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ARCHEOCHICCA (LXXI) - LO SKYPHOS DI BARAGIANO

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LA TOMBA DEL PRINCIPE
TESEO E IL MINOTAURO

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE
DI MURO LUCANO (PZ)

di Sergio Murli
Curiosi e interessati Lettori, come vedete vogliamo parlare del mito di Arianna; cioè Teseo e il Minotauro, il Labirinto e Minosse.

Certamente la preparazione di Chi ci legge è altissima; comunque, siete disposti ad una, cosiddetta, rivangata, rilettura? Dato per certo, Vi siamo molto grati e ci accingiamo, complice il sudore degli Studiosi, che, loro malgrado e inconsapevoli, ci permettono di fare bella figura, con l’aggirarci nei meandri di questo meraviglioso racconto pieno di sorprese e pieno di più risvolti e versioni. Vediamo di dipanare.

Però, prima Vi faremo conoscere la chicca del Museo lucano, oggetto della nostra viva curiosità, descrivendone il tipo, la datazione, la provenienza. 


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Intendiamo parlare dello skyphos attico a figure  nere, molto danneggiato, ma l’interesse per la storia che raccontano le sue figure, resta miracolosamente vivo, nonostante le offese del tempo.

Questa la scheda inviataci dallo zelante Dottor Pagliuca: ed è stato amore a prima vista con le immagini del mito di Teseo. 

Ecco la descrizione della “chicca”, temporaneamente ospitata in una sala del Museo Archeologico di Potenza e proposta alla visione ammirata assieme a parte del suo corredo, dei Visitatori nel capoluogo lucano:  

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Skyphos Lati A e B: Raffigurazione al centro di Teseo con chitonisco e nebride nell’atto di uccidere il Minotauro che tiene nella mano sinistra una pietra; alle spalle di Teseo Atena con chitone, krédemnon (in questo caso è il velo che copre la testa della dea) e copricapo triangolare in tessuto ricadente sulla spalla destra e, tra due efebi danzanti, personaggio regale barbato con chitone e mantello seduto su diphros (parte del cocchio, sarebbe qui, come sotto per Minosse, usato come sedile) che impugna bastone con la mano sinistra (Egeo?); a destra, dietro Arianna, vestita come Atena e che tiene nella mano destra una corona, due efebi danzanti e personaggio regale barbato con chitone e mantello seduto su diphros che impugna bastone con la mano destra (Minosse?), all’estrema destra figura maschile con chitone e mantello.”
 
feb-20 fascia Fig. 64 - Baragiano SS. Concezione - T. 35 - Inv. 98291 copia - Copia - Copia
 
Si  tratta di una larga fascia dipinta che avvolge la parte alta del contenitore, istoriata magnificamente. Apparentemente analoghi i due lati, ma, per quanto possano essere simili, ovviamente non avevano allora la fotocopiatrice. Sembra quasi che la c.d. parte posteriore dia la sensazione di una meno accurata esecuzione; se fosse così, potrebbe essere un segnale del Pittore di indurci a considerarli di fatto di importanza diversa l’anteriore e il retro, una specie di lato A e lato B; considerando la nostra scarsa preparazione potrebbe essere soltanto una nostra deprecabile e spesso fallace ipotesi.

Però, a conti fatti, le figure di questo lato un po’… trascurato ci sembrano di meno. 

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Proviene assieme al suo ricco corredo dalla tomba connotata con il numero 35 dalla zona di Baragiano di Potenza, che fino dall’antichità più remota, ospitava un insediamento del quale, purtroppo, non conosciamo il nome. 

Al culmine di una necropoli adagiata lungo i fianchi di una collinetta, era posta la “nostra” tomba, che per ampiezza e corredo è stata indicata come ultima dimora di un grande capo, un principe. 

La scoperta, abbastanza fortunosa e fortunata è stata possibile, perché la sepoltura è rimasta protetta sopra dalla antica costruzione di una chiesa. Intrapreso lo scavo nel 1996, si è poco dopo sospeso per urgenti lavori di consolidamento all’edificio cristiano, lesionato da un sisma precedente. 

