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ARCHEOCHICCA (LXIV) - LA X FATICA DI ERACLE

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I BUOI DI GERIONE; MA

CI SONO ALTRE FONTI

MUSEO ARCHEOLOGICO
NAZIONALE DI POTENZA
“DINU ADAMESTEANU”

di Sergio Murli

Nel  Museo archeologico potentino, c’è una espressione vascolare, talmente interessante che ne abbiamo fatto l’oggetto della nostra chicca nonostante si trovi in ottima e qualificata compagnia: si tratta di uno skyphos attico (attico?) a figure nere del V sec. a.C. , proveniente da una vicina necropoli in località Guardia Perticara; poi ci torneremo.


Inizialmente siamo stati attratti dal desiderio di raccontare ciò che apparentemente era rappresentato sui lati di questa magnifica tazza; poi, pian piano, è saltata all’occhio qualche stranezza che stranezza non è: ma che ci stava a fare questo reperto nella tomba enotria, visto che è di provenienza culturale fenicia? Perché Eracle ci sembra così… strano e poco riconoscibile?
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Già, infatti questo skyphos ritrae Melqart e non Eracle e la vicenda della X fatica, che è sì la stessa, ma con qualche differenza anche sostanziale; vedremo di dipanarla, forse anche lo stesso pittore (che era magnogreco) ha cercato, volontariamente, di mettere segnali espliciti leggibili dall’acquirente.

Intanto, perché nella sepoltura locale, tra l’altro molto ricca e chiaramente aristocratica.

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La Val d’Agri è una zona dell’attuale Basilicata, tra i monti Sirino e Volturno, deriva come nome dal fiume Agri (Akiris o Akéron dei Greci), che l’attraversa.

Era questa in antico una zona molto ben trafficata da genti e mercanzie, traffici che rendevano agiati tutti coloro che ne venivano in contatto.

Ecco spiegato perché molti oggetti di pregio sono stati acquistati in quei secoli splendidi da facoltosi possidenti locali, oltre che frutto di scambi tra nobili con le genti dell’Asia Minore e, come per prodigio, ce li ritroviamo ora nei nostri Musei più prestigiosi.

Ora vediamo di raccontare il mito della decima fatica, vista con gli occhi dei Fenici, poi con quelli per noi più consueti degli scrittori greci.

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Fonte fenicia, eroe Melqart – Eracle. Era questi il maggiore e più famoso essere divino di Tiro e, assieme a quello di Sidone, proteggeva e tutelava le genti fenicie; considerando che, per i Greci, è stato assimilato ad Eracle, il passo è naturale nel trasporre il mito dell’Eroe greco alle fatiche del Fenicio, valutando anche che non sarebbe chiaro chi nasce prima nell’immaginario delle genti di quei secoli; anche se sembra accertata una maggiore vetustà nel mito fenicio.

Dunque, ecco la vicenda con Melqart. Per ordine del re Euristeo, si recò nell’isola di Eritrea (Eritheia), nei pressi di Gibilterra, regno di Gerione (Geryon), per rubargli una famosa mandria di buoi rossi. Il nostro eroe naturalmente superò la prova e condusse le bestie sulla Penisola e a nuoto giunse in Sicilia all’altezza di Messina (Zankle – Messana); il mito dice che si afferrò alle corna del capo mandria per rendere più veloce il ritorno e che, comunque, trovò il modo per litigare anche con il re di Erice e rubargli le terre.

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Un po’ più complessa è la fatica raccontata dai Greci. Eracle, per prendergli la mandria, uccise Gerione, mostro con tre teste e tre corpi, figlio di Crisaore e Calliroe; fece fuori anche il cane Ortro, figlio di Tifone ed Echidna. Anche Ortro era un mostro, ma con solo… due teste. E uccise il pastore Eurizione, onesto lavoratore tutto casa e buoi; a proposito ancora di Ortro, era in buona compagnia, come fratelli, Cerbero e, forse anche come genitrice, Echidna. Comunque il padre vantava cento teste di drago!

Erano questi conosciuti come buoi rossi a causa dell’alimentazione, infatti venivano nutriti con la carne umana di malcapitati viandanti e marinai che finivano su quell’isola.

giu-19 eracle-770x578Eracle, ingenuo come tutti i giganti, tornò trionfante, ma, durante il percorso, fu derubato a sua volta dal gigante Caco, che gli sottrasse addirittura le quattro coppie più belle. Eracle furibondo inseguì il gigante rivale e, raggiuntolo nella sua dimora (l’Antro di Caco), mise in chiaro chi era il… legittimo proprietario e, dopo aver strangolato l’apprendista rivale, riprese le bestie e le portò a Tirinto. Anche qui le cose si complicarono, ma, alla fine, Eracle poté dire di aver completato la decima fatica.

