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ARCHEOCHICCA (LXIII) - MUMMIA DI ANKHEKHONSU

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IL MISTERO DEL GRAN SACERDOTE
SARÀ LUI IN QUEL SARCOFAGO?

COLLEZIONE EGIZIA DEL CIVICO
MUSEO ARCHEOLOGICO, BERGAMO


di Sergio Murli

Tutto ebbe inizio nel giugno del 1885, con la lettera del Console d’Italia Giovanni Venanzi, bergamasco, con la quale chiedeva il “permesso” di poter donare alla sua città un sarcofago egizio con una mummia “di qualche pregio”. Il tutto accompagnato da uno scritto dell’archeologo “professore Shiaparelli” che in quel periodo si trovava in Egitto con la missione scientifica del Governo italiano.

Non vi racconteremo del viaggio per mare e delle successive collocazioni dei preziosi reperti in terra bergamasca, ma piuttosto dei labili dubbi – altrui, di conseguenza nostri – sull’identità del corpo mummificato, giunto assieme con il cofano e il doppio coperchio; infatti, questi ultimi dichiaravano esplicitamente la loro identità con delle scritte piuttosto palesi: nh-hns.w, che equivale ad Ankhekhonsu, tradotto: è vivo il dio Khonsu, che ci dice anche in quale periodo della millenaria storia degli Egizi era più che comune nella casta sacerdotale.

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Stiamo parlando degli anni che vanno dal 900 al 700 a.C., cioè in piena XXII dinastia; per alcuni è ritenuto questo, un periodo di decadenza, di crepuscolo e tramonto. Noi, per quel che conta, non la pensiamo così. Il vero declino, politico e militare, inizia con le sconfitte e le invasioni che depredano di ogni ricchezza, anche morale, e con lo scadimento delle espressioni artistiche, come se le menti si svuotassero di idee costruttive e fosse doloroso e dunque faticosamente lungo riprendersi un po’.

Successe con gli Hyksos, successe con  i Persiani di Cambise, secoli dopo, e poche altre volte; l’Egitto si è sempre risollevato, forte delle sue tradizioni religiose, fino a giungere con Cleopatra VII al suo tramonto, come entità sovrana: gli Egizi avevano accettato la dinastia macedone dei Lagidi, rispettosa delle usanze religiose millenarie del Nilo, vivendo assieme serenamente negli ultimi tre secoli di indipendenza.
Sarebbe sufficiente osservare la produzione, di pregio, di questa XXII dinastia, periodo con squisiti oggetti che solo uno Studioso esperto  saprebbe distinguere dalle opere delle dinastie di mezzo millennio prima.

Torniamo alla nostra chicca. Si presume che il Console, abbia acquistato mummia e sarcofago, attraverso canali non… esemplari, anche se a quei tempi era ancora tollerato in qualche misura il mercato clandestino.
Si ritiene che la provenienza fosse la zona di Deir el Bahari, che stava rendendo, si fa per dire, magnifici oggetti di dinastie delle quali non si era trovato nulla, sia in scavi regolari che in scoperte casuali, ma che stava restituendo "alla chetichella" belle e importanti cose. 

Merito/demerito delle famiglie del villaggio di Gurna, che da tempo avevano scoperto casualmente, in una voragine apertasi nel terreno, una serie di cunicoli che portavano a delle stanze nel sottosuolo, colme di sarcofagi con i faraoni, principi, dignitari e sacerdoti di quei periodi favolosi della grande storia egizia.

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E tesori, oro e gioielli, inenarrabili, qui riparati dai sacerdoti delle necropoli reali che, aiutati dalle guardie e dai lavoranti fedeli, avevano trasferito dalle monumentali tombe, oramai indifendibili, per scamparli dalle razzie di ladri pronti a tutto, anche ad aggredire e a uccidere, pur di appropriarsi dei tesori presenti.

Capita l’enormità della scoperta, questi pastori e contadini dei tempi nostri, riunitisi a discutere, avevano deciso di tenere segreto il ritrovamento e, dopo un’iniziale e avida vendita al mercato clandestino, si erano fermati per un po’, vista la curiosità delle Autorità governative per questi sorprendenti e rari reperti, apparsi tutti assieme. 

