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ARCHEOCHICCA (LXVII) - INCENSIERE DI ARTIMINO

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LA FANTASTICA BELLEZZA
DI UN FINE CAPOLAVORO

CIVICO MUSEO ARCHEOLOGICO
F. NICOSIA, CARMIGNANO (PO)


di Sergio Murli

Gentili Lettori,  è bene chiarire che , in linea con la nostra impostazione, la chicca è l’oggetto base; anche se nel nostro caso l’incensiere è accompagnato da un secondo, pari in bellezza e in valore storico, più altri elementi  altrettanto in condizione da poter rappresentare, assieme, un palese esempio, senza remore, di fantastica bellezza e sapienza, fonte di genuina meraviglia per la acuta e raffinata conoscenza di questo Popolo a quei tempi.

Ora, ricordando ancora, in premessa, che noi siamo prettamente e schiettamente dei cronistorici, attingeremo ai sudori e agli scritti altrui, fonte sì di sacrifici, ma confortati da brillanti risultati dei quali sono proprietari e depositari. 
Naturalmente verranno indicati nella bibliografia e ricordati di volta in volta in neretto e virgolettati. Tanto, compresi i crediti, era dovuto.

ott-19 Incensiere da Artimino foto Soprintendenza Archeologia Toscana - Copia
Questo oggetto è frutto della prima campagna di scavo delle necropoli di Artimino, zona interna dell’Etruria settentrionale, nei pressi di Carmignano provincia di Prato e riteniamo, con qualche taglio, pardon, è doveroso riportare le parole di Francesco Nicosia. Allora fresco funzionario e Direttore degli Scavi su incarico del Soprintendente G. Maetzke e su invito di Massimo Pallottino, tra i più eruditi del settore, a presentare questo saggio-studio, in quel tempo e per certi versi, preliminare, ma di assoluto valore, sia per la “nostra” chicca che per l’etruscologia:  “Tomba a Camera del Tumulo C, databile all’ultimo ventennio del VII, o i primi anni del VI a.C.”

Per vari motivi il monumento in esame riveste intesse tale da indurre a presentarlo isolatamente e preliminarmente rispetto alla pur imminente pubblicazione della campagna di scavo. Anzitutto il vaso appartiene ad un complesso apparentemente unitario, di cronologia abbastanza definibile; in secondo luogo, la forma particolarissima e la decorazione, se da un lato ne fanno un pezzo unico, dall’altro suscitano i problemi dell’inquadramento culturale e del luogo di fabbricazione; infine c’è l’epigrafe (che con un po’ di attenzione, potete vedere incisa sul gambo dell’incensiere), di discreta lunghezza, che costituisce per ora il più antico testo etrusco databile con notevole precisione dell’Etruria settentrionale interna e che consente di affermare con ragionevole sicurezza che l’oggetto fu espressamente fabbricato per la deposizione nella tomba. 

… Il vaso consta di cinque pezzi componibili, formati e cotti separatamente: tre vaschette che insistono su un manubrio, il quale a sua volta si imposta su un sostegno a tromba. (Queste le misure: altezza massima cm 27, larghezza cm 25,8).

ott-19 Artimino-PR-TUMULO-C - Copia… Queste particolarità e il fatto che nessuna delle altre quattro parti componibili del vaso è stata eseguita al tornio mi inducono a pensare che il pezzo sia stato formato a mano o a stampo con l’uso di una matrice esterna. 

La parte superiore del sostegno è riservata all’iscrizione, che forma una spira e mezza: le lettere sono state apparentemente incise, mediante la sottile punta di una spatola di legno duro, sulla superficie del ‘bazzotto’, cioè dell’argilla già consistente, ma non ancora secca. 

La decorazione a traforo e incisione, che interessa tutta la parte inferiore, è concepita unitariamente ed eseguita in due tempi immediatamente successivi: è stato prima tracciato il disegno completo, delineando le curve principali con un compasso e completando l’ornato mediante la ‘scarpa’ della spatola: poi, evidentemente con questo stesso strumento, una parte dei segni è stata accentuata fino a trapassare lo spessore della parete ed ottenere una vera e propria lavorazione a traforo. L’ornato si compone di tre elementi sovrapposti: su una banda di base corre un fregio continuo di otto nodi eretti superiormente tangenti, sormontate da un giro di otto foglie con le punte rivolte in basso e inserite sugli angoli di tangenza dei nodi.
ott-19 Immagine gambo - Copia
… Il manubrio (lungh. 0,19; alt. 0,031; alt. del cordolo 0,02. Ricomposto da frammenti con minime integrazioni) è modellato a mano senza l’aiuto di stampi: consta di due bracci orizzontali (con qualche irregolarità), che si dipartono in direzioni opposte da un corpo centrale verticale; ciascuno dei due bracci è costituito da tre bastoncelli sovrapposti a breve intervallo e facenti capo a un elemento verticale cilindrico esterno; 