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Due parole ancora sul mostro Gerione. Sopravvisse al mito e finì in Commedia, Dante lo mise a guardia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, facendo di lui una mostruosa incarnazione della frode, con volto umano e corpo di serpente.

Le misure le nostro skyphos sono: altezza cm 19,5; orlo cm 24 al diametro; cm 15,2 alla base.

Ed ora, con le parole della Direttrice, Dottoressa Mara Romaniello, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Basilicata – Polo Museale Regionale della Basilicata, una gradita e interessante descrizione del Museo e del Palazzo che lo contiene.

“Museo Archeologico Nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu”
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Istituito nel maggio del 2005 e ubicato
(come vedremo) nella prestigiosa sede di Palazzo Loffredo, il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata è dedicato a Dinu Adamesteanu, figura di studioso di assoluto rilievo internazionale oltre che “fondatore” dell’archeologia lucana.

Il museo è articolato su due piani secondo un criterio cronologico e territoriale che offre al visitatore un quadro generale dell’archeologia dell’intera Regione ed un approfondimento degli eccezionali ritrovamenti nel territorio di Potenza.

Lo spaccato sulle popolazioni della Basilicata antica si apre con i ritrovamenti della Prima Età del Ferro provenienti dall’Incoronata-San Teodoro di Pisticci e da Santa Maria d’Anglona di Tursi, quando tra il IX e l’VIII sec. a.C. popolazioni indigene (Chones-Enotri) occupano le fertili pianure della costa ionica della Basilicata. Di particolare rilievo sono i complessi ornamenti di  bronzo e d’ oro e le spade con fodero di bronzo decorato con sottili incisioni. 

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Nel corso del VII secolo lungo la costa ionica vengono fondate due importanti colonie greche: Metaponto, tra le foci dei fiumi Bradano e Basento, e Siris, nei pressi dell’omonimo fiume, alla quale succede, nel 433 a.C., la fondazione di Herakleia. Da Metaponto proviene un raffinato copricapo cilindrico appartenuto ad un’aristocratica sacerdotessa, straordinaria opera di oreficeria tarantina.

Le aree interne delle valli dei fiumi Agri e Sinni, a partire dal IX-VIII sec. a.C., erano occupate invece da genti di stirpe enotria. La maggior parte delle informazioni sugli Enotri proviene dallo scavo delle necropoli, caratterizzate da sepolture a fossa con il defunto deposto in posizione supina, come testimoniano i rinvenimenti di Aliano, Chiaromonte e Guardia Perticara.
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Complesse parures con ornamenti d’ ambra e di metalli preziosi, appartenenti alle donne di rango elevato, provano l’esistenza di rapporti commerciali con il Mediterraneo orientale e con le regioni del Mar Baltico. Nel corso del VI sec. a.C. le relazioni con Greci ed Etruschi favoriscono un notevole sviluppo culturale e l’acquisizione di usanze straniere da parte delle élites locali, quali il banchetto funebre, l’adozione di armature di tipo greco e di culti di origine ellenica.

Tra il IX e l’VIII sec. a.C. genti di stirpe apula occupano le colline – particolarmente adatte all’agricoltura e alla pastorizia – che controllano la media valle dei fiumi Bradano e Basento, importanti vie di comunicazione tra la costa ionica e la valle dell’Ofanto, e stabiliscono rapporti culturali e di scambio con i Greci. Tra la fine del V e la prima metà del IV sec. a.C. la parte settentrionale del Materano viene occupata dai Lucani che danno vita ad una fitta rete di centri fortificati, mentre nella parte meridionale rimangono ancora insediate le aristocrazie apule, il cui elevato tenore di vita è testimoniato dai ricchi corredi funerari.

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Le montuose aree interne della Basilicata settentrionale sono abitate da popolazioni affini a quelle apule. Al VI sec. a.C. si data un importante rinvenimento proveniente da Baragiano: un nucleo di sepolture riferite ai componenti del gruppo familiare che esercita il controllo politico ed economico su tutta la comunità. Una di queste tombe ha restituito parte di un’armatura greca, la bardatura da parata di due cavalli e un eccezionale servizio di vasi attici a figure nere.