Si era dunque deciso di venderne solo per necessità familiari e con saggia parsimonia; inoltre, con turni ben stabiliti.
Da ciò si può presumere come sia arrivato il nostro sacerdote al Console e poi in Italia.

Allora, le Autorità egiziane non erano ancora arrivate a mettere le mani sul deposito: sarebbe successo poco tempo dopo.
Ma chi era questo sacerdote, che ruolo aveva nella gerarchia? Intanto era al culmine del potere politico, perché in quell’epoca i sacerdoti erano imparentati spesso con le famiglie faraoniche, che dunque estendevano il peso della loro autorità anche ai templi, altro volto dell’influenza temporale sulle genti. E questa autorevolezza sembrava più accentuata nelle dinastie XXI e XXII, periodo che ci interessa con il nostro Ankhekhonsu.

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Vi ricordiamo, pazienti Lettori, che sul sarcofago è riportato al completo, anche il nome, tre volte e sulla cassa, della moglie del sacerdote, Hnw.t-hfr.t, che per noi è Henutnofret, signora della casa, ma tradotto alla lettera è “la signora è bella”. Era anche cantatrice di Amon Ra, re degli dei.

Il sarcofago è di legno di cedro, dipinto con innumerevoli figure che colmano praticamente l’intero spazio: c’è in questo sistema il desiderio, figlio dei timori ancestrali, di non lasciare a eventuali demoni maligni, la possibilità di inserire scritte nocive per il defunto, atteso nell’aldilà. Le parti lignee sono state poi efficacemente restaurate, onde scongiurare insetti e muffe, che rischiavano di danneggiare pesantemente il reperto.

Ricordiamo che le certezze sono: cassa e coperchi lignei con il nome di questo sacerdote e di sua moglie; il dubbio è: ma siamo sicuri che la mummia è quella da sempre custodita in questo cofano?

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Oppure, allo “sprovveduto” Console, che non era certo un archeologo, è stata venduta una mummia, rapidamente sbendata, frugata e privata dei monili lasciati dai familiari con l’amore che sempre ha distinto in ogni epoca il saluto dei cari ai propri defunti? 

Lo proverebbe il tentativo frettoloso di ricomporre in qualche modo le bende, del tutto assurdo se la depredazione fosse avvenuta in antico, nel buio della tomba che, come succedeva sempre, veniva ogni cosa lasciata nella confusione e nell’abbandono totale, certi dell’impunità.

Risultato finale è lo scheletro scomposto, fin dalla prima radiografia; tanto da dubitare anche (vedi in particolare a pag. 38 della pubblicazione di cui sotto), addirittura, sul sesso di questa persona che viene dal passato. 

Questi dubbi espressi qua e là e queste poche note sono suggeriti, come diciamo sopra, dalla magnifica pubblicazione, inviataci dalla Dottoressa Stefania Casini, attuale Direttrice, che ringraziamo per avercene concesso l’uso di divulgazione, che è “Civiltà Egizia nel Civico Museo di Bergamo”, 2002, a cura di Cristina Guidotti, appendice di Cristina Cuni, con presentazione di Stefania Casini.

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 Si tratta di uno scritto di una quarantina di pagine, arricchito da immagini a colori, in bianco e nero e utili disegni, che ben spiegano la collezione egizia con la parte predominante del nostro, speriamo, sacerdote. 
Pensiamo che vorrete sapere di più, è consigliabile rivolgersi al Museo, anche se la nostra è una semplice ipotesi.  Altro non sappiamo dirvi.
C’era stata, sì una lettera d’accompagnamento dell’egittologo Ernesto Schiaparelli, che, ancora molto giovane, era stato piuttosto evasivo, limitandosi a trattare il lato religioso e in modo piuttosto generico degli Egizi.

Gran popolo, quello Egizio, fortunato nell’assistere all’inizio del  suo percorso storico – più secoli – alla metamorfosi che altri hanno vissuto ai primordi della civiltà, pensate, era convinto di essere l’unico abitante umano della Terra, circondato sopra dal mare e agli altri lati da terre aride e deserti.

