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ARCHEOCHICCA (LXV) - IL CRATERE SATIRESCO

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SOFOCLE, LA FATAL PANDORA
E I SATIRI MARTELLATORI

MUSEO ARCHEOLOGICO DEL TERRITORIO
DI POPULONIA , PIOMBINO (LIVORNO)

di Sergio Murli

Vi parliamo di una magnifica opera attica del V sec. a.C., che ci ha incuriosito per le sue figure e per la sua, possibile, spiegazione davvero interessante e straordinaria nelle raffigurazioni vascolari che a quei tempi, quasi sempre si servivano dei miti, ben conosciuti allora.

Questa ritrae, sembrerebbe, l’epifania di Pandora, circondata da "due Satiri con martello" (come risulterebbe da quanto scritto su un pannellino inviatoci dalla Dottoressa Erika Grilli del Museo) e due Pan (a proposito, sapevate – sicuramente sì – che Pan era bruttissimo, con volto irregolare e grifagno, corna e atteggiamento poco piacevole e il suo grido spaventoso, udito anche in lontananza, ha dato origine al detto “timor panico”?). Dunque, dicevamo di Pandora con le quatto creature, ripresa mentre emergeva dalla terra, aiutata dai satiri ad uscire dal suolo: epifania, dal greco epiphàinesthoi (apparire).

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È questa una scena di anodos, dal greco anó (in alto) e hodós (strada); però è il caso di cominciare ad entrare nel vivo: stiamo parlando di un interessante cratere a colonnette che ritrae, a differenza dei soliti, consueti miti, qualcosa che ci ha stimolati a insistere sulla strada dell’insolito.

Questo sembra raffigurare niente meno che uno dei drammi perduti di Sofocle! Uno di quelli tra gli scomparsi dei quali si conosce il solo titolo che, però, lascia a bocca aperta per la sua evidenza e chiarezza: “Pandora e i satiri martellatori”... parola di Sofocle.

Ora, la premessa come sempre d’obbligo, noi siamo dei semplici “cronistorici” che leggono, registrano e trasmettono ai Lettori; gli Studiosi sono altri, sono quelli che scoprono e divulgano in prima persona il frutto del loro sapere. Ciò non toglie che questo cratere meriti dunque l’onore che gli spetta; anche per aver trasmesso, con le sue figure indelebili, quello che il tempo aveva distrutto nei testi del grande poeta tragico greco: Sofocle, in greco Sophoklês (Colono 497-496 – Atene 406).

Figlio di un ricco fabbricante di quella che allora era una fruttuosa professione, l’arte delle armi, poté  studiare ed  affinarsi nella danza e nella musica, tanto da guidare il coro dei giovanetti che cantarono il peana per la vittoria di Salamina (480).

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Pur vivendo sempre ad Atene, si giovò dell’amicizia di Pericle per ricoprire alcuni degli incarichi prestigiosi di quella società; nel frattempo confortato dal grande successo dell’Antigone. Partecipò anche alla redazione di una nuova costituzione dopo la disastrosa sconfitta in Sicilia del 413, infatti avrebbe fatto parte del comitato dei dieci probuli incaricati di redigerla.

La sua attività teatrale fu straordinariamente lunga e ricca di successi. Si svolse dal 468 circa fino alla morte, con la composizione di oltre 120 drammi, che ottennero ventiquattro vittorie (18 alle Dionisie e 6 alle Lenee) e molte volte il secondo posto.

Di così abbondante produzione, alla quale si devono aggiungere inni, elegie (una per l’amico Erodoto), testimoniati da alcuni frammenti, e un trattato in prosa sul coro, completamente perduto, non restano che sette tragedie (Aiace, Antigone, Edipo Re, Elettra, Trachinie, Filottete, Edipo a Colono), circa 1000 frammenti delle altre, e la metà del dramma satiresco “I cercatori di tracce”. Del “nostro” Pandora e i satiri martellatori soltanto il titolo. E queste immagini sul reperto, magnifico, della chicca LXV?

