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ARCHEOCHICCA (LXXII) - CHATELAINE DI ALFEDENA

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GLI ARNESI DELLA CASA
DELLE DONNE SANNITE

MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO
ANTONIO DE NINO
ALFEDENA, AQUILA

di Sergio Murli
Care Lettrici in particolare, questo piccolo lavoro è per ricordare, con un’altra pietruzza, la festa dell’8 marzo e la riconoscenza verso il Vostro compito nella Società; lavoro improbo e, spesso, troppo spesso, misconosciuto, se non ignorato.

Questa chicca è un omaggio a un oggetto dell’antichità, presente nelle necropoli sannitiche sugli abiti femminili, su resti di corpi in sepolture che vanno dal VII sec. al III sec. a. C.; intendiamo parlare di quello che poi ha preso il nome di “chatelaine”, pensiamo fin dal Medioevo, per un “indumento”, forse un ornamento, indossato dalle donne e che compendiava molti servizi per i molti oggetti che pendevano dalla cintura che le “castellane” portavano ai fianchi.

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La cosiddetta chatelaine non era solo un gioiello, non era un accessorio e non era semplicemente un oggetto di casa, ma la summa di questi elementi, utile, magnifico complemento, all’abbigliamento di una donna, inoltre grazioso e indispensabile nelle case e nella vita di tutti i giorni.

Si portava appesa all’altezza della vita, quasi sempre nella cintura, ma anche a guisa di grande fibula e scendeva su un’anca con ganci, pendagli e catenine adatti a ospitare oggetti come forbicine, pinzette, portaaghi con il filo per i punti da dare in emergenza, ma anche, specialmente, per l’epoca, oggetti magici, apotropaici, che non dovevano mancare alla dama sannita che li indossava perciò nelle cerimonie religiose, confrontandole e vantandosi a contatto con altre fedeli. 

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Per ciò, le chatelaine erano per l’uso principalmente domestico e non estetico, ma, ciò non toglie che fossero artistiche, lavorate e curate, tanto da diventare un accessorio indispensabile all’abito femminile sannitico.

Erano composte, a seconda dell’esigenza della padrona della casa, di diversi piccoli accessori, che venivano decorati finemente, potevano essere realizzati di ferro o di bronzo, costituendo di fatto un utile gioiello da indossare tutti i giorni e che connotava il censo della famiglia di appartenenza nella società.

È abbastanza chiaro che il termine sia stato coniato in tempo piuttosto recente, considerando l’epoca delle sepolture sannitiche; è evidente la radice di “castellana” a ribadire un uso medievale femminile, che, poi nel tempo, si  è protratto fino ai giorni prossimi ai nostri: i vecchi, ancora in vita, ricordano le loro nonne, specie nell’Italia centrale, indossare per casa strane cinture con appesi oggetti che variavano dalle forbici, agli aghi, ai ditali; e un po’ di alcool in boccetta, che poteva sempre servire; e altro ancora che agli occhi e alla memoria dei bimbi di allora era difficile spiegare. 

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Tornando alle Sannite, ecco il gradito apporto della Dottoressa Erika Iacobucci, di cui Vi proponiamo una parte del Suo saggio: 
“…Poco si ricava invece sul ruolo della donna nella vita pubblica e privata, sulla composizione delle famiglie, sull’educazione riservata alle fanciulle, sulle regole imposte dagli uomini a mogli, madri e vedove.

Vi sono tuttavia alcuni elementi comuni che superano le differenze etniche, geografiche e cronologiche e che si svelano nella costante immagine della donna come custode della casa, della famiglia e dei beni, filatrice e tessitrice, devota a divinità femminili che favoriscono la fertilità, proteggono partorienti e neonati, curano la sterilità come Angizia, Feronia, Mefite, Fortuna e le altre divinità cui gli italici erano devoti.

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I beni, necessitavano di particolari attenzioni per diventare produttivi e solo le donne con il loro bagaglio di esperienza, e di tecniche, si adoperavano per regolare e coordinare le attività connesse all’agricoltura e all’allevamento, dalla produzione alla trasformazione dei prodotti, laddove un’attenzione particolare era riservata alla tessitura e alla filatura.

