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ARCHEOCHICCA (LXII) - LA CROCETTA AUREA

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TENERO SEGNO CRISTIANO 
IL SUGGELLO PER L’ALDILÀ

SEZIONE ARCHEOLOGICA LONGOBARDA
MUSEI PROVINCIALI DI GORIZIA


di Sergio Murli

Apriamo questa volta un capitolo poco conosciuto – da noi – ma interessante come tutti gli altri che riguardano una parte, considerevole, della Storia italiana, i Longobardi; necessario stimolo per la faticosa e dolorosa ripresa della Penisola italica, dopo il crollo devastante dell’Impero Romano.

Che avrà avuto i suoi difetti, ma ha portato al mondo allora conosciuto, benefici e progressi, non del tutto perduti con lo sfacelo e le distruzioni delle invasioni causate dalle popolazioni, spesso incattivite dagli stenti di una vita avara di benessere e prosperità in territori aridi e sterili.

Compito arduo parlare dei Longobardi, Popolo del gruppo dei Germani orientali, oriundi dalla Scandinavia. L’origine del nome non è sicura: forse “dalla lunga alabarda” o, meno probabilmente “dalla lunga barba”. Il loro nome più antico era Vinili.

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Stanziati nel I secolo d.C. lungo il corso inferiore dell’Elba, travolti più tardi dagli Unni, migrarono poi lentamente giungendo tra i primi decenni del 500 nella Pannonia, regione già sfruttata e abbandonata dagli Ostrogoti e in parte occupata dai Gepidi e dagli Avari.

Nomadi allora rozzi e bellicosi, in parte pagani, in parte ariani, con l’aiuto degli Avari, vinsero i Gepidi e sembrarono poter convivere in quella zona, ma poi in difficoltà con i più forti ed aggressivi Avari, emigrarono in massa, 568, verso la nostra Penisola con donne e bambini, schiavi, bestiami, carriaggi, si stima nel numero da 200 a 300.000, di cui forse 40 o 50.000 armati, attratti dalla possibilità di conquista e di bottino; non incontrarono serie difficoltà nella loro avanzata.

Solo Pavia resistette due anni al loro assedio, ma una volta conquistata, ne fecero la capitale del nuovo regno, la Longobardia, che comprendeva, più o meno, la Val Padana fino all’estremo Friuli (Cividale, Grado) e verso sud, seguendo la dorsale appenninica, in Toscana, verso Spoleto e fino a Benevento, stabilendo stanziamenti irregolari, senza un piano prestabilito e una precisa continuità di possedimenti.

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Territorialmente e politicamente incoerenti, mantennero, soprattutto all’inizio, il carattere negativo di un’occupazione militare da parte di una casta guerriera privilegiata, senza riuscire ad assumere quella di un vero stato, nonostante che, specie nell’ultimo periodo, i più saggi e illuminati regnanti longobardi si sforzassero di creare un maggiore legame tra i sudditi, in nome della comune fede cristiana, iniziata con la conversione degli ariani, c. 600 e oltre.

Contrastata però, proprio dai Pontefici, timorosi di un eccesso di potenza di quel regno; che durò fino al 774, ritardando in sostanza, sotto molti aspetti, il progresso civile, anche se alcuni storici moderni, attenuato il severo giudizio di un tempo, hanno posto in luce le difficoltà obiettive di fronte alle quali si arenarono i tentativi longobardi. 

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Privi di flotta e di qualsiasi esperienza  marinara, i Longobardi non riuscirono a impadronirsi delle coste e delle maggiori città sul mare, che restarono nelle mani dei Bizantini, incontrastati padroni del Mediterraneo.

Degli antichi ducati longobardi rimase in vita solo quello di Benevento, ma sotto l’alta sovranità Franca e le dinastie originarie sopravvissero fino agli scorci dell’ XI secolo.

Raccontiamo ora la storia di Gorizia, o meglio, cenni storici specialmente dei fatti della I Guerra Mondiale della città che ospita nel suo Museo Archeologico la crocetta d’oro longobarda, argomento della nostra chicca.

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In sloveno Gorica, in tedesco Goerz, sorge allo sbocco della pianura friulana dell’Isonzo in un verde anfiteatro coronato da rilievi collinari, sacri a tutti gli Italiani (San Michele e Calvario, Sabotino e, oltre confine, Monte Santo e San Gabriele).

Dopo la seconda guerra mondiale, Gorizia è divenuta città di confine, perciò ha perduto gran parte della sua importanza commerciale e ha dovuto orientare la sua economia con successo, verso un’attività più marcatamente  industriale.

