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ARCHEOCHICCA (LXX) - LA MUMMIA DI ISIURET

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IL DOLCE, ATTONITO VOLTO
DELLA BELLA
SACERDOTESSA

CIVICO MUSEO 
ARCHEOLOGICO
P. GIOVIO, COMO

di Sergio Murli

Stiamo per raccontarVi una storia lontana, molto lontana; affascinante come solo le vicende di questo popolo antico sanno darci; storie quasi perdute tra le sabbie in eterno moto e che solo a forza di ingegni e braccia, tornano faticosamente alla luce e purtroppo, soltanto in parte, sbocconcellate dai millenni trascorsi, deturpate dal sole fiammeggiante e dal freddo del deserto che solo loro sanno trasformarne le terre roventi in gelo spietato. 
La nostra vicenda lontana, molto lontana, come tutte quelle archeologiche, vogliamo narrarvela come dal diario di uno scavo; inizia come tale e lo scavo mette in luce gli strati dal più vicino a noi, fino al più antico e coevo alla storia che vogliamo raccontare.

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È quella di Isiuret, giovane sacerdotessa di Amon a Karnac, Tebe: zona santa, con recinti templari immensi, edificati dai più grandi e potenti faraoni d’Egitto; e nelle necropoli tebane era stata sicuramente sepolta,   ma andiamo per ordine… stratigrafico.

Primo “strato” e speriamo ultimo della sua vicenda terrena, è quello del Museo comasco, dove riposa nel suo sarcofago fittamente dipinto a colori ancora vivaci – è qui il caso di ricordare che era disdicevole e pericoloso lasciare spazi “bianchi” tra le innumerevoli preghiere e suppliche agli dei in nome del defunto, spazi che avrebbero sicuramente occupato le forze del male sempre in agguato per deviare l’anima del morto verso gli inferi e vincere la perenne lotta contro i difensori e dispensatori di lodi ed elogi, ascoltati con simpatia e favore dalle divinità che decidevano della vita di eterna felicità nei campi perennemente verdi e profumati che attendevano i puri di cuore; non per niente nel giudizio, presieduto nel consesso divino da Anubi, sulla bilancia il cuore doveva pesare meno di una piuma, simbolo della dea Maat, la verità.

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Parleremo dopo della mummia di Isiuret e del suo sarcofago, dormienti nel Museo. 

Passiamo ora alla “strato” successivo: giunta da tempo in questa Collezione museale, donata da Adele, figlia di Alfonso Garovaglio, morto nel 1905 e per suo volere lasciata a questa civica Istituzione; era stato, questi, un grande studioso di civiltà antiche e notevole collezionista; il frutto dei suoi viaggi per il mondo l’aveva indotto a conservare le sue acquisizioni nella villa di Loveno, vero museo privato.

Era iniziato tutto nel 1869 con particolare attenzione ai reperti della civiltà faraonica, ma l’arrivo di Isiuret era stato successivo, 1887; ora continuiamo per ordine di “strati”: 1819, Mohammed Ali, Khediveh d’Egitto, dona al signor Baldassarre Valerio un sarcofago completo di mummia, per ringraziarlo per aver onorato certe pendenze economiche di studenti egiziani. 

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Era quello un periodo di grandi ritrovamenti di depositi funerari; periodo del quale l’Egitto approfittò per “sdebitarsi” con innumerevoli Stati dei loro servizi a favore dell’egittologia, cedendo qua e là mummie, papiri e oggetti andati a rinvigorire le collezioni ufficiali di mezzo mondo. Ci è venuta in mente anche la mummia del sacerdote Ankhekhonsu  del Civico Museo Archeologico di Bergamo, probabilmente, se non sicuramente, originaria dello stesso sito archeologico e dello stesso periodo dinastico.    

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1887, Garovaglio è in possesso della nostra Isiuret e decide di vederne di più, considerando che il precedente proprietario non aveva azzardato l’apertura del sarcofago, forse perché non in grado tecnicamente di osare tanto. L’incisione fu fatta ai lati del coperchio che al sollevamento svelò il corpo imbalsamato, “infiocchettato” con un magnifico nastro delicatamente arricchito da linee azzurre. Preso coraggio, si operò anche sulle fasce e racconta il Garovaglio che “le bende erano larghe circa 14 centimetri e, riunite, non dovevano misurare meno di 100 metri”.

Dopo di allora Isiuret non ha subito ulteriori indagini sul suo corpo dall’arrivo in Museo 1905 – 1906, se non quelle non invasive che permette la scienza moderna.

Un altro “strato” ci porta all’interessamento della Professoressa Edda Bresciani, della quale, modestamente, conosciamo ed apprezziamo gli scritti sull’Antico Egitto, relatrice di tesi di laurea sui reperti egizi del Museo comasco, intorno all’inizio degli anni ’70. 
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Altro interessamento alla fine di questo decennio a cura dell’architetto Giorgio Lise, che progettava un esauriente catalogo, purtroppo rimasto nel cassetto. 