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Pensavano che gli unici esseri viventi intorno a loro fossero uccelli, pesci, animali addomesticati o feroci; tutto attorno a quel prodigio naturale chiamato Nilo, sacro fiume che permetteva con il suo limo anche più raccolti in un anno e che dava legname e papiro e frutti preziosi. Tanto convinti, che per loro l’essere umano si chiamava, guarda caso, non Uomo, ma Egizio.

Poi sono cambiate molte cose, ma, complice la profonda idea religiosa, sono rimasti nei millenni legati all’Unità di uno Stato gelosamente inescindibile, più forte di ogni crisi politica o militare. 

Detto delle misure del sarcofago, che sono cm 190 di lunghezza, massima larghezza cm 57; la cassa alta cm 35, con il coperchio 66 e il numero di inventario è 3126. Le misure dell’altro coperchio sono di cm 172 per la lunghezza, la massima larghezza è cm 42 ai gomiti. 

Che la statura, presunta dalle ossa lunghe parrebbe di un individuo di cm 168, o poco più; e l’età sarebbe intorno ai 70 anni,  che per l’epoca sono buone, anche considerando la ricca e diversificata dieta, abbondante, copiosa di alimenti nutrienti che allietava gli abitanti del Nilo.

Individuata l’epoca da più elementi delle decorazioni del sarcofago, ecco un rapido cenno ai faraoni della XXII dinastia che Ankhekhonsu nella sua vita avrebbe potuto servire.

La fase storica è compresa, secondo la maggioranza degli Studiosi, tra il 945 e il 730 a.C., o il 712, con l’ultimo, Osorkhon IV; e, per qualcuno, ci sarebbe anche Osorkhon V, fate voi. Era questo chiamato anche periodo Libico per le origini da quella regione. 

Sheshonq I (945 – 924). Figlio di un principe originario della Libia; è interessante notare che questa popolazione, giunta secoli prima con il ruolo di truppa mercenaria agli ordini del Faraone (Ramsete III?) si stanziò definitivamente nella valle del Nilo, fino ad assorbirne usi e stile e tanto da sentirsi poi egizia a tutti gli effetti e vedersi accettata come tale. 

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Sheshonq I era giunto al potere con l’appoggio del clero Tanita, oltre che dall’esercito e col favore dei libici; rispettò la figura di Psusennes II, ultimo faraone della dinastia precedente e, senza azioni belliche, ne prese il posto, forse aspettando la sua morte naturale.

In seguito, questo faraone, con azioni sia diplomatiche che di forza, allargò le conquiste in Palestina e, con una saggia politica e la momento giusto, sconfisse i due regni palestinesi, conquistò Gerusalemme e mise il confine nella fatale Megiddo, dove rimase a ricordo e monito una stele commemorativa.

A proposito dell’alto stile artistico egizio dell’epoca, vedere le magnifiche statue, giunte in buone condizioni fino a noi della regina Karomana, una delle sue mogli, forse la preferita e favorita.

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Di Sheshonq I è tuttora sconosciuta la tomba.

Intanto, qui iniziano i problemi di questa dinastia, piuttosto confusi e discussi da vari studiosi. Infatti, è controversa l’identità di Sheshonq I con il faraone Shishak, più volte nominato dell’Antico Testamento; ma, come al solito, non entreremo nel conflitto di chi si può considerare uno Studioso, con la S maiuscola, al confronto con noi poveri “cronistorici”.

Però i problemi non finiscono qui, sono presenti più faraoni di quanti pensassimo, e addirittura con date differenti e spesso contrastanti. Li riporteremo pari pari senza prendere campo in fondo a questo elenco della XXII dinastia.

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Osorkhon I (924 – 889). Continuò la politica del padre, mantenendo i territori conquistati e rafforzando l’alleanza del potente clero tebano con la carica di un figlio, di nome Sheshonq, al titolo secondo soltanto al faraone, Primo Sacerdote di Amon, anche se sembra che questi morì prima del padre.