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Nei pressi della città, punto di partenza di pellegrinaggi patriottici ai vicini campi di battaglia del 1915-1918, si erge, sul colle di Oslavia, il Sacrario in cui riposano le salme di 57.000 caduti delle battaglie dell’Isonzo.

Ricordata in un diploma dell’imperatore Ottone III del 1001, si sviluppò più rapidamente quando divenne residenza dei conti di Pusteria, la cui corte feudale richiamò attorno al castello e in una borgata nella sottostante pianura, una numerosa popolazione prevalentemente italiana. 

L’estinzione (1500) della casa goriziana portò a una guerra tra Austria e Venezia per il dominio di Gorizia, che dopo essere stata occupata nel 1508 dai Veneziani, divenne subito dopo un possedimento absburgico.

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L’insediamento dei signori feudali austriaci non alterò il carattere essenzialmente italiano della città, in cui viveva anche una numerosa nobiltà italiana.

Sede arcivescovile nel 1751; passata alla Francia, 1809-1814; Gorizia tornò sotto l’Austria nel 1815, difendendo con successo, specie dal 1848, il suo carattere italiano e alimentando un sempre più vasto movimento favorevole al congiungimento con il resto della nazione. 

Durante la prima guerra mondiale, la città e il campo trincerato di Gorizia, potentemente fortificati dagli Austriaci, furono costante obiettivo italiano delle varie offensive dell’Isonzo. Ma la città difesa a nord dal Sabotino e a sud dal San Michele, e protetta da una serie di alture che costituivano una testa di ponte al di là dell’Isonzo, resistette a lungo, tenacemente. Finalmente, il 6 agosto 1916, dopo tre giorni di duri combattimenti, si arrivò alla conquista della città.

Gorizia, dopo Caporetto, tornò in mano austriaca nell’ottobre 1917, per diventare definitivo possesso dell’Italia nel novembre 1918.
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È bene ricordare che queste vicende hanno inciso in modo rilevante sulle raccolte antiche custodite in Città; situazione poi normalizzata negli anni con pazienza e rimarchevole dedizione dei vari Curatori succedutisi e che hanno portato i Musei Provinciali all’eccellenza attuale, con quello, tra l’altro, della Grande Guerra e quello della Moda e Arti Applicate che assieme alla Collezione archeologica, sono Sezioni permanenti.

Di seguito, con le parole della Dottoressa Barbara Spanedda , il Museo Provinciale di Gorizia fu istituito dalla Giunta Provinciale della Contea di Gorizia e Gradisca  nel 1861; in precedenza era ubicato nella Piazza del Duomo, nel Palazzo della Dieta, aperto al pubblico nel 1865, poi nel 1900 venne trasferito nel Palazzo Attem Petzenstein ed inaugurato da Francesco Giuseppe. 
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Continuando con le parole della Spanedda,  Responsabile dell’Attività didattica presso i locali Musei Provinciali, che meglio illustrano queste raccolte e che fin da ora ringraziamo: 
“La parte archeologica comprende reperti provenienti da diverse campagne di scavo condotte nella zona di Gorizia fra la seconda metà dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento che documentano l’evoluzione culturale del territorio dell’attuale provincia di Gorizia e della Valle dell’Isonzo, dal periodo preistorico fino all’epoca medievale e rinascimentale.
 
La prima sala è dedicata al periodo che va dalla fine del Paleolitico alla fine del Neolitico (da 450.000 a 3.000/2.500 anni a. C. circa): sono esposti principalmente manufatti litici che provengono soprattutto da San Lorenzo Isontino, Capriva e Mossa.

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La seconda sala ospita i reperti della Protostoria, un periodo di tempo corrispondente grosso modo agli ultimi due millenni a.C., caratterizzato da una profonda trasformazione culturale delle comunità, essenzialmente legata all’introduzione del metallo. Con l’età del Ferro (I millennio a. C.) la documentazione si arricchisce sia per gli abitati, sia per le necropoli.

Per quanto riguarda queste ultime, necropoli del tipo a cremazione sono state individuate in numerose località. Qui è esposta una scelta di materiali di alcune di esse: Santa Lucia di Tolmino (ora in Slovenia), che è una delle più antiche necropoli dell’area padano-alpina orientale con oltre seimila tombe rinvenute nel corso di diverse campagne di scavo tra il 1880 ed il 1902, Medea e Monte Calvario presso Lucinico.