Infine, ripreso e portato a termine nel 2012, ha permesso di recuperare l’intero materiale della sepoltura.
Qui di seguito, parte del pannello presente in Museo, che spiega in modo esauriente il grado elevato del defunto e la ricchezza e dovizia dei reperti rinvenuti: 

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“… La documentazione integrale della tomba, databile alla metà del V sec. a.C., evidenzia l’alto rango dell’individuo sepolto, sia per l’eccezionale qualità e quantità di oggetti deposti (armatura, bardature di una coppia di cavalli, vasellame metallico, strumenti relativi al banchetto, ceramica greca e magno-greca, oltre a quella di produzione indigena), che per la monumentalità della sepoltura dalle notevoli dimensioni (m 3 x 4,66), caratterizzata da una fossa a semicamera – ricavata parzialmente nel banco roccioso conglomeratico – ricoperta da un tumulo di pietrame ed entro cui era alloggiata una cassa lignea per contenere l’inumato con il suo corredo.

A sottolineare il prestigio e il carisma del defunto,  va rilevata la valenza fortemente simbolica del sito prescelto per la sepoltura: la cima del poggio nord-occidentale della collina ove la vista spaziava sull’ampia vallata e sulla confluenza delle fiumare di Avigliano e Tito, nel cuore di quel territorio ‘nord-lucano’ crocevia di scambi e rapporti tra mondo italico, etrusco e greco”. 

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È per noi grande soddisfazione poter pubblicare alcuni brani del Direttore dello scavo per conto della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Basilicata, Dottor Salvatore Corradino Pagliuca, del quale, più in alto, abbiamo mostrato una famosa immagine in b.n. con lo skyphos appena restaurato.

“…presenta caratteri di monumentalità sia per le sue dimensioni – m 3x4,66 – che per la presenza di un grande tumulo di cui sono documentate diverse parti residuali sul lato meridionale (scavo 2012) ove la fossa era scavata direttamente nel banco roccioso conglomeratico.

All’interno della fossa era alloggiata una cassa lignea di cui si sono rinvenute tracce sul piano di deposizione. Lo scheletro dell’inumato, pertinente ad un individuo maschile, era in posizione rannicchiata sul fianco destro e presentava un discreto stato di conservazione. Il corredo era deposto sui due fianchi e, in deposizione primaria, ai piedi, nella parte settentrionale della tomba (scavo 1996). 

Lo skyphos, unitamente all’intero servizio da banchetto rituale (ceramica attica, ceramica  indigena, vasellame metallico di produzione tirrenica e laconica, dodici spiedi, un tripode ed una grattugia) (vedi la chicca XXXIX del marzo 2017 http://www.cittamese.it/cultura/1070-archeochicca-xxxix-il-c-d-sito-del-troiano), era posto ai piedi del principe. 

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Le armi del corredo (costituite da due elmi, una machaira (coltello che i guerrieri portavano vicino alla spada), sette punte di lancia, un cinturone, una spada ed uno scudo argivo) erano disposte frontalmente allo scheletro. Tra lo scudo e il vasellame erano presenti, infine,  elementi relativi alla bardatura di due cavalli (prometopidia, prosternopidia, morsi equini ed anelli di briglie).”
 
Ora uno stralcio, pag 247, di “Botteghe ceramiche attiche e committenza italica: il caso della tomba 35 di Baragiano” della magnifica Professoressa Alfonsina Russo, che ringraziamo e che non ci stancheremo di ricordare come cara e sapiente amica:

“La scoperta di un eccezionale servizio di vasi di produzione attica, deposto in una sepoltura di notevole rilievo rinvenuta a Baragiano, sito della Basilicata interna, ripropone il problema relativo ai rapporti che intercorrono, nel corso del VI sec. a.C., tra alcune botteghe ceramiche attiche, intermediari greci e mercato occidentale, con una committenza rappresentata da colonie magno greche, città etrusche, aristoi (eminenti) italici. 