Chi era Isiuret? Intanto il suo nome significa “Iside la Grande”. I suoi titoli erano “Suonatrice di sistro di Amon Ra”, il secondo “cantatrice del coro di Mut, la Grande, Signora di Asceru (lago sacro)”, l’altro “la venerabile signora della Casa”; infine, “balia di Khonsu fanciullo”. 

 In quale epoca è vissuta, quali avvenimenti hanno sconvolto la sua delicata persona; quali eventi storici hanno segnato il periodo egizio che l’ha vista muta e attonita protagonista?

Intanto sembra certa l’appartenenza alla fine della XXII dinastia e nulla più:  proveremo ad indicare, secondo una logica delle probabilità, quale potrebbe essere il faraone allora regnante, e scusate la nostra indubbia arroganza e saccenza.

Takelot II (850 – 825 a.C.) ha governato oltre un quarto di secolo, praticamente anzi, per ben trentuno anni, vedremo poi perché, occupando l’intero epilogo di questa dinastia; dunque potrebbe essere lui il sovrano in oggetto; almeno secondo una stiracchiata probabilità.

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Il suo prenome era Hedjkhperra –Setepenra e il suo nomen Takelot- Meriamon; figlio minore di Osorkon II, regnò a lungo ma purtroppo poco conosciamo a causa della rarefazione dei documenti sulla sua vita, nonostante che, compreso il periodo di associazione al padre, la sua fase operante potrebbe essere arrivata a 31 anni di potere. 

Sappiamo delle beghe con i sacerdoti tebani che tentò di controllare con la nomina di un principe ereditario, un Osorkon primo profeta di Amon, ma questa mossa, impopolare, portò a una rivolta, culminata con la caduta di Tebe;  alterne vicende riportarono al successo Takelot e all' insediamento del Primo Profeta.

Nuova crisi nel diciottesimo anno di potere e nuova rivolta, questa volta più seria e più lunga, con una guerra civile che imperversò  per almeno dieci anni, al termine della quale la pace fu… armata con continue lotte per il possesso della capitale. 

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L’epilogo si ebbe con l’instaurazione e  l’inizio della XXIII dinastia, fondata da Petubastis. Takelot II, alla sua morte, fu sepolto a Tanis. Ufficialmente non sappiamo nulla della sua tomba: poche tracce, come detto, restano di lui, Ve ne offriamo comunque qualche elemento, come una iscrizione sul pilastro sinistro del portale del tempio di Ptah a Karnac e in una immagine tra la divinità e un sacerdote.

La “nostra”Isiuret, vissuta in simili sconvolgimenti, potrebbe aver sofferto di una morte prematura e cruenta, come ipotizzano alcuni ricercatori moderni? 

Come in ogni scavo che si rispetti, arriva la fase delle analisi e degli studi approfonditi sul materiale raccolto. Ecco ciò che racconta il corpo della sacerdotessa.

Era giovane e bella; aveva avuto una infanzia e un’adolescenza senza sbalzi né traumi, l’alimentazione era stata regolare abbondante di cibi sani, nutrienti e di alta qualità. Entrata nel collegio sacerdotale di Amon, con il favore di familiari appartenenti agli altissimi gradi della gerarchia religiosa, non sembra avere avuto ostacoli ipotizzabili: “… il padre, che aveva sposato la figlia del fratello e quindi nipote, il nonno-zio, il bisnonno, il trisavolo e il quadrisavolo, avevano tutti ricoperto cariche sacerdotali e amministrative nell’ambito del culto di Amon a Tebe; la madre di Isiuret invece, di nome Takharu, è semplicemente definita come ‘signora della casa’.

genn-20 rx1 A011523C1643 RX11Il nonno-zio Gedmutiufank, il bisnonno Amenemope, il trisavolo Gedmutiufank e il quadrisavolo Hahat portavano tutti gli stessi titoli di ‘padre divino, amato dal dio’ e di ‘preposto all’archivio della casa di Amon’. Il primo titolo portato anche dal padre di Isiuret, era molto frequente fra i sacerdoti tebani, era attribuito al clero ammesso alle celebrazioni sacre: costituiva quindi il primo gradino della carriera sacerdotale per arrivare alle più alte cariche; il secondo titolo era di tipo amministrativo. È da notare in particolare la maniera in cui questi titoli sono stati resi nei testi del sarcofago di Como: per indicare infatti che tutti e quattro i personaggi avevano le stesse due cariche del primo è stato usato il termine ‘come quello’, da tradursi ‘con gli stessi titoli (del padre)’, espressione molo usata in Epoca Tarda.

