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ARCHEOCHICCA (LXI) - IL SITO DI PORTA DI PONTE

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LA PRIMITIVA BELLEZZA
DEL SIGNORE DEI CAVALLI

MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO
DI TOLENTINO (MACERATA)


di Sergio Murli
Ci sembra giunto il momento di illustrare la storia di questo Museo, che, come quasi tutte le sedi delle raccolte italiane, ha tante vicende da raccontare. Poi nei parleremo più sotto, per ora, approfittiamo di quello che sappiamo da tempo, la sua riapertura dopo progetti e lavori per questo febbraio freddo e si sperava, di rapido passaggio.

Non abbiamo chiesto ulteriori spiegazioni, primo perché vogliamo credere nelle belle notizie, secondo per la oggettiva difficoltà di raggiungere, la ottima e paziente Dottoressa Maura Gallenzi, responsabile… quasi suo malgrado della struttura museale di Tolentino, Lei che sarebbe “soltanto” una valida funzionaria comunale.

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C’è in questo Luogo un oggetto che ci ha veramente colpito: bello nella sua semplicità, nella purezza dell’essenza delle sue linee, che infatti sono state poi copiate ed abbellite di bardature e pendagli che nulla aggiungono, in esemplari presenti in altri Musei (Ancona e Regione, almeno così a noi risulta, poveri cronistorici senza grandi meriti, almeno secondo gli Studiosi). 

Questo magnifico oggetto viene da un gruppo di sepolture a ridosso delle mura di Tolentino e la datazione ci porta attorno alla metà del VI sec. a.C., anche se la tomba in questione, il suo contenuto, è datata circa IV secolo, fase archeologica Piceno VI.

Forse una riutilizzazione oppure una continuità di deposizioni.
Guardate le  immagini fotografiche di questo reperto, oltre che bello, trasmette tutta la forza e la potenza del metallo, specchio di questa popolazione, priva di molti di quei fronzoli che infiocchettano altre civiltà, anche in altri periodi.

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Ed hanno dato un’impronta netta, inequivocabile, a questa stirpe che si riscontra senza sforzo nei caratteri del vero Marchigiano, ottimo e solare ma compreso, capito, soltanto dopo una frequentazione di grosso spessore, fatta di rispetto assoluto per il suo lavoro che nei secoli ha reso grande questa Regione, all’avanguardia tecnologica e imprenditoriale del Paese.

Come avrete capito, parliamo dei Piceni, o Picenti a nord, o Pretuzi a sud, stanziati per buona sorte dei posteri da queste parti e mai più andati via.

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Ma chi erano i Piceni; con un po’ di saccente narrazione, proveremo con i nostri scarsi mezzi a farveLi capire (con l’aiuto della Guida museale) e brani presi un poco in giro per le pubblicazioni. Intanto, Piceni è nome moderno, proprio soprattutto del linguaggio archeologico, dato alle popolazioni che abitavano il Piceno, appunto, prima dell’arrivo dei Picenti, per altro, Piceni è oramai termine usato comunemente. Sembra complicato ma, ora vediamo. 

Attorno alla fine del I millennio a.C., tra le Marche e l’Abruzzo odierni, tra il fiume Esino e il fiume Pescara, si ebbero precise identità culturali, sbocciate con forte impulso religioso in una specie di trasferimento di massa di un’intera popolazione, che al seguito di un vero e proprio totem, si spostò dall’alta Sabina nel versante Adriatico ed occupò, non sappiamo quanto pacificamente, la parte del territorio che ritennero ideale per le loro necessità.

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Interessante il soggetto totemico, il Picchio verde, picus, sacro a Marte, sorprendente per le sue abilità nel procurarsi il cibo e nel trasferirsi agevolmente con quell’adattamento tanto utile per questa popolazione; bello anche il colore, ben mimetico nel fondo dei boschi, dunque tanto prezioso per i primi cauti spostamenti di queste genti in un territorio, se non ostile, comunque sconosciuto.

E sembrerebbe accertata l’origine del nome, dal latino picus, fino a Picenti.

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Ricordate che la caccia a tutti i picchi è vietata, perché questi uccelli sono considerati utili all’agricoltura. Poi, si sono guadagnati una benemerenza di ordine storico per aver “guidato” un’espressione che ha modificato molti secoli fa, l’immagine di gran parte dell’Italia centrale.

Ma i Piceni che lingua parlavano? Era sicuramente di ceppo italico, di provenienza sabellica, attraverso l’idioma umbro; ne abbiamo prove con una ventina di iscrizioni che abbracciano tutto il periodo storico in questione, VI – III sec. a.C.

Avete sicuramente compreso che lo stanziamento di queste genti, ha coinciso con tutte le espressioni civili ed artistiche cha hanno portato via via dalla Età del bronzo, poi a quella del Ferro, fino, appunto, alla “conquista” della scrittura, fondamentale per esistere ed essere ricordati e studiati.