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La tomba in questione, ricoperta da un tumulo di un diametro superiore ai 6 metri, è stata rinvenuta sullo sperone dominante la confluenza delle fiumare di Avigliano e di Picerno, lungo l’importante asse fluviale del Platano che collega la costa ionica a quella tirrenica. Una cassa lignea (o un tavolato quale piano di deposizione), di cui restano cospicue tracce soprattutto al di sotto del vasellame bronzeo, conteneva i resti del defunto: un guerriero armato di elmo e scudo con doppia bardatura equina in bronzo.

L’uso di deporre nella tomba doppi finimenti equini si diffonde nelle sepolture indigene dell’Italia meridionale nel corso della seconda metà del VI sec. a. C., e ad una prima analisi, sembra essere circoscritto tra le élites dei territori indigeni della Peucezia (Ginosa, Conversano, Ruvo di Puglia) e nord lucani (Vaglio e Baragiano). È in questo stesso periodo (seconda metà – fine del VI sec. a. C.) che anche nelle colonie magno greche della costa ionica assume grande rilievo la cavalleria, da Sibari, a Metaponto e a Taranto, oltre che in ambito etrusco.

Il corredo funebre, costituito da sontuosi servizi da banchetto e da simposio tutti d’importazione, esprime l’identità sociale di un personaggio posto al vertice della comunità indigena…”

Come Vi sarete sicuramente accorti, i tre scritti di altrui firma e le nostre cose, si sommano e integrano per darVi un quadro chiaro del sito e della necropoli. 

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È giunto ora il momento di raccontare il “Mito”: Teseo, re e legislatore di Atene. Secondo una leggenda che ha subito l’influsso di Eracle e che potrebbe anche nascondere un personaggio vero, era figlio di un dio marino, Egeo o Poseidone e di Etra, nacque a Genetlio, presso Trezene. Allevato dal nonno, a sedici anni, come ebbe data prova della sua maturità, sollevando il pesante masso sotto il quale il padre aveva nascosto la spada e i sandali che gli avrebbero permesso di farsi riconoscere per suo figlio, si mise in cammino alla volta di Atene, che raggiunse dopo varie peripezie, liberando le sue contrade dai briganti.

Qui trovò Egeo, sposo della infausta maga Medea; fu riconosciuto dal padre e poté assicurarsi la successione regale. Continuò nelle sue imprese benemerite, uccidendo il toro che devastava la pianura di Maratona, poi, riscattando Atene dal tributo ogni nove anni, imposto da Minosse di 14 giovani, 7 maschi e 7 femmine, destinati a venire dati in pasto al Minotauro. Ucciso questo mostro e uscito dal labirinto con l’aiuto del filo procuratogli da Arianna, fuggì con lei da Creta, abbandonandola però a Nasso (da questo il detto “piantare in asso”), per ritornare ad Atene.

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Qui un incredibile numero di versioni, ecco le più comuni: Arianna fuggì con lui, ma Teseo la fece addormentare prima di abbandonarla sull’isola di Nasso (detta Dia), qui un’immagine della spiaggia, non prima di essersi congiunto con lei, che poi generò l’eroe Demofonte. Altra versione, al risveglio, Arianna, vide la nave di Teseo allontanarsi ma la disperazione fu lenita da Dioniso che, giunto sull’isola, se ne invaghì e la sposò.

Ancora, secondo altri scrittori, fu lo stesso Dioniso ad ordinare a Teseo di lasciarla per poi possederla nel tempo; i risultati di questa unione furono Toante, Stafilo, Enopione, e, secondo alcuni, Pepareto (?).

Poi, piuttosto cruda, quella che Dioniso ordinò ad Artemide di sopprimere Arianna incolpevole, sull’isola. Ancora un’altra, poi smettiamo, o quasi; anche questa molto funerea: Arianna al risveglio, sopraffatta dal dolore per l’abbandono, si gettò in mare, annegando. Ultima banale versione, Teseo si era invaghito di un’altra non meglio identificata femmina… Ci sarebbe poi la faccenda del ritorno in patria, con le vele bianche o nere: la lasciamo a chi volesse approfondire.