In questo periodo prese piede in tutto l’Egitto il culto della dea Bastet, che dalla nativa città di Bubasti, si sparse con  il sostegno dei suoi preti, nei centri più importanti con l’edificazioni di santuari a lei dedicati.

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Sheshonq II (890 – 889). Forse fratello maggiore del successivo sovrano. Il breve tempo di regno non ci lascia nulla di notevole della sua vita, se non tanta confusione con la sovrapposizione di più nomi di forse improbabili correggenti. 

Molto, per paradosso, lasciò dopo la sua morte; infatti, è l’unico re della XXII dinastia a regalararci una ricca sepoltura completa del corredo.

Si trova a Tanis, scoperta nel 1939 e risulta qui traslocata, in tomba non sua, a causa di gravi infiltrazioni d’acqua che hanno costretto gli antichi guardiani della necropoli reale ad uno spostamento d’emergenza, risultato saggio e fortunato. 

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Osorkhon II (874 – 850). Ne conosciamo le gesta, per una lunga iscrizione su un tempio di Karnac, gli Annali di Osorkhon. Questa ci dice di alleanze con Biblo; dell’invio di una cospicua formazione armata in aiuto di Israele per tentare di bloccare gli Assiri di Salmanassar III.

All’interno dell’Egitto, qualche battaglia per scongiurare la penetrazione di nuove genti, clandestine, dalla Libia e della condanna e bando del culto di Seth, evidentemente troppo invadente e dunque pericoloso per l’equilibrio laico dell’Egitto.

La sua tomba, a Tanis, è stata scoperta nel 1939. 

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Takelot I (874 – 850). Figlio di Osorkhon I, è uno dei faraoni del quale si hanno scarse notizie sulla sua collocazione logica in seno alla XXII dinastia. Secondo alcuni Studiosi, il suo insediamento è durato sedici anni e non come scriviamo sopra. 

Si assiste durante il suo periodo ad una severa crisi della società, dovuta a modifiche dell’unità nazionale, verso realtà locali. La sepoltura, con un magnifico sarcofago, è a Tanis (foto).

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Takelot II (850 – 825). Questo faraone è motivo di gran confusione tra gli Studiosi su date e parentele. Intanto, non è chiara nemmeno l’appartenenza alla XXII dinastia, visto che c’è chi lo colloca alla XXIII. 

Sembrerebbe figlio di Osorkhon II; regnò a lungo per l’epoca, 25 anni, nei quali scoppiarono lotte e guerre civili con alterne fasi che videro Takelot abbandonare la capitale e ritornarci da vincitore, finché parve tornare la calma; comunque, a dimostrazione di quanto fosse esile, si arrivò al paradosso di un doppio potere con un correggente. Del faraone vi offriamo un disegno dell’egittologo di Karl Richard Lepsius (foto)
 
La tomba di Takelot II è a Tanis. Ora saltiamo a Sheshonq III (825 – 798?), cercheremo di dirimere e chiarire. 
Il grosso problema di questa dinastia è sorto quando si è trovata nella tomba di Sheshonq III anche il sarcofago con la mummia di Sheshonq IV. 

Dicevamo, di Sheshonq III, che prese il potere in un periodo di grande crisi di identità dell’Egitto; con dei Principi locali, Grandi sacerdoti, Capi militari, pronti a coadiuvare questi o quelli. Comunque, come spesso è capitato nella Valle del Nilo, zero spargimento di sangue e mirati matrimoni, a cementare l’Idea egizia, o quello che ne rimaneva. Spesso si giunse ad incarichi di potere per bloccare idee di sopraffazione non in linea con le scelte diplomatiche.
Alla sua morte, Sheshonq III fu sepolto a Tanis nella sua tomba, ma presto fu spostato a causa degli infaticabili ladri.

Sheshonq IV (798? – 785?). Di questo faraone non conosciamo il titolo ereditario, se ci fosse, e nemmeno le fasi della sua ascesa. Della sua sepoltura abbiamo parlato poco sopra; della sua vita, per noi c’è mistero assoluto.