… Il nesso fra il manubrio e il sostegno che ho cercato di descrivere, è, che io sappia, il più antico esempio di ‘perno di spinta cilindrico’, nesso tutt’ora largamente applicato ove si richieda una possibilità di rotazione completa intorno ad un asse fisso. Ad es. nei ventilatori e nelle maniglie alzavetri delle vetture: la sola differenza tra l’esempio di bucchero e le applicazioni moderne è l’introduzione di queste ultime di artifici atti a ridurre l’attrito (cuscinetti a sfere), o ad accrescerlo (molle). 

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… La possibilità di far ruotare il manubrio sul sostegno offriva il modo di compensare le piccole irregolarità dei due pezzi ed eventualmente anche quelle del piano di appoggio, realizzando in ogni caso l’orizzontalità. 

… questa navicella (vedi disegno) rientra perfettamente nel tipo che il Paglieri definisce ‘ etrusco-italico’. Allo scafo simmetrico dal quale è distinta la chiglia mediante una forte nervatura a rilievo… 

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L’assenza dell’albero, che peraltro nelle navi antiche era smontabile, con la funzione di contenitore, che la navicella deve aver avuto, ed alla quale l’albero sarebbe stato di ostacolo; le assenze del remo-timone e del ritto di prora sono anch’esse spiegabili, ove si ammetta che il vaso di Artimino fosse un incensiere o una lucerna, in cui i kalathiskoi fungessero da vaschette di combustione e la navicella da serbatoio di rifornimento…

… L’iscrizione è edita in altra parte di questo volume. Il testo Mi zinaqu Larthuzale Kulenniies’s si apre con il pronome di prima persona al nominativo, Mi, che designa l’oggetto come ‘parlante’; segue la forma verbale zinaqu, alla quale mi sembra si possa attribuire una funzione grosso modo analoga a quella di un participio passato passivo; il testo si chiude con il prenome ed il gentilizio al dativo del giovane defunto: ‘io [sono stato] dedicato (o simili) a Larthuzale Kulenniies’s’. È assai probabile, anche se non certissimo, che la forma Larthuza, con la terminazione tipica dei diminutivi, stia ad indicare la giovane età del morto. 

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… Il testo si presta ad alcune osservazioni utili ad una migliore caratterizzazione dell’ambiente che ha espresso il nostro bucchero. 

Lo schema della nostra epigrafe, Mi + part.(passato passivo) + dativo del destinatario, non è molto comune, né molto comune è l’uso del verbo di cui zinaqu è attestazione. 
ott-19 Immagine sostegno
Dall’esame fin qui condotto è possibile trarre alcune conclusioni: 
- Il bucchero di Larthuza Kulennii può essere considerato un incensiere o una lucerna, benché manchino confronti strettissimi, 
- La decorazione del sostegno, sia dal punto di vista tecnico, sia da quello iconografico, trova una definizione nell’ambito della cultura locale, quale è nota principalmente dal corredo della Montagnola, e nella quale confluiscono elementi caratteristici di altre aree (ceretana, falisca) o semplicemente presenti anche altrove (Vulci); 
- L’epigrafe, nettamente caratterizzata come settentrionale, aggiunge elementi nuovi e in parte inattesi alle nostre conoscenze, confermando l’esistenza di caratteri diversi, variamente attestati altrove, ma stabilizzati nella cultura locale già prima del VII secolo. 

… Non penso, a questo punto, che si possa dubitare della fabbricazione del nostro vaso in una bottega locale, probabilmente nella stessa che ha prodotto gli alabastra di impasto buccheroide della Montagnola, le anse configurate di Montefortini e di Palastreto e numerosi frammenti di Artimino, in corso di studio, sui quali è particolarmente diffusa la decorazione a cerchielli impressi che abbiamo visto nelle parti superiori dell’incensiere-lucerna. 