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Arianna, principessa di Creta, figlia del re Minosse e di Pasifae e sorella di Fedra, è stata nel tempo personaggio di numerosi lavori, comprese opere liriche, balletti e canzoni.
Riprendiamo con la storia-leggenda di Teseo; alla morte del padre, da lui stesso, involontariamente, causata, diventò padrone di Atene che, secondo la tradizione, messa in dubbio dagli studiosi moderni, egli ampliò, unendo dei piccoli centri tra loro vicini e istituendo le feste panatenee, creando i tribunali e stabilendo con classi e tribù il consolidamento della città.

Durante il suo comando su Atene, in una serie di imprese sia puramente mitiche che con presumibile fondamento storico, assalì navi, accompagnò Eracle contro le Amazzoni, sposandone la regina Antiope o Ippolita, che gli generò Ippolito, poi tristemente amato dalla matrigna Fedra. Partecipò all’impresa degli Argonauti e alla caccia del cinghiale Calidonio e respinse un tentativo di invasione dell’Attica delle stesse Amazzoni.

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Nell’Averno fu sottoposto a gravi tormenti, ma fu liberato da Eracle. Al ritorno in Atene, avendo trovato il trono occupato da Menesteo, discendente di Eretteo, si ritirò nell’isola di Sciro, dove spinto colpevolmente dal re Licomede o, per un passo falso, precipitò da una rupe in mare. Gli Ateniesi ne fecero l’eroe nazionale, costruendo in suo nome edifici famosi.

Ricordiamo pure Egeo, importante nella mitologia greca anche per la sua morte “eroica”: si gettò nel mare che prese il suo nome. Era una divinità marina e spesso negli antichi culti era identificato con il re del mare Poseidone (o Posidone). Figlio di Pandione II, fu il nono re di Atene. Ebbe due mogli che non gli partorirono maschi; non comprese un oracolo (vedi immagine), ma, partito per Trezene, si unì a Etra, figlia del re locale, ed ebbe un maschio, appunto Teseo.

La leggenda qui vuole l’origine divina, perciò Etra, dopo l’unione con Egeo, pentita?, si gettò in mare, ma, invece di affogare… incontrò Poseidone, che di fatto la rese madre; già, ma non dicevamo che Egeo era Poseidone? Evidentemente nei secoli qualcosa era cambiato negli scrittori ellenici. Teseo crebbe e qui si intersecano le due storie che Vi abbiamo raccontato.

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C’è anche Minosse sullo skyphos di Muro Lucano, dunque ecco la presentazione. Era re di Creta, figlio di Zeus ed Europa, sposò Pasifae, che ebbe un ruolo determinante nella intera vicenda; secondo la tradizione più diffusa, divenne sovrano spodestando i fratelli. Temendo l’ira dei Cretesi, chiese al dio del mare di mandare un segno concreto a suggello del suo trono con la promessa che poi l’avrebbe sacrificato in onore dello stesso dio. Poseidone gli donò un meraviglioso toro bianco, così possente che mai se n’era visto prima.

Talmente bello che Minosse lo tenne per le sue mandrie e, sacrificandone un altro sì bello, ma certo non “divino”. Poseidone per vendetta instillò in Pasifae un’irresistibile passione per quel toro bianco, tanto da indurla a farsi costruire una giovenca di legno cava, nella quale si adagiò per ricevere il magnifico toro, inconsapevole. Nacque così Minotauro, parola che racchiude minos, re, e tauros, toro. Per vendicarsi della morte del figlio Androgeo, ucciso dagli Ateniesi, Minosse, vinta Atene, le impose il famoso tributo dei quattordici giovani da offrire al Minotauro.

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Fu sovrano di proverbiale saggezza, diede ai Cretesi le prime leggi, dettate dal suo padre divino Zeus e alla sua morte divenne, nell’Ade, giudice supremo dei trapassati.
Morì quando, giunto in Sicilia, il re Cocalo e le sua figlie lo uccisero in modo atroce. 

Di Minosse ne parla anche Dante nell’Inferno, V vv. 4 e segg.