Alcune delle sepolture analizzate dell’Alta Valle del Sangro di fanciulle preadolescenti presentano numerosi ornamenti e sono caratterizzate da grandi “pendagli” in osso e ferro di incerta funzione.

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Ovviamente potrebbe trattarsi di giocattoli, ma l’ipotesi più suggestiva, e tuttavia più verosimile, invita e vedere in essi segni del ruolo rivestito da tali fanciulle all’interno della loro famiglia o forse dell’intero villaggio: l’eccezionalità dell’oggetto, unita alla ricchezza del corredo e alla giovane età delle fanciulle concorre infatti a delineare uno scenario nel quale una o più preadolescenti venivano selezionate nell’ambito di gruppi eminenti per rappresentare simbolicamente il rito di passaggio all’età adulta a nome e per conto dell’intera comunità. Si trattava cioè di fanciulle con prerogative speciali, forse di tipo sacrale.

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Le donne hanno da sempre determinato il corso della storia ed il destino dei propri uomini dando poca importanza alle apparenze e riuscendo a celare, dentro di loro, segreti e difficoltà, dimostrando capacità di sopportazione e di adattamento miracolose…”

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Intanto, come sempre, presentiamo il luogo da dove provengono in origine e il Museo nel quale sono custodite, che, poi, troppo avrebbe da raccontare per vicissitudini anche tragiche, la guerra, i bombardamenti, l’occupazione; il furto, la predazione; e, per fortuna, qualche restituzione.

Comunque, ora nel ricostituito Museo De Nino, voluto con forza dal Comune di Alfedena, molto è visibile; altro giace nei depositi del magazzino della Soprintendenza di Chieti ed è altrettanto  importante. Una parte è sparita, anche all’estero, ovviamente, quasi fatalmente, considerando le vicende e le fortune della Penisola, durante il conflitto e l’occupazione. 

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È ora che Vi parliamo della necropoli di Campo Consolino, conosciuta nel mondo scientifico come basilare per lo studio e la conoscenza dei Sanniti e che ha reso indispensabile in quel momento l’edificazione del Museo, visitato addirittura due anni dopo, 1899, da Vittorio Emanuele III, allora Principe di Napoli e Principe ereditario, che approfittò dell’ospitalità della famiglia De Amicis per giungere nel Sannio. 

La necropoli “convive” con la moderna Alfedena: si tratta, secondo stime, di ben ventotto ettari, solo una parte dei quali è stata valorizzata; in altre parole, soltanto 1500 tombe su ipotizzate 12600! La datazione si estende dalle prime sepolture del VII sec. a quelle, ultime, del IV-III sec. a.C.. sono stati recuperati reperti favolosi che soltanto una visita può descrivere…

Da allora molto è successo; con i nuovi scavi e con la collaborazione dell’Università romana della Sapienza e le nuove scoperte, si è ritenuto indispensabile costruire il nuovo edificio nel 1987; e dove se non vicino alla zona archeologica e nel nome di Antonio De Nino, Antropologo e Storico abruzzese, primo valorizzatore assieme a Lucio Mariani.

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Il Museo si compone principalmente di reperti dei nuovi scavi e del recupero degli oggetti salvati e restaurati dopo gli eventi bellici, più ciò che ha restituito l’Università tedesca di Tubinga, venuta in possesso di materiale “recuperato” da truppe germaniche dopo il devastante bombardamento dell’8 ottobre 1943.

Raccontarne il contenuto e l’importanza che riveste – più l’auspicabile trasferimento degli oggetti custoditi a Chieti – è compito squisitamente delle guide che Vi accompagneranno e degli opuscoli che si acquistano all’ingresso per la visita. Nostro compito è convincerVi della bontà di una tappa, permeata fino nel profondo dei sensi dalla consapevolezza che Alfedena è  fondamentale nella conoscenza di un Popolo bellicoso e severo, orgoglioso delle proprie origini che tuttora emergono quasi tremila anni dopo, dalle loro genti e dai loro costumi, testimoni di una civiltà inestinguibile.