Anche le indagini condotte a Vaglio, in loc. Braida, hanno portato alla luce ricchi corredi databili tra la fine del VI e la metà del V sec. a.C. Nel museo sono esposti i due più importanti: quello del Re, caratterizzato dalla bardatura da parata di due cavalli, da uno scudo di bronzo di grandi dimensioni e da un servizio di vasi attici a figure rosse, e quello della “Principessa bambina”, una fanciulla di soli 7 anni che porta con sé nel viaggio nell’aldilà una ricca parures d’ oro, argento e ambra, da indossare il giorno delle nozze ancora non compiute. Servizi di vasi di bronzo di produzione greca ed etrusco-campana, unitamente allo strumentario da banchetto e a ceramiche da mensa di importazione greca, rimandano ai pasti comuni celebrati tra membri della stessa élite alla maniera degli aristocratici greci.

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Verso la fine del V sec. a.C. grandi trasformazioni segnano i territori dell’Italia meridionale. Gruppi di stirpe osco-sannita provenienti dall’area centro-italica, i Lucani, occupano le città greche di Poseidonia e Cuma, nell’odierna Campania, quindi, con ondate successive, prendono il controllo della parte interna della Basilicata: nasce così, nel corso del IV sec. a.C., quella che le fonti antiche denominano la “Grande Lucania”, divisa dopo il 356 a.C. in Lucania e Bruttium. In costante conflitto con le colonie greche, i Lucani organizzano il proprio territorio con un sistema di insediamenti fortificati di altura ed una fitta rete di fattorie lungo le vallate fluviali.

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Nel museo è ricostruita parte dell’area sacra di Rossano di Vaglio, ubicata in prossimità di una sorgente e dedicata alla dea osca Mefite, vero e proprio santuario federale frequentato da tutte le genti lucane a partite dal IV sec. a.C.

Alla fine del IV sec. i Romani conquistano gran parte della regione: la fondazione delle colonie di Venusia e Grumentum ne sancisce il controllo militare e politico. Nella nuova organizzazione del territorio e sino al III-IV sec. d.C. le ville, residenze di senatori e di ricchi proprietari terrieri, acquistano un particolare rilievo. A titolo esemplificativo è stato ricostruito nel museo un ninfeo con pavimento a mosaico rinvenuto a Cugno dei Vagni.

Nel Museo è possibile inoltre ammirare i reperti provenienti dagli scavi effettuati in anni recenti a Torre di Satriano dove, tra le altre cose, sono emersi i resti del c.d. anaktoron. Si tratta di un vero e proprio “palazzo”, databile al VI-V sec. a.C., che prende a modello la contemporanea architettura templare greca. Di particolare rilievo il fregio fittile con scena di guerrieri affrontati in duello e la porta a due ante in legno di abete con decorazioni di bronzo. “

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 Magnifica ed esauriente illustrazione dei tesori, valorizzati e protetti nel Museo; assolutamente da visitare e più volte per meglio assorbire le straordinarie collezioni, testimoni dei nostri inalienabili valori che ci parlano dal passato.

Ora il “Palazzo Loffredo
Dimora del conte, il Palazzo sorge nella zona della Cattedrale di San Gerardo, in posizione elevata rispetto al resto della città. Anche se trae il nome dalla nobile famiglia dei Loffredo, possessori della contea dal 1604 al 1806, la sua costruzione va fatta risalire all’inizio del XV secolo, quando fu prescelto quale dimora dal conte Innico Guevara.

Il Palazzo ha le caratteristiche architettoniche dello stile tardo gotico, di ascendenza catalana, come testimonia il grande portale di ingresso ad arco a tutto sesto che precede un secondo portale dotato di architrave. Al di sopra, si apre un loggiato. La facciata principale si articola intorno ad una corte racchiusa dalle due ali laterali. L’edificio presenta una distribuzione degli ambienti su una corte interna, il collegamento verticale è assicurato da uno scalone in pietra che si sviluppa nell’ala destra.
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All’inizio del XIX secolo il Palazzo ospitò l’Intendenza di Basilicata, mentre intorno al 1825 divenne sede del Real Collegio istituito con decreto di Luigi Bonaparte per l’istruzione superiore dei giovani della Provincia di Basilicata. Nel 1850 un decreto del re Ferdinando II affidò il Collegio ai Gesuiti che lo gestirono fino al 1860. Dopo l’unità d’Italia ospitò il Real Liceo e ancora nel XX secolo il Conservatorio Statale di Musica “Carlo Gesualdo da Venosa” e altri istituti scolastici.

