiaIl serpente "Coda-nellaBocca" che circonda il  sarcofago di Pasherienaset simboleggiava l'eterno avvicendarsi  del ciclo vitale e personificava inoltre il non-esistente che in ogni momento accerchia il mondo; pertanto, con funzione di limite insieme spaziale e temporale, era atto a proteggere per l'eternità il defunto dalla distruzione.

 
“L’immagine vivente” di Pasherienaset 

sett-20 10Immagine10 - Copia
In ambito funerario, il principale obiettivo della statuaria privata era di garantire vita eterna all’individuo raffigurato e la pietra, elemento imperituro per eccellenza, ne era la materia ideale. Infatti, celata agli sguardi, poiché murata nella cappella o nella tomba, la statua era, grazie al nome che la identificava e ai riti magici che le conferivano facoltà vitali, come il rituale dell’Apertura della Bocca, il ricettacolo corporeo del ka del defunto che beneficiava così del culto funerario. 

L’idealizzazione del corpo di Pasherienaset, ritratto nella pienezza del vigore e inscritto in uno schema formale che conferisce un’apparente fissità alla figura, adempiva pienamente ai requisiti di completezza e perfezione che la vita ultraterrena esigeva. 

Il pilastro dorsale reca l’iscrizione volta a identificare la statuetta al suo proprietario. Disposti su due colonne, i caratteri geroglifici compongono il nome, i titoli e la genealogia di Pasherienaset. Sulla colonna di destra inizia la consueta formula d’offerta: 
Offerta che dona il re a Horo di Behedet, Dio Grande e Signore del Cielo, (affinché) conceda offerte evocate al servitore di Horo, servitore della Dorata, sacerdote di Osiride Khentysehnetjer, sacerdote di Iside-Hededet, assistente della terza phylae (una delle quattro classi in cui era ripartito il clero che a turno governavano il tempio per un periodo di tre mesi) e sacerdote di Iside-Menset, Pasherienaset, giustificato, figlio del primo sacerdote di Horo di Behedet e servitore della Dorata, Padiaabehedet <giustificato>, figlio del profeta di Amon in Karnak e sovrintendente ai sacerdoti di Horo di Behedet, Patjenfy giustificato. (trad. Valeria Cortese

Riunire quindi ancora una volta il sarcofago e la statua di Pasherienaset è stato fondamentale per accompagnarlo nella sua speranza di immortalità.

sett-20 9sarcogago9 - CopiaLa teoria delle divinità protettrici dell'Osiride Pasherienaset, si può notare il corpo del serpente che avvolge il sarcogago, un motivo iconografico che appare proprio sui sarcofagi saitici.


Voci fuori dal coro 

Come per tutti noi, anche per gli Egizi era la vita il bene più prezioso. Quindi accanto alla visione “rassicurante” di un Aldilà plasmato sull’esistenza terrena, non mancano in varie epoche, espressioni letterarie “laiche”, come il celebre Dialogo del disperato con il suo ba, dove l’anima-ba esorta l’uomo, disincantato e aspirante suicida, ad “attaccarsi alla vita”. 

E il Canto dell'arpista della tomba di un re Antef, esprime, attraverso il riscontro della transitorietà della vita umana e della consapevolezza dell’ignoto che avvolge l’Aldilà, un esplicito scetticismo riguardo alla sopravvivenza ultraterrena e una vivida esortazione a cogliere le bellezze tangibili della vita terrena: 
“… passa un giorno felice e non te ne stancare. Vedi, non c’è chi porta con sé i propri beni. Vedi, non torna chi se n’è andato”.
 

Al link http://www.cittamese.it/cultura/1262-archeochicca-lxxvi-un-prete-dal-nilo  si può trovare la prima parte dell’articolo.

Gentili Lettori, ci scusiamo per il ritardo con cui appare questo pezzo, ma le precarie condizioni di salute di Sergio Murli non ci hanno permesso di fare di meglio. Ci auguriamo che ci perdonerete per questo. Ciao.  P.V.

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