L’identificazione di una fabbrica di buccheri, attiva nell’area di Quinto Fiorentino e di Artimino sullo scorcio del VII secolo, è un fatto molto significativo per la definizione dell’orientalizzante recente nell’Etruria settentrionale interna: contribuisce infatti a caratterizzare tale cultura non come dipendente dall’influenza di uno o di altro centro, ma come fenomeno assai più complesso di fusione organica ed autonoma di elementi che, naturalmente, si ritrovano, originari o caratteristici, anche in altre aree.
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Viene inoltre attestata la presenza e la vitalità di un artigianato locale, non solo nel campo degli oggetti preziosi, ma anche in quello degli utensili: è infatti impensabile il sorgere di una bottega specializzata nella sola produzione di buccheri artistici, senza il supporto economico e tecnico della produzione di fittili meno pretenziosi, ma di ben maggior diffusione e smercio. Sarebbe per altro arduo considerare importata la gran quantità di frammenti di bucchero e di impasto buccheroide appartenente a forme vascolari non particolarmente caratterizzate, che gli scavi di Artimino e di Palastreto restituiscono. 

… in concomitanza con la maturazione di una cultura locale, organica e robusta, fatta non solo di assimilazione e di elaborazione di elementi allotri, ma anche di creazione autonoma (si pensi da un lato agli athyrmata della Montagnola, ma dall’altro alle potenti ed autonome espressioni architettoniche della Montagnola e della Mula, di Montefortini e di Monte Calvario), troviamo le prime testimonianze epigrafiche, anch’esse esibenti caratteri che, invece di condurci semplicisticamente verso una precisa ’provenienza’, attestano una formazione eclettica e perciò stesso autonoma.

Da Studi Etruschi, volume XI serie II – Firenze, Leo S. Olschki – editore, MCMLXXII.

Altrettanto doveroso e, da parte nostra una partecipazione di affettuosa simpatia, è riportare lo scritto di Maria Chiara Bettini: Due incensieri di bucchero inediti dal tumulo di Montefortini a Comeana; restituiti dagli scavi in epoca successiva.

Alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso la scoperta della tomba orientalizzante della Montagnola a Quinto Fiorentino, indagata dall’allora Soprintendente Giacomo Caputo, svelò l’esistenza di una presenza etrusca di antica data a nord dell’Arno, fino ad allora supposta sulla base delle scoperte ottocentesche del sepolcreto villanoviano di Firenze e di altri ritrovamenti avulsi da un contesto certo, non inseriti all’interno di un quadro organico.
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L’esplorazione delle tombe dei Boschetti (1965) e di Montefortini (1966), a Comeana, avvenute nell’ambito delle ricerche topografiche del territorio fiorentino e dirette da Francesco Nicosia, acclararono definitivamente l’esistenza di una facies orientalizzante a nord dell’Arno con caratteristiche originali, consentendo di scrivere un nuovo capitolo della storia etrusca. 

Le ricerche condotte negli anni immediatamente successivi da F. Nicosia e da G. De Marinis nel medio-Valdarno portarono nuovi significativi contributi che andarono a confermare il quadro delineato  e attestarono l’esistenza di un popolamento diffuso e radicato; un quadro oggi notevolmente incrementato dal moltiplicarsi dei ritrovamenti in tutta l’area a sud della dorsale appenninica.

Sul versante sud-orientale del colle di Artimino, che digrada verso il corso dell’Arno, le indagini svelarono l’esistenza di una necropoli utilizzata principalmente in periodo orientalizzante e arcaico, in località Prato Rosello. Lo scavo del vestibolo del Tumulo C restituì un incensiere di bucchero di fattura estremamente accurata, composto da cinque elementi realizzati separatamente e assemblati mediante un sistema di incastri con perni e occhielli, senza raffronti nel panorama della produzione etrusca: si tratta di un oggetto contrassegnato da un’iscrizione etrusca di dono che denuncia l’alto livello culturale del gruppo gentilizio che l’ha commissionato negli ultimi decenni del VII secolo a.C. 

… Nella prima metà degli anni Ottanta, la ripresa delle indagini nel tumulo di Montefortini mirata all’identificazione di una seconda tomba a camera – la cui esistenza era stata ipotizzata da Nicosia fin dagli Sessanta – riportò alla luce una tomba a tholos posta al centro del tumulo la cui costruzione è stata collocata poco dopo la metà del VII secolo a. C. 