Il Palazzo è stato oggetto di un consistente intervento di consolidamento a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso. Nonostante le numerose ristrutturazioni e alterazioni rappresenta una delle rare testimonianze di edilizia nobiliare del XVII secolo nella città di Potenza, periodicamente sconvolta da terremoti distruttivi.

Di proprietà del Comune, è stato in gran parte ceduto in comodato alla Soprintendenza per ospitare i suoi uffici e il Museo Archeologico Nazionale della Basilicata “Dinu Adamesteanu”. “

Ancora grazie alla Romaniello per la Sua chiarezza nell’esporre compitamente i “gioielli” del Museo e del Palazzo che li ospita.
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Serve ora una spiegazione altrettanto esauriente sulla zona di Guardia Perticara; perciò riporteremo stralci dei lavori pubblicati dagli Studiosi che con il Loro sapere ci spiegano le basi che hanno introdotto la nostra piccola fatica. Iniziamo con “L’età arcaica – L’Enotria (cultura – itinerari archeologici)” della eccellente e magnifica Dottoressa Alfonsina Russo, che abbiamo avuto l’onore e la fortuna, nell’ambito del nostro lavoro, di conoscere e frequentare:

“…Recenti scoperte archeologiche effettuate a Guardia Perticara hanno permesso di evidenziare l’estrema articolazione dei diversi comparti territoriali all’interno dell’Enotria e di chiarire in parte i differenti esiti nelle modalità insediative e nelle trasformazioni culturali tra i vari centri di cultura enotria.

Il centro antico si sviluppa su una collina a circa 700 m. s.l.m. dominante l’alta valle del Sauro e il territorio circostante.
… La necropoli scavata è ubicata sulle pendici orientali della collina, in località San Vito, e si data in un periodo piuttosto lungo compreso tra VIII e V sec. a.C. Anche in questo caso le sepolture sono realizzate in grandi fosse scavate nel terreno, talvolta delimitate e coperte da ciottoli e lastre di pietra; l’analisi della stratigrafia orizzontale ha rilevato un’organizzazione per nuclei familiari o di parentela, come indica la vicinanza di tombe di coppie di adulti associati a bambini. Il rituale funerario è quello della deposizione supina. …

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Tra le necropoli enotrie scavate di recente, quella di Guardia Perticara esemplifica in modo chiaro un significativo fenomeno di interscambio culturale tra Greci ed Enotri.

Nel corso del VI secolo a.C., i frequenti contatti con il mondo ellenico favoriscono l’adesione ai modelli culturali del banchetto funebre, con il consumo delle carni e del vino mutuato dalla sfera civile e religiosa greca. Aumenta in maniera considerevole, come in tutto il mondo enotrio, il servizio ceramico, sia di produzione indigena (kantharoi, thymiateria, ciotole, coppe su piede ecc.), sia di imitazione che d’importazione greca.

Nel panorama della produzione vascolare enotria, le serie ceramiche attestate a Guardia Perticara presentano delle forme particolari assenti negli altri centri. …
Sui vasi figurati compaiono episodi del mito o ispirati
al pantheon e all’epos greco. Particolarmente predilette sono le saghe legate ad Herakles e a Teseo, eroi o semidei che, attraverso le lotte contro mostri di diverse fattezze, rappresentano il paradigma della vittoria della vita sulla morte, della cultura sulla natura selvaggia.
Basti pensare allo skyphos con Herakles Melqart in abiti orientali e il mostro Lamia, …

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PER SAPERNE DI PIÙ:
AA.VV., Tesori dell’Italia dei Sud. Greci e indigeni in Basilicata, (catalogo della mostra Strasburgo 1998), Milano-Ginevra 1998.
S. BIANCO, Nel cuore dell’Enotria. La necropoli italica di Guardia Perticara, Potenza 1998.
S. BIANCO, Le necropoli enotrie della Basilicata meridionale, in “Bollettino d’archeologia” 1-2,
1990, pp. 7 ss.
M. TAGLIENTE, Segni di trasformazione in una realtà di confine della val d’Agri, in AA.VV., “Studi su Siris-Eraclea”, Roma 1989, pp. 113 ss.
FONTI ICONOGRAFICHE:
S. BIANCO, Nel cuore dell’Enotria. La necropoli italica di Guardia Perticara, Potenza 1998.
AA.VV., I Greci in Occidente. Greci, Enotri e Lucani nella Basilicata meridionale, Napoli 1996.”