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I Piceni ebbero varie avventure e disavventure che li attraversarono, dalle invasioni dei Galli Senoni, alla alleanza con i Romani, con i quali nel 295 a.C. vinsero il conflitto che valse loro l’appartenenza alla Repubblica Romana a tutti gli effetti con i destini della Penisola. 

Vi avevamo promesso notizie storiche sul castello che ospita il Museo “Gentiloni Silverj” ed il significato del suo nome, eccole: intanto, si trova in luogo strategico tra l’Adriatico e i Sibillini.

Per il nome partiamo da lontano, dal latino granica, granaio; passato poi al francese grange e a grancia, cioè… granaio. Qui c’è una spiegazione “corposa”, erano così chiamate dal Medioevo quelle strutture ben difese e protette, colme di viveri e derrate varie, sufficienti a resistere anche anni a carestie e assedi. Depositi che, come leggiamo, erano una specialità dei Camaldolesi ( o Cistercensi?). 

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Era stato edificato nell’XI secolo con le prospettive dette poco sopra, fu poi ingrandito nel XIV secolo conservando il suo utile ruolo, oltre che dimora del proprietario. Da allora i secoli ne hanno cambiato uso e possesso, fino al 1829, anno della sua cessione.

Attualmente fa parte del Comune di Tolentino ed ospita dal 2000 il Museo della nostra chicca: eccone una descrizione estrapolata da nostre ricerche. 


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La raccolta archeologica è costituita dalla collezione lasciata al Comune di Tolentino dal conte Aristide Gentiloni Silverj, è alquanto cospicua sia per numero che per qualità di reperti: quelli esposti ammontano a circa milleseicento pezzi pertinenti ad età diverse, dalla preistoria all'altomedioevo, quelli nei depositi a circa duemilacinquecento, anch'essi di epoche diverse.

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Della maggior parte degli oggetti si conoscono le provenienze: sono stati infatti in massima parte recuperati nelle necropoli picene di Tolentino scavate dal Gentiloni Silverj (Casone, Benaducci, Settedolori, Rotondo, Contrada Bura, S. Egidio); altri sono di rinvenimento sporadico sia nelle stesse necropoli dell'Età del ferro sia lungo il torrente Casalone e nella tomba di Porta del Ponte; altri infine provengono dall'Etruria, dalla Valpadana e da altre zone del Piceno (fra le quali la necropoli picena di Offida).

I materiali si articolano in millecinquecentoquarantasei di età preromana, di cui sedici di fattura greca e ventitre di età romana. La collezione lapidea comprende pezzi romani, tardoantichi e altomedievali ed altri, non quantificati, di età rinascimentale.

Qualcosa su TOLENTINO e le sue origini, intanto sembrerebbe scissa ogni aderenza e continuità delle vicende più recenti con le radici antichissime (Piceni), probabilmente la ragione è la dispersione di eventi del passato che poi non hanno ricevuto continuità. Si trova, è bene ricordarlo,  a 228 m  di altitudine nella valle del Chienti, alla sua sinistra.

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Di notevole interesse storico e artistico, conserva un nucleo antico ancora parzialmente cinto da mura medievali.

Antica sede di diocesi, forse dal IV secolo d.C., si costituì comune mantenendosi a lungo ghibellina; sottomessa alla Chiesa (1355), si ribellò (1377) e inflisse ai Guelfi una dura sconfitta, per poi tornare alla Santa Sede e agli Sforza, tentò comunque più volte di opporsi. Dal 1445 stabilmente alle dipendenze del Papato, fino all’Unità.

Notevoli, tra l’altro, il Museo Civico e il Museo delle Ceramiche, oltre al calore ospitale dei Tolentinesi, che vanno capiti ed apprezzati per i loro numerosi pregi.

Continuiamo ora con il Piceno. In età storica, come detto, fu abitato dai Picenti e dai Pretuzi, oltre che da gruppi di Liburni. Verso il 390 a.C. accolse la Colonia Siracusana di Ancona e più tardi, nel 268, dopo varie vicende, fu annessa dai Romani, che stavano fondando, creando di fatto il possesso di numerose colonie, sia latine, Adria e Firmum, che romane, Castrum Novum, Potentia e Auximum. 

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Danneggiato dalla Guerra Sociale, di cui fu uno dei focolai, poi costituito nella V regione (Picenum), e, nel 292 d.C., nella VI (Umbria), a formare la provincia Aemilia et Picenum.

Dopo l’età romana, il Piceno riuscì a sottrarsi parzialmente ai Longobardi con la costituzione in Pentapoli (VI sec.) delle città costiere di Ancona, Fano, Senigallia, Pesaro e Rimini, dipendenti inizialmente dall’Esarcato bizantino di Ravenna. Il seguito è comune alla città di Tolentino con le vicende narrate sopra.