Come avrete capito, era un personaggio a metà strada tra lo storico e il mitico; comunque, per molti storici moderni minosse non è il nome di un re, ma, come quello di faraone presso gli Egizi, il titolo generico del signore di Creta. 

C’è rimasto Minotauro, poche parole per completare il racconto che parte da Teseo. Questo mostro, nato dal rapporto nefando con la regina Pasifae, aveva il corpo umano, ma al posto dei piedi due zoccoli, pelliccia bovina e testa taurina, e in più la coda. Per isolarlo comunque e senza sopprimerlo: era sempre il… figlio di sua moglie, Minosse gli fece costruire da Dedalo un ampio recinto, il cosiddetto labirinto, del quale sopra vedete un'immagine.

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Quando gli Ateniesi uccisero Androgeo, un figlio del re, questi scatenò, dopo la sconfitta di Atene, il tributo dei 14 ostaggi; ma questo, l’abbiamo già raccontato. Quello che invece, andrebbe ricordato è che, in ultima analisi, Arianna era sorellastra del Minotauro e che ha aiutato Teseo ad ucciderlo: miracoli dell’amore. Già, ma è una inezia al confronto delle immani tragedie che sconvolgevano quel mondo di dei e semidei, di eroi e briganti; e di gente semplice, per bene.

Per alcuni critici moderni, Minotauro non è altro che Minosse stesso nella sua natura, sia divina che animalesca, non per niente con l’ornamento regale delle pelli e delle corna, simboleggia la fecondità, la ricchezza e la natura del suo potere su Creta. Ovviamente, tanto è scritto nei testi dei Saggi e degli Studiosi; noi, rammentiamo, siamo sempre dei semplici “cronistorici”. 

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Vi ricordiamo che il Museo si trova nell’antico Seminario Vescovile e, assieme al possente Castello, offre una fantastica vista, una visione incantata; l’intera cittadina, adagiata verso la sommità, porta l’immagine ad un eterno Presepe, che merita di essere osservato da vicino. Credete, non è soltanto questo: è molto di più, sia dal punto di vista archeologico e storico, che da quello, inesauribile, paesaggistico.

Le raccolte che propone l’Archeologico non sono limitate al corredo delle necropoli Nord Lucane, ma spaziano su una consistente parte della storia italica; e perciò è da visitare: assieme all’Archeologico di Potenza rappresenta la massima espressione delle civiltà che ci hanno preceduto. 

Sperando che la parte dei reperti, temporaneamente ospitata nel Museo del Capoluogo, faccia presto qui ritorno, nel luogo che moralmente le appartiene. 
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Ecco, infine, le misure dello skyphos: altezza cm 15,8, diametro all’orlo cm 24, ricordando anche, che per scelta tecnica, verrà lasciato con i vuoti ben visibili, dunque senza ulteriore restauro; è una ponderata e ponderosa decisione, secondo i protocolli, che va rispettata, qualunque sia il parere personale di ognuno. 
 
DOVE SI TROVA. Il Museo Archeologico Nazionale di Muro Lucano si trova in Via Seminario, 6, telefono: +39 0976 71778, sito web  http://www.musei.basilicata.beniculturali.it ,  email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Ingresso gratuito.

RINGRAZIAMENTI. Un pensiero deferente al nostro Suocero, Dottor Pasquale Vallone, venuto a mancare qualche anno fa; questo skyphos l’abbiamo trovato su una Sua pubblicazione, che, naturalmente in eredità, è passata nelle nostre immeritevoli mani, grazie ancora.

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Alla sempre presente Professoressa Patrizia Vallone che continua a stimolarci nel proseguire.

Grazie al Responsabile del Museo, Dottor Salvatore Corradino Pagliuca, che con i Suoi accorti e sapienti suggerimenti, ha permesso questa ulteriore e spocchiosa uscita. 

CREDITI. Molte delle immagini e dei testi sono un cortese apporto del Museo lucano; altri sono una scelta redazionale. Il disegno, di fantasia, è di chi Vi continua ad infastidire. Pazientate.

CONCLUSIONI. Speriamo di superare questo virus e questi freddi; verso la “Stagion dei Fiori”. Ciao.

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