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…. La stessa tomba ha restituito anche una coppia di ‘incensieri’di bucchero ancora inedita e destinata all’esposizione del Museo Archeologico di Artimino. (nella foto di uno dei due)

In entrambi un elemento orizzontale (‘manubrio’) decorato a giorno sostiene tre pissidi di forma globulare compressa, con relativo coperchio, imperniate al centro e alle estremità del sostegno, montato a sua volta su un alto piede strombato. 

… Le tracce di combustione identificate al momento del ritrovamento nelle coppette laterali dell’ ‘incensiere’ di Artimino hanno sostanziato la funzione che gli è stata riconosciuta di ‘incensiere’ (o, in alternativa, di lucerna); l’arrivo dell’incenso nell’Etruria settentrionale interna è stato confermato dai ritrovamenti di Casale Marittimo: il suo impiego nella cerimonialità funeraria sottolineava lo status elevato della famiglia, ma rispondeva al contempo alla necessità di purificare e profumare l’aria nel corso dell’esposizione del defunto.

… Entrambe le sepolture che hanno restituito questi oggetti sono dotate di una ‘terrazza-altare’ sporgente dal tamburo, posta sul medesimo lato dell’ingresso, destinata verosimilmente al cerimoniale funerario, sebbene le tombe siano di tipo diverso e siano state realizzate con una tecnica costruttiva diversa … Non sembra del tutto fuori luogo l’ipotesi che questi ‘incensieri’ avessero una funzione specifica nella ritualità funeraria, nell’ambito di una cerimonia che avrebbe potuto svolgersi sulla ‘terrazza-altare’ prima della sepoltura. 

… Resta sub-iudice la localizzazione dell’ambito dell’Etruria settentrionale dell’atelier che ha prodotto questi oggetti, anche se non si può escludere che si tratti di opere realizzate su commissione da un unico artigiano itinerante, a servizio delle elites aristocratiche che ne richiedevano l’intervento, che ben doveva conoscere i pregiati manufatti eburnei di cui costoro facevano vanto nelle proprie dimore e aperto ad influenze di diversa origine che devono aver contribuito alla sua formazione. 

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… Certamente questo raffinato artigiano deve aver lavorato nel medio Valdarno e fatto scuola…  

Gli incensieri di Comeana e di Artimino non hanno confronti in Etruria. L’aspetto tecnico è alquanto significativo e, ritengo, decisivo: esso dovette corrispondere alla necessità di risolvere un problema pratico nella costruzione di questi oggetti; ma, ancora più rilevante, appare il significato culturale che sottende alla loro funzione e alla loro adozione nell’ambito della cerimonialità funeraria. 

… si ribadisce il ruolo che il medio Valdarno, con Artimino, deve aver svolto nel VII secolo a.C. nel controllo degli scambi commerciali e culturali verso i territori dell’Etruria padana, ma anche verso la regione golasecchiana e quella veneta. È un’area che si svela sempre più crocevia di elementi culturali diversi che hanno favorito la formazione di un originale linguaggio figurativo al servizio di ricche elites locali.”

Segue abbondante bibliografia. 
Da Rivista di Archeologia, Anno XXXIV 2010 – Giorgio Bretschneider Editore – Roma.

Che altro dire, la partecipazione appassionata della Responsabile Scientifica del Museo di Artimino, Maria Chiara Bettini, è di grande, orgogliosa soddisfazione da parte nostra (siamo stati ingenerosi nell’apportare tagli corposi al suo scritto): merita senz’altro una lettura in esteso. 
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Siamo stati colmati d’ogni notizia utile a fare risaltare la straordinaria importanza di questo manufatto e dei suoi simili,  vero passo avanti nel progresso  culturale e artistico del periodo; progresso che tuttora, come indicato, è utile alla fabbricazione di congegni in uso in più campi ma dei quali si è perso nei secoli purtroppo, il ricordo del geniale o dei geniali autori di quelle prodigiose soluzioni. 

A proposito delle flebili dispute sull’origine storica della Zona, etrusca o ligure, vista la naturale sovrapposizione delle due realtà confinanti, anche se in epoche diverse, ci permettiamo di dire che il territorio, dopo analisi serie e obiettive (altrui), è sì stato invaso per un breve  periodo dai Liguri, che per drammatiche contingenze – pressione dei Galli, dilaganti dalla pianura padana – , erano discesi in Etruria, sembra fino ad Arezzo, ma non scalfendo la inossidabile cultura etrusca, formatasi e rafforzata nei secoli. 