Poi, da Immagine e Mito nella Basilicata Antica – Potenza, Museo Provinciale, dicembre 2002 – marzo 2003 – Osanna Edizioni d’Arte; a cura di Maria Luisa Nava e Massimo Osanna, del quale riportiamo alcuni tratti del suo intervento su acute ed esaurienti considerazioni che ben inquadrano il fenomeno dell’acquisto di materiale vascolare di importazione

“MASSIMO OSANNA Le recezioni del mito greco nella Mesogaia: il mondo enotrio (da pag 77 a pag 79)


giu-19 ceramiche3 IMG 2497… Sembra più opportuno presentare alcuni casi in maniera “neutra” tentando di dare qualche linea interpretativa, soprattutto per quel che riguarda la presenza di alcuni miti nel repertorio della necropoli di Guardia Perticara tra VI e prima metà del V secolo a.C. Se si considera quanto la ceramica attica presenti solitamente iconografie dalle radici fortemente locali, con rari circostanziabili adattamenti al gusto e alla domanda di elementi allotri viene spontaneo ipotizzare che molti consumatori non-locali vedessero e interpretassero le scene figurate in maniera sostanzialmente diversa dai gruppi che le avevano prodotte.

… Non è improbabile che in linea generale ci sia anche una volontà specifica da parte di genti greche nel selezionare temi e iconografie da inviare presso le genti anelleniche, dai temi connessi con le fatiche di Eracle a quelli connessi con l’eliminazione di mostri da parte di Teseo, evidente allusione all’opera civilizzatrice greca nei confronti “dell’oltre.”

(oppure) la possibilità del tema e dell’immagine di adattarsi a credenze e ad un immaginario locale, che col tempo si sarà plasmato completamente”alla greca”. “

Grati anche al Professore Massimo Osanna per il Suo prezioso contributo.

È qui che ci soccorre, di nuovo, la Mara Romaniello con la sua risposta al nostro, ma che ci sta a fare il mostro Lamia qui al posto di Gerione?
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… “Alla fine del VI sec. a.C., a differenza degli altri centri enotri in cui si assiste ad un’evidente crisi demografica da riconnettere prevalentemente con la fine dell’impero sibarita, la necropoli di Guardia Perticara conosce un notevole sviluppo con l’affermarsi di un’élite aperta ad idee, miti e consuetudini di matrice greca. Verso la fine del VI sec. compaiono le prime forme di importazione quali le lekythoi attiche legate al rituale di unzione del cadavere.

Nei primi decenni del V sec. a.C. in alcune sepolture monumentali si trovano corredi funebri caratterizzati da vasi a figure nere e a figure rosse all’interno di servizi incentrati sul simposio, con vasi e oggetti in bronzo utilizzati per versare, miscelare, colare e aromatizzare il vino, come il caso della T. 192 (scavi 1997).

Si tratta di una sepoltura monosoma a fossa orientata in senso sud-ovest/nord-est, coperta da grossi ciottoli situati prevalentemente lungo il perimetro. Il defunto, di sesso maschile, era deposto in posizione supina. Ai lati della deposizione era il ricchissimo corredo formato da pochi vasi di produzione locale e da un servizio da simposio incentrato sul cratere, vaso per mescolare il vino con l’acqua, e sull’anfora, utilizzata per contenere il vino puro. Sono altresì presenti numerosi vasi per bere e per versare vino nonché contenitori per unguenti, quali le lekythoi e l’alabastron.

Sui vasi figurati compaiono episodi ispirati al pantheon e all’epos greco. Particolare attenzione viene dedicata alla saga di Eracle, l’eroe per eccellenza che, attraverso le lotte contro mostri di diverse fattezze, rappresenta il paradigma della vittoria della vita sulla morte.