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Il padre di Isiuret, Hahat, oltre a presentare il titolo di ‘padre divino, amato dal dio’, copriva altre due cariche di tipo amministrativo: ‘scriba di terzo grado del tempio di Amon’ e ‘soprintendente agli scribi disegnatori per il signore delle Due Terre (cioè il faraone) nella casa di Amon’. Come è noto il ricco patrimonio annesso al tempio del dio Amon a Karnak veniva amministrato da un ‘esercito’ di scribi-sacerdoti suddivisi in varie gerarchie: Hahat era dunque uno di questi, e rispetto agli avi aveva acquisito una certa importanza che si riflette nelle cariche sacerdotali attribuite alla figlia Isiuret”.

Assenti eventuali malattie o morbi, non risultanti dalle analisi effettuate. Dentatura perfetta e ben curata. Unico problema: “il bacino ha presentato radiograficamente una netta diastasi della sinfisi pubica e un accavallamento della sincondrosi sacroiliaca di sinistra come per frattura o lussazione del bacino stesso. Il radiogramma del rachide cervicale ha documentato la frattura/lussazione del soma (settima vertebra cervicale) ruotato di 180° rispetto il normale orientamento. … di difficile interpretazione il rilievo della lesione traumatica sul bacino e sulla settima vertebra cervicale. … Presente lo svuotamento delle cavità orbitarie con apposizione di monili al posto dei bulbi oculari. …
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CONCLUSIONE. L’età di questa donna è stata definita radiologicamente tra i 18 e i 30 anni e la morfologia del cranio appare dolicocefalica e tipicamente Nord-Africana… Le lesioni a livello del collo, delle coste e del bacino rimangono ignote, ma probabilmente sono da correlare a pratiche post-mortem piuttosto che alla causa di morte.”

Già, ma a quanto sembra, non tutti sono d’accordo. 

L’osservazione delle mummia, senza veli, grazie ai progressi delle indagini non invasive, presenta chiaramente testa e collo ruotati anormalmente su un lato, come quasi a denunciarne il distacco, perché? Dunque, oltre a sbadati interventi durante l’imbalsamazione, perché non considerare un’accidentale caduta da certa altezza con il naturale, all’impatto, “insaccamento” del corpo? 

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Oppure un gesto omicida con strangolamento e rottura del cosiddetto osso del collo? 

Quest’ultima ipotesi ci fa orrore, ma, con coraggio, va affrontata; anche considerando quel periodo – se è quello – delle lotte e rivolte sanguinose, che hanno preceduto la nascita della XXIII dinastia.

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In ultimo, è interessante il contributo della scienza contemporanea – a proposito, la tomografia assiale computerizzata che è stata usata in Italia, per simili esami, nel 1990 proprio sulla “nostra” Isiuret all’Ospedale Sant’Anna di Como – ha portato alla sorprendente ricostruzione somatica che Vi offriamo con le varianti dell’abito bianco sacerdotale sul suo corpo “rivitalizzato” e con il simbolo di una delle sue funzioni religiose di suonatrice di sistro; l’altra era di cantatrice.

C’è anche qualcuno dei suoi monili e la collana presente per le funzioni di rito; immancabile il cono profumato solubile sulla testa, contro le sudorazioni a quelle temperature.

Abbiamo interpellato il Professor Giuseppe Cocchia, insigne clinico, che ci ha detto di essere ben contento del coinvolgimento e che ci farà sapere presto qualcosa delle sue conclusioni: Vi informeremo con un aggiornamento.

AGGIORNAMENTO"Ringrazio Sergio Murli, amico ed attento esperto del mondo antico e dei suoi segreti, per avermi “coinvolto”  nella storia della sacerdotessa Isiuret.  Dagli accertamenti in visione sia radiografici che TAC (risalenti agli anni ‘90), confermo che questa sacerdotessa risulta dolicocefala. La metodica di imbalsamazione risulta efficace. Sulle sue spoglie sono evidenziabili dal punto di vista radiografico delle fratture costali bilaterali, minimamente scomposte,  in assenza di callo osseo, di verosimile origine post-mortem  probabilmente legate alla procedura di preparazione. 
 