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I suoi biografi, che ne lodavano la dolcezza del carattere, si compiacquero di raccontare gli ultimi anni della sua vita anche con aneddoti curiosi; come quello nel quale, citato dal figlio Iofonte per essere interdetto per infermità mentale, si sarebbe difeso magnificamente, recitando il primo coro dell’”Edipo a Colono” che allora stava componendo.

La causa della sua fine è incerta; c’è chi dice che fu per un grande sforzo, chi per una grande gioia e chi, banalmente, in un gioco che consisteva nel cogliere con la bocca un acino d’uva lanciato in aria che, purtroppo, andò di traverso.

Fu sepolto con grandi onori e ricordato con un tempietto e con un culto eroico. 

Pura e perfetta, dissero gli antichi, l’arte di Sofocle e, come tale, essa passò attraverso i secoli quale una delle manifestazioni più significative del genio creativo dei Greci.

Serve ora un breve riassunto della figura di Pandora, così come appariva agli occhi degli antichi e il significato della sua presenza nella mitologia. 

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Intanto, il suo nome è la sintesi di “che ha tutti i doni” o “la ricca di doni”, è di fatto la prima donna apparsa sulla terra. Zeus, furioso con Prometeo che aveva creato l’uomo senza il suo consenso e rubato ai Celesti il fuoco, volle vendicarsi e punirlo con l’inviargli la Donna. Formata con la creta da Efesto e adornata dagli dei con ogni dono, da cui il nome, Atena le vesti, le Ore corone di fiori, Ermes l’astuzia e l’ingegno, l’arte di mentire e la malizia; seducente nell’aspetto, ma  con l’aggiunta purtroppo di stoltezza. Zeus inoltre le regalò un vaso colmo di tutti i mali che da allora avrebbero potuto affliggere i mortali, raccomandandole di non aprirlo.

Prometeo, ricevutala in regalo da Ermes, saggio come era, rifiutò il dono assieme al vaso; passò tutto al fratello Epimeteo, del quale ecco una vecchia incisione che lo ritrae nell’atto incriminato,  che, meno assennato, vide in Pandora soltanto i… lati positivi: travolto dalla passione, senza freni, la sposò e, ignorando i consigli allarmati del fratello, le permise di aprire il vaso che la donna, piena di curiosità insopprimibile da tempo, desiderava fare.

Da allora tutti i mali del vaso di Pandora si diffusero nel mondo, andando a colpire senza tregua gli umani, uomini e donne.

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Ultima e grandiosa, la consolazione: in fondo al vaso rimase solo la Speranza, estremo baluardo contro tutte le pene, i dolori, i tomenti; tutti i guai.

È il momento di fornire notizie sul cratere del Museo: attico a figure rosse del V sec. a.C. (circa 460 – 450), provenienza da necropoli etrusche di Populonia, rinvenuto nel 1800 nei terreni della famiglia Desideri e donato da una discendente, Assunta, e dal marito, Luigi de Stefano.

È stato quasi certamente dipinto nell’atelier del “Pittore di Firenze”, come dimostrerebbero alcune gestualità delle figure e la resa delle vesti nei personaggi del lato B; personaggi forse di routine, quasi di riempimento artistico, del lato spesso secondario al tema principale. Per il lato A, nulla da aggiungere ai commenti già espressi nella prima parte dell’articolo. Le misure sono altezza totale 38 cm, larghezza massima 25 cm, larghezza piede 15 cm; le zelanti funzionarie ci hanno mandato anche l’altezza media dei satiri, 16 cm.

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Una breve storia dell’edificio museale ci è stata inviata dalla Dottoressa Erika Grilli dell’Ufficio Stampa Parchi Val di Cornia SpA, che ringraziamo, e volentieri pubblichiamo.

 “In Memoria di: il Museo è dedicato alla memoria di Antonio Minto che, con la sua decennale attività di archeologo, contribuì in maniera determinante alla scoperta della Populonia etrusca.

