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ARCHEOCHICCA (LXXVI) - UN PRETE DAL NILO

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Siamo onorati e felici della svolta presa da questa rubrica con il contributo della Dottoressa Valeria Cortese, partner di Maria Cristina Guidotti, nostra illustra conoscenza di una precedente archeochicca. 
Apporto corposo che pubblicheremo in due puntate, certi dell’interesse vivissimo che sempre suscita con la passione, qualsiasi “avventura” che avvicini al magico e meraviglioso mondo egizio; qualcuno disse che il morbo dell’Egitto se si prende in giovane età poi ce lo portiamo fino alla fine.

Un fraterno abbraccio al Dottor Guido Rossi per la sensibilità dimostrata nell’avvicinarci ai “suoi” innamorati della Valle del sacro Nilo. S.M.


 IL VIAGGIO SPIRITUALE

 DI PASHERIENASET – 1ª


di Valeria Cortese
Al tempo di Pasherienaset, ultimo grande momento di indipendenza dell’Egitto prima del definitivo tramonto sotto le occupazioni straniere, le credenze religiose che il suo popolo aveva elaborato nel corso dei millenni erano immutate. 

Infatti, dalla fine dell’Antico Regno (ca. 2150 a. C.), quando l’uomo comune, aspirando a identificarsi con gli dèi Ra e Osiride dopo la morte, fece sue le prerogative regali dell’Aldilà divino ed eterno, il rispetto rivolto ai defunti, le cure dedicate ai loro corpi, i gesti rituali e le formule che assicuravano il felice accesso alla dimora d’eternità (la tomba) nonché il culto funerario, garante di sopravvivenza e rigenerazione, rimasero costanti. E benché essi presentino un’indiscussa evoluzione – come lo sviluppo architettonico delle tombe, l’inserimento nei corredi funerari di nuove tipologie di oggetti o la rielaborazione della formula d’offerta e dei testi funerari –, determinata dai cambiamenti socio-economici e culturali del paese, l’essenza e lo svolgimento del cerimoniale funerario subirono solo lievi variazioni.
 
 Come i suoi antenati – resi fiduciosi dall’osservazione del ciclico potenziale di fertilità e di rigenerazione di cui il sole, che dopo la scomparsa notturna risorgeva ogni mattina rinnovato e ringiovanito, e il Nilo, il cui straripamento conferiva nuovamente impulso e fertilità alla terra svigorita, erano le evidenti manifestazioni –, Pasherienaset credeva che dopo la morte sarebbe rinato nell'Aldilà, proprio come Osiride, antico dio della vegetazione, ucciso dal fratello Seth, dio della tempesta, del deserto e del caos, e risuscitato grazie alle arti magiche della dea Iside, sua sorella e sposa. 

Gli Egizi consideravano infatti la morte, mut, una fase naturale del ciclo vitale: una transizione tra la dimensione terrena e quella ultraterrena, che alcuni testi situavano nel cielo e altri nelle profondità della terra. Senza sperimentare la morte, ritenuta parte integrante della creazione e alla quale gli dèi stessi erano assoggettati, non vi era quindi possibilità di rinascita e di eternità. Essa costituiva tuttavia un immenso pericolo e infinite precauzioni, tanto materiali quanto “magiche”, erano di conseguenza necessarie per eludere l’eventualità di una morte definitiva, o per usare un’espressione egizia di “una seconda morte”. 

Le “anime” di Pasherienaset 
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Il suo essere, secondo il credo agizio, era costituito non solo dal proprio corpo (djet), ma anche da numerose “manifestazioni” (kheperu) o componenti della personalità, tra cui l’akh (lo spirito glorificato), il ba (la personalità), il ka (l'energia vitale), il nome proprio (ren) e l’ombra (shut). La letteratura funeraria non offre spiegazioni dei vocaboli che li definiscono, pertanto la loro natura rimane incerta. 

L’akh, forza presente tanto negli uomini quanto nelle divinità, viene tradotto con “spirito illuminato” o “glorificato” conformemente all’etimologia accettata. Era raffigurato come un ibis crestato ed era l’elemento puramente spirituale che accedeva alla dimensione divina dove partecipava all’eterno moto delle stelle, essendo il cielo la dimora degli esseri imperituri, quali le stelle, gli dèi e gli “spiriti puri”. Akh era anche il termine usato per definire gli spettri dei defunti, etimologia conservata nel vocabolo copto che significa “fantasma”.

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Il ba, termine reso in modo imperfetto in italiano con “anima”, definisce un concetto meglio espresso dai vocaboli “personalità”, in quanto personificazione delle caratteristiche che distinguono un uomo dall’altro. Dal Nuovo Regno (ca 1550-1070 a.C.) fu raffigurato come un uccello a testa umana, in alcune occasioni provvisto di braccia.

Il ba era dotato di una certa autonomia durante il giorno e, grazie al potere magico di alcune formule contenute nei testi funerari, poteva assumere l’aspetto desiderato per rivisitare la terra con facoltà di agirvi materialmente. Gli era anche consentito di navigare con il dio Ra a bordo della barca solare. Al crepuscolo doveva però raggiungere il cadavere, immobilizzato per sempre come Osiride nella camera funeraria, e trascorrere la notte nel sepolcro; il capitolo 89 del Libro dei Morti, che compare sul coperchio del sarcofago di Pasherienaset, auspica tale ricongiungimento.