Aggiungiamo che nelle numerose campagne di scavo, organizzate dal Nicosia e in altri periodi, intraprese inizialmente con studi, G. Lami fin dal 1776, sono emerse le mura di Artimino e innumerevoli tumuli che hanno definitivamente indirizzato analisi e considerazioni verso il compendio che ora è il nuovo Civico Museo. 

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Note, anche storiche, sul Museo. Come sempre, qualche cenno sull’edificio che ospita il “nostro” reperto; intanto la Sede è stata in un recente passato, dal 1983, un’altra e altrettanto prestigiosa, se non di più. 

Era nei sotterranei della Villa Medicea “La Ferdinanda”. Edificata alla fine del 1500, su disegno del Buontalenti; pensate cosa sono i ricorsi storici: è stata costruita su un pianoro che era area sacra in epoca etrusca e dunque, come spesso si dice, nulla avviene per caso. Questa residenza fu chiamata anche Villa dei Cento Camini, per il numero dei comignoli apparentemente esagerato, ma del tutto coerente con le esigenze di salute dei Medici, gravati ereditariamente dalla gotta e dunque in necessità di gran calore per le stanze, davvero numerose nel vasto palazzo. 

La Ferdinanda ha visto soggiornare tra gli altri anche Galileo Galilei e quasi certamente Leonardo da Vinci, non si spiegherebbe altrimenti il girarrosto disegnato nella cucina delle cantine e a lui attribuito. 

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Da 26 marzo del 2011, è ospitato nella nuova Sede che si trova nelle ex tinaie della Fattoria di Artimino e intitolato a Francesco Nicosia, che tanto bene ha fatto e ha contribuito alla valorizzazione della zona, assurta a fascia di altissimo interesse archeologico; non per niente, come avete letto sopra, abbiamo riportato parzialmente uno scritto del celebre archeologo, nelle descrizioni essenziali del “nostro” incensiere. Non poteva mancare il forte sentimento che traspare dallo studio della Maria Chiara Bettini, da noi riportato altrettanto parzialmente. Per gli interessati sono disponibili i saggi completi con tanto di bibliografia. È altrettanto acquisibile la Guida museale. 

DOVE SI TROVA. Il Museo Archeologico di Artimino "Francesco Nicosia" si trova in Piazza San Carlo, 3 (Artimino) - 59015 Carmignano (Po), telefono 055 8718124 e 333 9418333 (per prenotazioni visite e attività),  sito web http://www.parcoarcheologicocarmignano.it , email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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RINGRAZIAMENTI. Subito la Dottoressa Maria Chiara Bettini che ha dato tutta la Sua autorevole collaborazione, permettendoci di concludere, compatibilmente con i nostri limiti, in modo coerente, e speriamo che resti in contatto con noi per altre sontuose chicche. Poi, la consueta, abituale, Professoressa Patrizia Vallone, senza la quale, alla nostra età, sarebbe estremamente problematico, continuare spocchiosi a imperversare, impunemente.

CREDITI. Le immagini sono un cortese invio dell’Archivio Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, mentre quelle dei reperti del Tumulo C e dell’iscrizione dedicatoria, sono un interessamento personale della Bettini, altre sono frutto di una scelta redazionale; il grafico è tratto dalla Guida del Museo. Per i testi i rimandi a sopra nell’articolo: troverete vastissima bibliografia, consultandola Vi si aprirà un mondo…

Il disegno del titolo è come sempre di Sergio Murli ed è, ovviamente, di fantasia, anche se gli oggetti raffigurati, sono consueti nella tipologia vascolare, anche funeraria, dell’Etruria; comunque, i sandali a punta ed altri oggetti ritratti, potrebbero essere in anticipo con la moda dell'epoca...

CONCLUSIONI. Perdonate errori e omissioni; non ci pare vero, anche questa è fatta; proveremo ad andare avanti il più possibile. A proposito, grazie per l’attenzione, ci risulta dal nostro controllo sui contatti che alcuni articoli di questa rubrica archeologica hanno felicemente raggiunto molte migliaia di visite e si avviano serenamente verso altri traguardi; è, nel nostro piccolo, un efficace e utile viatico, con la speranza di non deluderVi mai, ciao. 

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