Attraverso suggestive ricostruzioni delle attività umane e degli ambienti antichi, il Museo archeologico del territorio di Populonia, situato in suggestiva posizione davanti al mare, nel centro storico di Piombino, illustra le trasformazioni del paesaggio del promontorio di Populonia, dalla preistoria all’età moderna.
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Oltre duemila pezzi, tra manufatti preistorici, reperti provenienti dagli scavi delle necropoli etrusche di Populonia e materiali di epoca romana, inseriti all’interno di un percorso didattico con supporti multimediali, ricostruzioni di ambientazioni antiche e una ricca documentazione grafica. Fra i pezzi più famosi si ricordano la preziosa anfora d’argento, rinvenuta da un pescatore nelle acque del golfo di Baratti e il suggestivo mosaico dei pesci, proveniente dall’edificio romano delle Logge, sull’Acropoli di Populonia.

Culturalmente e funzionalmente connesso al Parco archeologico di Baratti e Populonia, il museo costituisce uno dei principali poli espositivi della Provincia di Livorno. Il Museo si trova all’interno del Palazzo Nuovo, costruito nell’area dell’antica Cittadella di Piombino nel 1814 per ospitare la corte dei Principi di Piombino, Felice ed Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone Bonaparte, e appositamente restaurato come sede espositiva nel 2001.

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La descrizione si articola sui tre piani dell’edificio: il primo è dedicato alla storia moderna della città di Piombino e del suo territorio; il secondo alla preistoria e alle fasi più antiche della società etrusca di Populonia; il terzo allo sviluppo della città dall’età classica alla romanizzazione, fino agli esiti dell’età tardoantica e medievale.

Il filo rosso che lega la sequenza delle sale è costituito da una serie di sette vedute a volo d’uccello in cui si ricostruisce il paesaggio urbano e rurale di Populonia dalla preistoria fino all’epoca del recupero delle scorie etrusche a fini industriali degli inizi del 1900.

L’allestimento si propone di raccontare la storia del territorio di Populonia non solo attraverso l’esposizione dei materiali archeologici, rinvenuti in decenni di ricerca, ma anche mediante l’ausilio di materiale didattico che guidi le diverse tipologie dei visitatori a orientarsi all’interno delle tematiche storico-archeologiche. A tal fine sono state elaborate una serie di ricostruzioni grafiche di ambienti e paesaggi, che accanto a vere e proprie ricostruzioni plastiche facilitano la lettura e la contestualizzazione dei reperti. 
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Percorrendo le sale del museo, quindi, si compie un viaggio nel tempo, attraverso un territorio ricco di storia, i cui paesaggi sono stati segnati in maniera indelebile dalle attività umane. Filo conduttore è il rapporto tra uomo, territorio e risorse; il tema della siderurgia infatti attraversa il territorio populoniese in maniera diacronica, con un percorso ideale che dal mare, attraverso le eccezionali testimonianze delle attività produttive di età etrusca, giunge alle imponenti strutture della Piombino industriale.

E la scelta di Piombino come sede del museo, oltre a costituire un impegno culturale nei confronti del maggiore centro della Val di Cornia, è stata dettata dalla convinzione che l’eredità della antica città siderurgica di Populonia sia oggi proprio la città industriale: in tal senso il museo diventa il filo rosso che unisce il passato con il presente. 

Il ricco patrimonio archeologico che costituisce l’oggetto dell’esposizione museale è stato trasferito al Museo in virtù di una innovativa convenzione stipulata fra Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Sovrintendenza Archeologica della Toscana), Parchi Val di Cornia Spa e Comune di Piombino, sulla base dei principi legislativi che regolano i rapporti di collaborazione fra Stato, Regione, Enti Locali e Imprese Culturali.

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Il progetto scientifico di allestimento del museo è stato curato dal Dipartimento di Archeologia dell’Università di Siena e in particolare dal professor Daniele Manacorda coadiuvato da un’ampia equipe di specialisti e di archeologi, coordinati da Giandomenico De Tommaso, che, in costante sinergia con la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e con la Parchi Val di Cornia Spa, ha selezionato i materiali da esporre ed ha effettuato le scelte di allestimento, mirate in particolare a documentare la lunga storia che si è susseguita sul promontorio di Populonia e nel suo entroterra.

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Nei pochi anni che lo separano dalla sua nascita (2001), il Museo archeologico del territorio di Populonia, ha già ospitato due importanti mostre di reperti di provenienza locale, che in seguito sono entrati a far parte del patrimonio dello stesso museo.