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Un po’ di storia per inquadrare il popolo dei Sanniti, ma, se vorrete approfondire, c’è ampia scelta. Intanto, due parole sul SANNIO, regione storica dell’Italia centro-meridionale, abitata da quell’antico popolo da cui prese il nome. Situata tra il Piceno, il Lazio, la Campania, la Lucania e l’Apulia, comprendeva il territorio aspro e montagnoso e le alte valli del Sangro, del Volturno, del Tiferno e del Trigno, con confini non ben definiti , sia per la complessa conformazione oro-idrografica, sia per i continui spostamenti causati dalle alterne vicende delle guerre con le popolazioni vicine.

Non costituì mai un’unità amministrativa e, nell’ordinamento dell’Italia compiuto da Augusto, formò la IV regione (Samnium) insieme con il territorio dei Frentani, Marrucini, Marsi, Peligni, Equi, Vestini e Sabini. I suoi centri più importanti furono Bovianum (Boviano, odierna Bojano), Aesernia (Esernia, odiena Isernia), la nostra Aufidena (Alfedena) Venafrum (Venafro), Allifae (Alife), Caudium, Abellinum (Avellino), e altri. 

Eccoci ora all’antico popolo italico dei SANNITI, appartenente al gruppo degli Osco-Umbri e affine ai Sabini, se non proprio una loro propaggine. Insieme con altre tribù consanguinee e forse, in seguito a primavere sacre, in un’epoca relativamente tarda, migrarono dalla Sabina nel territorio che da essi prese con approssimazione di confine il nome di Sannio.

Rudi e bellicosi montanari, dediti alla pastorizia e all’agricolura, vivevano in centri rurali spesso non difesi da mura e difficilmente identificabili, governati da propri magistrati (meddices). Le tribù più importanti erano riunite in una confederazione che eleggeva un capo militare supremo in caso di pericolo o di imprese di guerra (embratur, imperatur).

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Nel V e IV sec. a.C. i Sanniti apparvero sulla scena dell’Italia centro-merionale divisi in due gruppi: quelli occupanti la zona litoranea tra Ortona e il Gargano e il retroterra montuoso e quello stanziatosi con la forza nella zona digradante verso il mare tra il Volturno e il Silaro e impadronitisi di Capua (da qui il nome di Kappanòi, Campani) e di Cuma. Se i primi sembra non avessero mutato di molto le loro tradizioni, questi ultimi, fusi con gli Opici (Osci) e sovrappostisi agli Etruschi e ai Greci, si erano naturalmente evoluti e continuando nella loro espansione costituirono i nuovi popoli dei Lucani e dei Bruzi. Molti, poi, passati in Sicilia come mercenari, ebbero una parte importante anche  politica nelle vicende dell’isola.

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Nel 343 a.C., come fatale conseguenza dell’inevitabile espansione di due stati agguerriti, Sanniti e Romani, ebbero inizio le ostilità che nel corso di un cinquantennio portarono alla sottomissione ai Romani. Il conflitto si svolse in tre fasi (guerre sannitiche) sulle quali, specialmente sulla prima (343-341), le notizie sono piuttosto confuse. 

La guerra decisiva, la terza (298-291/290 a.C.), vide una durissima battaglia nel 295, che mise in campo i più forti popoli dell’Italia antica; i Romani riportarono un’importante vittoria, che apriva loro la strada dell’unificazione della penisola. Da allora, i Sanniti, decimati nella popolazione ed esausti di forze, cessarono di essere avversari temibili, venendo via via sottomessi e privati di parte delle terre. 

Il colpo mortale alla loro esistenza come entità politica ed etnica venne inflitto da Silla, nell’82 a.C.. Si accelerò così drasticamente  il processo di romanizzazione del Sannio che, per oltre due secoli, aveva conteso ai suoi conquistatori il primato d’Italia. 

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PRIMAVERE SACRE (ver sacrum), rito antichissimo praticato dai popoli arcaici che in tempo di pericolo (carestia, epidemia, guerra) o anche in caso di sovrappopolazione, dedicavano ad una divinità gli animali domestici e i bambini, maschi e femmine,  che fossero nati nella primavera seguente.