Particolarmente significativo il cup-skyphos della T. 192, che reca sul lato A una rara rappresentazione del mito di Eracle Melqart, con copricapo orientale, armato di arco e a cavalcioni di un leone, e del mostro Lamia, con testa di lupo, grande corpo ovale e zampe equine. L’episodio si colloca nel periodo delle peregrinazioni dell’eroe alla ricerca dei buoi di Gerione, attestati sullo stesso vaso (lato B), episodio connesso con aspetti religiosi ctonii e salvifici. “

Ecco svelato il mistero anche con la variante di Lamia al posto del “solito” Gerione. Lamia che ora, con qualche umile spiegazione, Vi racconteremo.
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Era Lamia nel mito, una bellissima regina di Libia, per questo amata da Zeus, che non era però riuscito a difenderla dalla gelosa sua sposa Era, che le aveva ucciso i figli. Impazzita di dolore, Lamia, aveva preso ad odiare tutte le madri e a divorare i fanciulli che riusciva a prendere.

Raffigurata come un mostro orrendo, col corpo di donna e le estremità a coda di serpente, oppure con le zampe di asino e con occhi spaventosi, che poteva togliersi per dormire e rimetterli al mattino, così da incutere un ulteriore tremendo terrore. Evidentemente avvicinata dal pittore a Gerione con la immagine, indicativa, dei buoi rossi dipinti sullo stesso skyphos.

A conclusione di tutto, c’è la premessa, sempre doverosa, che il nostro resta un umile apporto, meramente divulgativo, di un argomento più grande delle nostre conoscenze; perciò, ci stiamo limitando ad offrire uno stimolo ai Lettori di visitare questo Museo, questi luoghi.

Per respirare l’aria profumata delle nostre origini; e, in ultima analisi, della nostra Penisola, più che invidiata dagli stranieri, più che ambita.
Per questo, ancora una volta chiediamo scusa per l’ardire; se non altro con la speranza, come dicevamo sopra, di un piccolo e forse non inutile contributo.

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Però, con l’ardimento dell’incosciente, la conclusione della… conclusione, porta a 
1) Fatica di Eracle/Buoi di Gerione, secondo la Dottoressa M. Ragozzino;
2) Amazzone /Mostro alato, secondo il Professor M. Osanna; 
3) Erakles/Lamia a lato buoi, secondo la Dottoressa A. Russo;
4) EraKle – Melqart / Lamia, secondo la Dottoressa M. Romaniello.

Ma non sarà, magari, che il pittore possa aver fatto confusione, per ignoranza sua o di qualcuno dei suoi allievi, e che, fatto per fatto, fosse stato messo in cottura (lo skyphos) e pazienza?

 
DOVE SI TROVA. Il Museo Archeologico “Dinu Ademesteanu” si trova a Potenza in Via Andrea Serrao - Palazzo Loffredo, 11 , telefono  +39 0971 21719 , sito web  http://www.musei.basilicata.beniculturali.it .

RINGRAZIAMENTI. Alla assolutamente magnifica Direttrice, Dottoressa Mara Romaniello, che ci ha aiutato in modo completo, più che esauriente, anche con le considerazioni conclusive sul “mistero” dello skyphos attico, davvero illuminanti. Sarà un rapporto professionale da conservare, alimentare e difendere per successivi lavori. Un ringraziamento alla Dottoressa Marta Ragozzino, che con squisita sensibilità, ci ha autorizzati ad intraprendere la nostra piccola fatica per la Fatica di Eracle e dello skyphos. Ricordiamo inoltre il Signor Nicola Figliuolo, rapido nello spedirci il materiale fotografico richiesto e tutti gli operatori e centralinisti.

Poi, come spesso abbiamo dichiarato, non ci sono più frasi, più parole per celebrare ed esaltare il valore e la competenza della Professoressa Patrizia Vallone, senza il Suo incoraggiamento, avremmo smesso da tempo e chissà se a qualcuno, magari, avrebbe fatto piacere.

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CREDITI. Alcune delle immagini sono di competenza del “Ministero per i beni e le attività culturali, Polo Museale Regionale della Basilicata”, altre sono tratte, come, del resto, alcuni stralci di testo, dalle pubblicazioni inviateci dal Museo: “L’età arcaica – l’Enotria” di Alfonsina Russo e “Immagine e mito nella Basilicata Antica” a cura di Maria Luisa Nava e Massimo Osanna; altri testi sono di Mara Romaniello. Le altre foto sono una scelta redazionale. Il disegno è di Sergio Murli.

CONCLUSIONI. Ci siamo scusati poco sopra e non perdiamo di vista il nostro ruolo di semplici cronistorici. Siamo sempre disponibili per ogni appunto.

Invocando protezione ancora e comunque da Colui che tutto vede e tutto sa, restiamo in attesa di un Segno per continuare nel nostro impegno.

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