Il ka, termine reso nella nostra lingua con “doppio”, “genio”, “spirito” o più appropriatamente “energia vitale”, era la manifestazione delle forze vitali che presiedevano alla creazione e alla sopravvivenza di ogni forma di vita, umana o divina. Era pertanto rappresentato dal simbolo delle due braccia umane alzate a significare l’abbraccio di un principio vitale. Il ka era creato contemporaneamente al corpo, di cui era una copia perfetta, ma conduceva un’esistenza propria fino alla morte. La tomba era la sua dimora, all’interno della quale era libero di muoversi. Si nutriva degli alimenti deposti nella cappella che raggiungeva passando attraverso la stele falsa-porta, la cui soglia costituiva il confine tra l’Aldilà e il mondo dei vivi, ed era specificatamente al ka del defunto che erano rivolte le formule funerarie. Gli dèi possedevano più di un ka: il nome Micerino, in antico egiziano Men-kau-Ra, significa “siano durevoli i ka di Ra”. 

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L’ombra fruiva di un’autonomia di movimento analoga a quella del ba ed era occasionalmente identificata al cadavere di cui condivideva l’aspetto di una sagoma umana campita di nero (sembra che l’importanza vitale dell’ombra sia da ricercare nella benefica protezione contro l’arsura del sole). “Uscita al giorno” dell’ombra e dell’anima-uccello ba dalla tomba (tomba di Irynefer - Deir el-Medina, TT290).
 
Il nome proprio, ren, era parte integrante dell’individuo senza la quale non sussisteva; particolari preghiere erano infatti rivolte ai visitatori delle necropoli affinché facessero prosperare in eterno il defunto pronunciandone il nome. Di seguito, il nome di Pasherienaset, “Il Figlio di Iside” scritto sul sarcofago.

Affine alla nostra concezione di anima era anche il cuore, ib, organo lasciato nel corpo dagli imbalsamatori e ritenuto dagli Egizi la sede del pensiero, della volontà, dell’intelligenza e delle emozioni. Vita è sinonimo di movimento e l’anima è il soffio e la vita, mentre i segni inconfutabili della morte sono la cessazione del respiro e del pulsare del cuore: sinonimo di morire, in egiziano antico, è l’espressione “il cuore è partito”; il suo battito è simile a quello delle ali dell’anima-uccello il cui movimento genera aria: il soffio della vita. 

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Particolari capitoli del Libro dei Morti, il cui titolo in antico egiziano era Formule dell’uscire al giorno, erano destinati ad aiutare il defunto a ritrovare il proprio cuore nell’Aldilà. Tuttavia, il compito fondamentale assegnato al cuore è enunciato nel capitolo 125, che mette in scena la psicostasia e contiene inni rivolti a Ra e a Osiride. Attraverso la “pesatura del cuore” il defunto si sottoponeva al giudizio postumo al cospetto di Osiride, “Signore dell’Occidente” e “Primo fra gli Occidentali”. I defunti erano chiamati gli “Occidentali”, poiché risiedevano nella terra situata a ponente dove sorgevano le necropoli. 
 
Il tribunale era composto da quarantadue giudici, i “signori della Maat”, la dea della verità e della giustizia, figlia di Ra e garante dell’ordine universale; il numero 42 riecheggiava quello delle parti in cui Seth, dio del caos, smembrò il corpo di Osiride suo fratello e delle regioni (nomi) in cui era diviso l’Egitto. Così, sulla bilancia, il cuore, ricettacolo della coscienza e della memoria, era contrapposto a Maat, raffigurata come una donna accovacciata o una piuma, simbolo del suo nome. Per accedere all’Aldilà l’equilibro tra i due piatti non doveva essere spezzato.

Anubi, il “Signore della Terra Sacra” (la necropoli), e Thot, patrono delle scienze e inventore della scrittura, vigilavano al responso; un esito negativo induceva il mostro accovacciato ai piedi della bilancia a divorare il cuore precludendo la beatitudine al defunto.

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Il cuore, chiamato a testimoniare in favore del suo proprietario, ne “dichiarava l’innocenza” mediante una perorazione, in modo inesatto definita “confessione negativa”, di cui sono chiare le implicazioni d’ordine morale. La sentenza favorevole conferiva il titolo di maa-kheru, “giusto di voce”, al defunto, il quale, dimostrato giusto e purificato da ogni azione immorale, era ammesso nel paradiso. 

Sul sarcofago infatti, il nome di Pasherienaset appare sempre seguito da questo epiteto, a significare che egli aveva superato con successo il giudizio postumo. 
Fine prima parte.
 
Valeria Cortese, egittologa, formatasi all’Università di Ginevra e collaboratrice scientifica presso la Soprintendenza alle Antichità Egizie di Torino, ha partecipato all’allestimento di mostre sulla civiltà egizia in Italia e all’estero e alla stesura dei relativi cataloghi, tra cui La Scuola nell’antico Egitto (Torino 1997), Il cammino di Harwa. L'uomo di fronte al mistero: l’Egitto (Brescia 1999), Io vivrò per sempre. Storia di un sacerdote nell’antico Egitto (Genova 1999), Aegyptica Animalia. Il bestiario del Nilo (Torino 2000), Le donne dei Faraoni (Bergamo 2003), Pasherienaset, il figlio di Iside. Il lungo viaggio di una statua egizia (Genova 2005), Nefer. La donna nell’antico Egitto (Milano – Torino 2007). Ha pubblicato vari libri, tra cui, Antico Egitto. Arte, storia e civiltà con Maria Cristina Guidotti (Giunti 2002), saggi e articoli su riviste specialistiche, nonché tradotto opere di egittologia.

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