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Pamy, che in antico egiziano significava Gatto, (785 – 778), (una delle datazioni); poche notizie per le date, perché  pochi i resti di sue costruzioni, in particolare nella zona del Delta. È stato parzialmente scalzato dalla collocazione di Sheshonq IV. Comunque il suo regno si estese soltanto a parte dell’Egitto. Ve ne offriamo qui una immagine. 

Sheshonq V (767 – 730). Anche in questo caso, buio fitto sulla sua vita, secondo alcuni è addirittura collocabile nella XXIII dinastia. Sembrerebbe figlio di Pamy, secondo una stele a Sakkara, del quale, Pamy, conosciamo, come appartenente alla XXII dinastia, soltanto la datazione 775 – 769. 
Cosa notevole, nel suo periodo, un principe saita rese indipendente una parte del Delta, che di fatto fu l’inizio della successiva XXIV dinastia. 

Ora, tanto per gradire, vi prospettiamo l’elenco con quei faraoni che, secondo molti Studiosi, hanno regnato nella XXII e le loro controverse date; tra parentesi le varianti e discusse più datazioni.


Sheshonq I (Shishak) 945 – 924 
Osorkhon I  924 – 889 (890)
mag-19 s 120px-Ramses3Sheshonq II  890 – 889 mag-19 d 120px-Ramses3 - Copia
Osorkhon II  874 – 850 (872 – 850) 
Takelot I   874 – 850 (889 – 872, oppure 874) 
Takelot II   850 - 825
Sheshonq III   825 – 798? (787)
Sheshonq IV  798 – 785? (787 – 775)
Pamy   775 – 769 (785 – 778)   
Sheshonq V  767 – 730 (769 – 732)
Osorkhon IV  732 - 712
 


mag-19 egizia03Poi, Osorkhon V e Osorkhon VI? 
 
È bene non dimenticare che la confusione ingenerata negli Studiosi dell’Ottocento  era dovuta alla mancata conoscenza che nel periodo qui in esame erano presenti e attive in Egitto ben tre dinastie in ben distinte parti del territorio: la XXIII, XXIV e XXV!  Basta, non è nostro compito annunciare la attendibilità di questa o quella cronologia. 

Tornando al Museo bergamasco del nostro Gran Sacerdote, sono presenti altri reperti nella Sezione egizia, ma scarsamente e contestualmente documentabili; alcuni ushebti, pochi monili, belle statuette di Iside che allatta Horus e poco altro. Ma questa Raccolta Civica spazia in più campi: Vi suggeriamo di visitarla per conoscere le sue molteplici e interessanti bellezze.

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Non soltanto gli Egizi, da noi osservati con l’affettuosa attenzione del vecchio innamorato perdutamente dell’antica civiltà del popolo del Nilo.

DOVE SI TROVA. Il Civico Museo Archeologico di Bergamo si trova in Piazza della Cittadella, 9,  tel. 035 286070, sito web http://www.museoarcheologicobergamo.it/

RINGRAZIAMENTI.  Alla Dottoressa Stefania Casini, Direttrice del Museo, assolutamente cordiale, affabile e sensibile nel farci inviare il materiale richiesto.

Sarebbe auspicabile un rapporto proficuo di proposte utili nel nome della conoscenza sugli Antichi a vantaggio di lettori e visitatori, desiderosi di apprendere: vedremo. Comunque aspettiamo comunicati stampa di prossime iniziative per conferenze e mostre che volentieri pubblicheremo.

Altro perno, la collaborazione affettuosa della Professoressa Patrizia Vallone, indispensabile.

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CREDITI. Come detto, molto è dovuto alla pubblicazione inviataci dal Civico Museo Archeologico di Bergamo; altre immagini sono una scelta redazionale, compreso l’edificio museale.  Il disegno del titolo, di pura fantasia, è di Sergio Murli.

CONCLUSIONI. È fatta anche questa; superata la Pasqua e il Primo Maggio, con in mezzo la ricorrenza del 25 aprile, eccoci pronti per una nuova fatica.

Non prima di aver chiesto scusa per eventuali imprecisioni, dovute essenzialmente alle nostre carenze di… formazione.
Ciao. 

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