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Nella terza sala sono esposti manufatti dell’età romana. In quest’epoca si intensificò e perfezionò la produzione di attrezzi ed utensili in ferro legati alla agricoltura, alla pesca, alla lavorazione del legno e all’edilizia. Molte forme raggiunsero allora un tale grado di funzionalità da rimanere sostanzialmente invariate fino ai tempi moderni.

Il vetro costituì un altro importante settore dell’artigianato romano, sviluppando tecniche diverse e forme molto varie documentate nella sezione soprattutto dai reperti aquileiesi. Sono presenti anche altre classi di materiali quali la ceramica, le anfore e le lucerne con una ricca tipologia. La testimonianza più rilevante dell’epoca romana nel Goriziano è costituita dai manufatti rinvenuti nella villa rustica di Lucinico.

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La quarta sala è dedicata ai periodi medievale e rinascimentale. L’alto medioevo è rappresentato da un gruppo di armi in ferro e da uno dei manufatti più pregevoli della sezione, la crocetta longobarda, databile alla fine del VI secolo, in lamina d’oro, ornata da un motivo di tre nastri intrecciati, caratterizzati dalla presenza di dettagli animalistici alle estremità.
 
Per l’età medievale e rinascimentale è stato scelto, come sito campione, la Rocca di Monfalcone, dove i numerosi reperti attestano una frequentazione dall’epoca preistorica alle età bassomedievale e rinascimentale. A questi ultimi periodi risalgono le belle ceramiche in maiolica arcaica e graffite e dipinte su ingobbio.”

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Ed ora la nostra Crocetta, attraverso la pubblicazione a firma di Isabel Haumada Silva, su Annali di Storia Isontina, n. 4 – 1991, estrapolata nelle note interessanti la nostra “archeochicca”:

“… La croce è in oro laminato (inventario n.32c di cm 6 per 5,5 e di peso g 3,10 – comprensivo di una base cartacea sulla quale è cucita – è stata già resa nota in Aberg 1923, p.90; Fuchs 1938, pp.28,32,38 e 69, cat. n. 21,tav. 4,21; Haseloff 1956, pp. 148 e 150; Roth1973, pp. 148 e 151; Brozzi 1982, p. 315, n. 18; Dorigo 1988, p. 49.), sottile, decorata a sbalzo e ritagliata in quattro bracci separati e poi sovrapposti. Essa è di forma quasi equilatera con i bracci trapezoidali delimitati lungo i bordi da una cornice perlinata, in parte ritagliata.

La decorazione è costituita da un intreccio regolare a tre capi con nastro a tre vimini dei quali quello centrale perlinato; verso l’estremità dei bracci, i capi laterali terminano con due teste di animali fantastici a fauci aperte ed il capo centrale con una coda. Presenta sedici fori per l’applicazione, otto centrali e due ad ogni estremità dei bracci. Uno di questi ultimi è incrinato.”

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Vi abbiamo qui messo, più in basso, un’immagine in bianco e nero, dove risalta il complesso disegno dalla crocetta. 

“Molto si è discusso  sulla funzione e sul significato delle croci auree. Oggi si è in genere concordi nell’attribuire a questi oggetti un uso specificatamente funerario assunto dei Longobardi dopo il loro arrivo in Italia, dove assimilarono un’abitudine tipica dell’area mediterranea. Essa in seguito si diffuse presso le popolazioni germaniche d’oltralpe.  La croce che stava ad indicare l’appartenenza dell’inumato al cristianesimo, veniva cucita su un velo o su un sudario che era posto sul volto del defunto. 

Oltre al significato religioso e decorativo, le croci avevano anche attribuzioni magiche di protezione contro i mali rese evidenti dalla presenza simultanea nella decorazione di motivi animalistici ‘pagani’ con altri motivi chiaramente cristiani, come ad esempio, l’orante o il cervo.


Finora sono state trovate in Italia circa 250 croci auree, delle quali oltre un terzo è costituito da una lamina liscia priva di decorazione.

Le croci decorate a sbalzo venivano ottenute battendo una sottile lamina d’oro su un modano di materiale resistente (bronzo, legno, osso), dove era stata scolpita a rilievo la decorazione; a seconda dell’ornamentazione voluta, si usavano uno o più modani e, dopo avere impresso il motivo decorativo, la croce veniva ritagliata. Talvolta l’impressione poteva essere fatta su più lamine, poi ritagliate separatamente e in seguito sovrapposte come nel caso della crocetta dei Musei Provinciali di Gorizia.