Controverse invece sono le lesioni al bacino ed al rachide cervicale anch’esse attribuite da alcuni alle procedure di imbalsamazione. Ribadisco che il bacino a livello radiografico presenta una netta diastasi della sinfisi pubica ed un accavallamento della sincondrosi sacroiliaca come per una frattura oppure per lussazione dello stesso bacino. Una delle  ipotesi sul meccanismo  di queste lesioni potrebbe essere da attribuire ad una grave e forse fatale caduta dall’alto, con urto dell’osso sacro-coccigeo e le successive lesioni in evidenza.
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Tale urto si sarebbe potuto poi ripercuotere sulla colonna con un meccanismo di 'insaccamento vertebrale' come ipotizzato dell’Autore di questo articolo. Quanto detto giustificherebbe la presenza di microframmenti e la lussazione latero-anteriore della 7 vertebra cervicale (c7) con rotazione di 180°. Tali  lesioni si sarebbero generate seguendo una delle possibili linee  antero-posteriori di gravita , quella  che collega il sacro al forame magno passando in zona c7; la  c7 è  inoltre il fulcro di rotazione del movimento della testa sulle spalle. Nella caduta non è comunque  da escludere un urto separato sacrococcigeo e della colonna cervicale. Questa è ovviamente una ipotesi e tale deve essere considerata. Mi auguro che quanto supposto possa essere  spunto per  ulteriori considerazioni  inerenti il decesso di una giovane donna 'in apparente buona salute'."

Isiuret era molto bella, austera e un po’ sognante, attonita e forse malinconica, ma chissà: quello che aveva nel cuore era soltanto suo. Tale rimarrà in eterno, era ed è il suo segreto e la sua intimità va rispettata. Per affetto, per amore e per rispetto, verso Colei che tanto ha concesso, a noi spettatori privilegiati del XXI secolo d.C. : tremila anni dopo. 

Come sempre qualche notizia sull’edificio che la accoglie: “Il Museo Archeologico Paolo Giovio è ospitato da oltre un secolo all’interno di Palazzo Giovio che fu la residenza cittadina dei conti Giovio. La sua origine risale tuttavia alla metà del XIX secolo e la sua prima sede era presso il Liceo Classico. Nel 1894, il continuo incremento delle collezioni indusse il Comune a trasferire nella sede attuale il civico museo e l’archivio notarile. (La sala che Vi proponiamo alla vista ne è un piccolo saggio).

L’edificio, risalente al tardo medioevo, subì alcune modifiche nel XVI secolo per opera di Benedetto Giovio ma assunse l’aspetto attuale, che risponde ai canoni del barocchetto lombardo, nel XVIII secolo con Giovan Battista che fece aprire grandi finestre nella facciata e creò una loggia sopra al portone.

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La tipologia oggi riconoscibile è quella a U, composta da un corpo prospiciente l’area pubblica e da due ali che all’interno definiscono una corte, aperta sul quarto lato. Tale tipologia è giustificata  dalla presenza, sul retro, del terrapieno delle mura romane e medievali, che si prestava ad essere sfruttato come giardino terrazzato.

Il museo venne inaugurato nel 1897 e le raccolte erano costituite da materiali molto eterogenei, ai quali si diede una migliore sistemazione nel corso degli anni con l’acquisizione di nuovi spazi, a partire dall’istituzione nel 1932 del Museo Storico fino all’apertura della Pinacoteca civica nel 1989 e agli ultimi lavori di restauro e riallestimento.”

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DOVE SI TROVA. Il Civico Museo Archeologico Paolo Giovio si trova a Como in Piazza Medaglie d'Oro,1, telefono: 031.252.550, sito web https://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Luogo/MibacUnif/Luoghi-della-Cultura/visualizza_asset.html?id=155332&;pagename=157031

Se volete saperne di più, sono disponibili in Museo, eventualmente su richiesta, i grafici schematici delle figure presenti sul cofano mummiforme.


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RINGRAZIAMENTI. Per  la consueta instancabile collaborazione della Professoressa Patrizia Vallone, in rapido recupero di salute e alacre ritorno all’insegnamento in un prestigioso Liceo romano. Al Professore Giuseppe Cocchia, fraterno amico ed eccellente professionista, per la consulenza promessa con entusiasmo e mantenuta. Infine, alla Dottoressa Marina Uboldi, PhD, Conservatore del Civico Museo, preziosa per il suo sapere e il suo incondizionato e indispensabile aiuto.

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CREDITI. Alcune delle immagini sono un gradito apporto del Civico Museo comasco, altre sono una scelta redazionale, i testi virgolettati e non, provengono da saggi, come “Sarcofagi e Mummie”, p. 45 p. 47, apporti e conferenze a firma, in ordine sparso, di Isabella Nobile, Davide Porta, M. Binda, Cristina Cattaneo, Lanfranco Castelletti, P. Cecconi, G. Gozzi, EL., V.F., Angiola Codacci-Pisanelli, Barbara Faverio, Gianluigi Nicola, e la presente e zelante Marina Uboldi; salvo omissioni, naturalmente non volute. Il disegno del titolo, di fantasia, è di chi vi scrive.

CONCLUSIONI. La giovane e bella sacerdotessa rimarrà nei nostri pensieri, compagna discreta del crepuscolo della nostra esistenza, magari, speriamo lunga, chissà. Alla prossima avventura, o chicca, come preferite, ciao e buon Anno.

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