Gli animali venivano quindi sacrificati, mentre i fanciulli, giunti alla maggiore età, dovevano abbandonare il paese e trasferirsi in altre terre libere. Queste migrazioni avvenivano spesso sotto la guida di un animale sacro che, per i Sanniti, sembra fosse una figura antropomorfa a quattro zampe con artigli, due teste di volatile con collo lungo e becco. Certamente apotropaica e dal greco fhylassein, di difesa. In origine, le primavere sacre erano dedicate a Marte. 

ALFEDENA. Poco da dire sulla città odierna, è in provincia dell’Aquila a 914 metri d’altezza, nella valle del Sangro, alla confluenza del Rio Torto. La parrocchiale dei  Santi Pietro e Paolo risale al XII-XIII secolo. Nei pressi, necropoli dell’età del Ferro, acropoli e necropoli sannitiche di Aufidena, Museo. Espugnata dai Romani nel 298 a.C., da allora segue le vicende della Penisola, nel Contesto della Repubblica e poi dell’Impero. 

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Le nostre scarse conoscenze sui costumi sanniti, non ci impediscono di presumere una notevole forza nella vita culturale, della presenza femminile a ribadire un ruolo non sottomesso e forse solo formalmente subalterno della donna nella società sannitica, tanto da ipotizzare un ruolo simile e contemporaneo a quello delle donne etrusche, vere padrone e signore della metà del mondo socio-culturale allora conosciuto. 

Cara dolcissima (e severa) metà dell’universo, è questo appena un insignificante tributo da un uomo in là con gli anni, ma che non dimentica l’indispensabile, immenso valore della Donna;  e prezioso regalo che Dio ha dispensato a tutti gli uomini e che purtroppo non tutti capiscono e apprezzano; noi possiamo soltanto provare pietà per questi ultimi: molta pietà e moltissima rabbia.

Crescere per credere; purtroppo spesso si diventa saggi da vecchi e qualche volta, nemmeno allora. 

Questo in onore e per ricordare, come detto all’inizio, l’otto marzo, Giorno della Donna, che meriterebbe di essere onorata per tutto l’anno, meno un giorno per ricordare e meditare. Auguri!

DOVE SI TROVA. Il Museo Civico aufidenate Antonio De Nino si trova ad Alfedena (AQ), in  Viale Mansueto De Amicis, SNC, Telefono: 0864 87114, sito web  http://www.comune.alfedena.aq.it.

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RINGRAZIAMENTI.  Ancora una volta, al primo posto la Professoressa Patrizia Vallone, impalcatura portante dei nostri lamenti, preziosa memoria della nostra vita; poi, nell’ordine, altre due donne: l’Architetta Gabriella Melone, che, con la sua passione e meticolosità, ci ha indirizzato alla Dottoressa Erika Iacobucci, fra i responsabili del Museo, Archeologa e Storica dell’Arte, specializzata in Antichità italiche. Protosindaco della vicina Scontrone, autrice del saggio dal quale abbiamo riportato degli stralci e di alcune, preziose immagini e che ci ha colmato di aiuto ed entusiasmo, conducendoci nel mondo incantato delle Donne che hanno contribuito con il loro acume e la loro saggezza ai successi del Popolo allora più potente del medio Adriatico. Certamente continueremo in futuro nella preziosa e fattiva collaborazione. Ricordiamo anche il Sindaco di Alfedena, Ingegnere Massimo Scura, per aver permesso, discretamente, il nostro lavoro.

CREDITI. Alcuni immagini e alcuni testi, sono un cortese invio, come detto, della Iacobucci e del Museo Civico di Alfedena, altri sono una scelta redazionale; il disegno del titolo, in parte di fantasia, e la cartina dell’Italia al tempo dei Sanniti sono di chi Vi scrive. Il disegno della sepoltura è tratto da “Conosci l’Italia”, volume IV, pag. 35, foto 45, T.C.I. 1960.

CONCLUSIONI. Ci voleva pure il morbo dalla Cina! Speriamo di uscirne bene e di ritrovarci tutti sani e salvi per l’uscita pasquale: forza e coraggio, ciao. 

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