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In particolare la crocetta dei Musei Provinciali di Gorizia fa parte di un gruppo di esemplari con decorazione pressoché simile che presentano solo alcune lievi varianti. L’ornamentazione costituita da una chiara composizione a nastri intrecciati zoomorfizzati, caratterizzata dalla presenza dei dettagli animalistici solamente alle estremità dei nastri. 

Un’ultima osservazione da farsi sulla crocetta dei Musei Provinciali è relativa alla sua provenienza. Abbiamo già accennato che appartiene alle collezioni museali ottocentesche, prive purtroppo di inventari particolareggiati, a causa della dispersione di materiali e di documentazione subita dai musei durante la prima guerra mondiale.

Da un unico inventario generale conservatosi risulta che la crocetta pervenne ai musei nel 1891, ma non è indicato il luogo di rinvenimento.

Nell’archivio della Giunta provinciale di Gorizia si conserva inoltre una lettera del 7 luglio 1896 dell’allora direttore del museo Enrico Majonica, indirizzata alla Giunta provinciale, nella quale questi chiede e ottiene il permesso per inviare all’ i.r. Museo Austriaco di Vienna un gruppo di oggetti, tra i quali vi è una crocetta aurea longobarda, per essere studiati dal prof. Alois Riegl nell’ambito delle attività di pubblicazioni promosse da un comitato scientifico istituito dall’ i.r. Ministero del Culto ed Istruzione.

Altre notizie non sono reperibili e la provenienza della crocetta in esame rimane ignota, anche se come mera ipotesi si potrebbe pensare che provenga da Gorizia o dal suo circondario considerando la presenza di tombe longobarde a Gorizia stessa, a Moraro, a Romans, a Salcano e a Biglie. Gli ultimi due siti citati sono oggi in Slovenia ma nel 1800 facevano parte dell’entroterra goriziano.”
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Che altro dire, è commovente e suggestivo il comportamento religioso di questa popolazione che fino all’ultimo atto terreno, ribadiva la sua appartenenza alla Cristianità, lasciando un segno di passaggio verso l’aldilà per riaffermare nello sfacelo del mondo intorno ad essa la dignità e l’orgoglio, simile a quello dei primi Cristiani delle catacombe.

La dolce pace che emana alla vista di questa umile, semplice croce, è un messaggio di altissimo valore, benefico per chi lo accoglie, ma fatalmente utile anche per chi, pur eventualmente non condividendo, ne sente comunque il pensiero positivo.
Ulteriore considerazione, notevoli e da visitare, come amichevole suggerimento personale, anche le altre Raccolte museali; quella della Grande Guerra è punto irrinunciabile.

DOVE SI TROVA. I Musei Provinciali di Gorizia si trovano in Borgo Castello 13-15, Telefono: 0481 533926 - 0481 530382, E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , sito web  www.musei.regione.fvg.it .

 
RINGRAZIAMENTI. Sembrano le frasi di sempre, del resto come ringraziare diversamente la squisita collaborazione, prestata senza tentennamenti dalla valente Dottoressa Barbara Spanedda, Responsabile dell’Attività Didattica del Museo, dimostratasi subito essenziale per il varo della nostra fragile barchetta, con il cospicuo invio di materiale da pubblicare? 

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E come menzionare senza un rispettoso, deferente inchino le infinite qualità della Professoressa Patrizia Vallone, paziente collaboratrice e quasi… badante nei momenti di maggiori complicazioni, mentore discreta e come sempre indispensabile?
 
CREDITI. Alcune delle immagini di città con edifici di origine  longobarda sono una scelta redazionale. I testi virgolettati, i disegni di alcuni reperti e le foto sono un cortese apporto dei Musei Provinciali goriziani, compresi alcuni acquerelli, probabilmente eseguiti poco dopo il recupero; ce ne scusiamo per la qualità delle riproduzioni e il taglio delle immagini. Il disegno del titolo e la cartina dell’Italia del 638 sono di Sergio Murli.
 
CONCLUSIONI. Ad una certa età è faticoso mantenersi in forma; ma, rimessici in moto, tutto fila, o quasi.
Buona e serena Pasqua a coloro che la sanno apprezzare intimamente. Per gli altri, buone gite e buona vacanza, che non fa mai male. Questo è un ottimo periodo per visitare i nostri Musei.

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È venuto a mancare nei giorni scorsi, Gino Falleri, appassionato e vulcanico; vera colonna e faro dell’Ordine dei Giornalisti della Capitale.

Era un amico e un collega, come un fratello maggiore; ci mancherà, a me e a Patrizia Vallone.

Un grande abbraccio alla cara Consorte.
Ciao, Gino, porca miseria, che vuoto ci lasci.
 

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