Sulla NECROPOLI DI PORTA DEL PONTE e qualche spiegazione sull’oggetto della nostra chicca e sulle sue funzioni, riportiamo dalla Guida inviataci da Tolentino dalla squisita cortesia della Dottoressa Gallenzi: 

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“I materiali furono recuperati nel 1854 durante lavori di demolizione dell’antica Rocca Sforzesca in Via dei Macinetti presso “Porta del Ponte”. Al rinvenimento segnalato ad opera del conte Severino Servanzi Collio, studioso ed erudito della vicina San Severino Marche, non seguirono scavi regolari, ma ci si limitò al solo recupero degli oggetti e al loro deposito presso l’Archivio comunale di Tolentino. Solo il 30 settembre 1884 il Gentiloni Silverj inventariava, tra i materiali della raccolta municipale costituita dal 1882, il corredo denominato della “tomba di Porta del Ponte”.

Il corredo, da ascriversi alla seconda metà del VI sec. a. C., testimonia i contatti commerciali intercorsi con l’ambiente etrusco, in particolare orvietano, testimoniati da rinvenimenti lungo vie di penetrazione appenniniche. Il vasellame bronzeo, tutto di notevole fattura, conferma tali scambi: il manico di infundibulum a lira, il colino con manico desinente con protome ornitomorfa, la cista a nove cordoni puntinata e con anse mobili, il caldaio e la bacinella con orlo ispessito e ribattuto, le due olle stamnoidi, l’ansa con palmetta, il leoncino pertinente anch’esso ad un vaso bronzeo.

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Particolarmente preziose le due anse configurate che rappresentano il c.d. signore dei cavalli e la coppia di anse a maniglia con teste di cavallo da una hydria bronzea. Il gruppo da attribuire a maestranze italiche locali, trova particolare confronto in tutta una serie di anse simili di medesima produzione o legate all’ambiente laconico rinvenute in ambiente piceno.”

Sono dunque anse, cioè manici o, come dice qualsiasi dizionario enciclopedico, "manici ricurvi di un vaso, prese di grandi contenitori bronzei" – ciste, o magari prese di coperchi, e non pithoi che sono generalmente di terracotta –, evidentemente dissolti per le diverse condizioni delle tombe: umide, asciutte, franate; terreno più o meno acido  e dispersi nel tempo che per l’esiguità del manufatto, sottile perciò così reso più leggero per gli spostamenti.

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Le anse di maggiore consistenza, anche perché dovevano sopportare tutto il peso, si sono, per nostra fortuna, conservate fino a noi in tutta la loro bellezza; per il piacere dei nostri occhi.

Bel Museo: il tempo migliora, ci sono tutti i presupposti per una proficua visita, coraggio!

DOVE SI TROVA. Museo Archeologico “Aristide Gentiloni Silverj”: Castello della Rancia - Contrada Rancia,snc (MC) TOLENTINO, recapito telefonico  0733 973349, email:  Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , sito web     http://www.comune.tolentino.mc.it 

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PRECISAZIONE. Le immagini della vetrina con reperti, del cratere attico, presenti in Museo, non sono pertinenti alla Tomba del Ponte; ma documentano, anche se in modo estremamente limitato, l'ampia consistenza e la varietà degli oggetti custoditi.

RINGRAZIAMENTI. Alla Dottoressa Maura Gallenzi, anche se i nostri rapporti si sono quasi subito interrotti; non certo per colpa nostra, neppure a causa Sua. Altri e più urgenti impegni l’hanno chiamata, lontano dalle nostre piccole cose, il Suo apporto è stato fondamentale per raccogliere materiale indispensabile al nostro lavoro. Questo articolo esce in ogni caso a Sua insaputa; speriamo di non aver fatto danni… comunque, chiediamo pazienza ai Lettori, per la qualità di alcune immagini, davvero pessima; non ne siamo colpevoli, nemmeno in parte. 

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Poi alla Professoressa Patrizia Vallone, per la quale non troviamo più parole e lodi da aggiungere ai numeri precedenti pubblicati. Lei sa quanto apprezziamo la Sua opera essenziale.

 
CREDITI. Le immagini del Museo e dei reperti sono un cortese invio, tramite la Dottoressa Gallenzi, del Comune di Tolentino, compresa parte dei testi della Guida; altre sono una scelta redazionale. Il disegno, di pura fantasia,  è di Sergio Murli.

CONCLUSIONI. È stato faticoso, per la grande debilitazione a causa  dei nostri problemi di salute, che, tra l’altro, non sono finiti; ma la forza di volontà è tanta: vedremo chi la vince.  

Al prossimo mese, sperando nella generosità di Chi può…

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