La prima dedicata a un simbolo del patrimonio disperso: il pavimento musivo rinvenuto sull’acropoli di Populonia nel 1842, oggi parte integrante dell’allestimento. La seconda, invece, ha permesso di rendere fruibile una scoperta fortuita, un blocco metallico composto da circa 3000 esemplari di monete di argento di età romana imperiale, rinvenuto da un bagnante sulla spiaggia di San Vincenzo, a pochi metri dalla riva.

lug-19 ori etruschi ghianda - CopiaQuesto speciale “tesoretto” è stato restaurato grazie alla volontà e all’impegno della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, che ha, inoltre, utilizzato un sistema del tutto sperimentale.

Le monete sono state infatti esposte al pubblico all’interno di un acquario refrigerato, in modo analogo a quanto era già stato messo a punto per l’esposizione dei reperti provenienti del relitto del Pozzino, per i quali è stata creata una “ vetrina acquario”, in cui ricreare l’ambiente sottomarino dove gli oggetti sono stati rinvenuti.”

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Questo è un Museo da visitare, per l’importanza dei reperti, per il valore della città etrusca di Populonia e per la bellezza e molteplicità dei paesaggi che la circondano.

E Populonia merita un discorso a parte anche per la sua strategica importanza nel contesto etrusco dell’epoca. Era fin dalle origini città etrusca, prospiciente l’isola d’Elba, nota come scalo marittimo per il commercio del rame, del bronzo e particolarmente del ferro. Notevoli depositi di materiale sono stati rinvenuti nella zona.


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In particolare sono state messe in luce alcune necropoli che hanno svelato sepolcri monumentali a camera con letti funebri e ricca suppellettile; secoli VII e VI.
 
Dopo il V sec. sono databili una serie di tombe a edicola con tetto a doppio spiovente, spesso, purtroppo, travolte dal materiale ferroso. Godette di particolare floridezza nei secoli IV, III e II.

Populonia è stata anche importante officina e zecca di monete d’argento (V e IV sec.), e di bronzo (III sec.) che spesso si connotavano con Vulcano, tenaglie e martello, simboli riconducibili alla copiosa produzione metallifera. Si distinguono anche per la scritta etrusca PVPLANA e, in periodo più recente, PVPLVNA. 

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DOVE SI TROVA. Il Museo Archeologico del Territorio di Populonia si trova a Piombino in Piazza Cittadella 8. Informazioni e prenotazioni: tel. 0565226445 ; sito web www.parchivaldicornia.it.

Come si raggiunge. Il Museo si trova in Piazza Cittadella, nel centro storico di Piombino. Per chi arriva in auto il Museo è segnalato sulla SS Aurelia 1 bis all’uscita di Vignale/Riotorto (dir. Sud) e a quella di San Vincenzo Nord (dir. Nord). In entrambi i casi prendere direzione Piombino.

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RINGRAZIAMENTI. Siamo subito stati accolti con comprensione e rispetto dalla Dottoressa Erika Grilli, che ci ha messo a disposizione tutto il necessario per completare il nostro percorso; presente anche se apparentemente in ombra l’apporto della Dottoressa Cinzia Murolo, Archeologa e Curatrice dl Museo, altrettanto preziosa, anche nel negare la presenza dei martelli in mano ai Satiri.

Come sempre, presente e onnisciente, la Professoressa Patrizia Vallone che, speriamo, non metta spocchia e superbia per queste lodi (dovute). 

CREDITI. Le foto del cratere e dei reperti del Museo sono un gentile invio dell’Ufficio Stampa Parchi Val di Cornia SpA del Museo Archeologico di Populonia, come le misure della chicca e l’inoltro di alcuni testi sull’origine dell’edificio museale, consultati con estremo interesse e pubblicati. Altre immagini  sono una scelta redazionale e il disegno è di Sergio Murli.

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CONCLUSIONI. Sperando che le nostre umili considerazioni non risultino completamente frutto di fantasia, consegniamo ai Lettori la versione con la certezza di aver operato in totale onestà, senza forzature di qualsivoglia natura.

Ora, la solita pausa estiva e arrivederci a settembre, con fiducia e Speranza, quella in fondo al vaso di Pandora.
Ciao

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