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ARCHEOCHICCA (LVIII) - IL PITTORE DELLE RONDINI

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L’OINOCHOE VULCENTE
DEL ROMANTICO
GRECO


MUSEO NAZIONALE DEL CASTELLO DELL’ABBADIA 
DI VULCI (VITERBO)





di Sergio Murli

Egregi Lettori, se possiamo parlarVi oggi, di questo pittore operante nell’area di Vulci è per merito del Prof. Antonio Giuliano, venuto purtroppo a mancare a giugno di quest’anno; ed è in nome di questo grande studioso e storico dell’arte; archeologo conosciuto e rispettato in ogni ribalta internazionale che Vi presentiamo, come detto, il nostro artigiano e le sue creazioni, figlie di una simbiosi, fra l’arte del suo paese di origine e le mode e tendenze della terra d’Etruria e, in particolare, del Vulcente, allora in rapida espansione sia politica che culturale, tanto da dare inizio ad un periodo di grande splendore.

dic-18 Giuliano - CopiaSufficiente per attirare nella zona altri greci come lui in cerca di nuove avventure e progetti; anche di guadagni, stanti le allora grandi possibilità dei Vulcenti con i loro commerci in tutto il modo antico. Vorremmo perciò continuare a raccontarVi di Antonio Giuliano.

Era nato a Roma molti anni fa: nei suoi viaggi in Medio Oriente aveva ottenuto notevoli risultati con i suoi scavi ed inoltre le sue innumerevoli foto risultano oggi di grande valore, specialmente quelle che documentano zone archeologiche e reperti distrutti da eventi riprovevoli ed azioni irresponsabili; dunque sono immagini uniche e irripetibili.

Giuliano era acuto e sensibile nelle sue imprese, da ricordare il Suo contributo alla nascita del ministero dei Beni Culturali, oltre alla redazione per la sue competenze dell’Enciclopedia dell’Arte Antica.

Accademico del Lincei, docente all’Università di Genova, poi nella sua città a Roma Tor Vergata, dove ha seminato archeologia e storia dell’arte greca e romana. 

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I suoi volumi non sono andati perduti, come del resto i documenti fotografici: hanno preso la strada dell’Accademia dei Lincei e Corsiniana; sono ora a disposizione di ogni consultazione.

C’è sulla sua vita un libro-intervista di Francesco Solinas: “Appunto per un volume di ricordi”
Negli ultimi tempi la salute lo stava abbandonando, è comunque morto serenamente nella sua Roma a 88 anni.

Aveva scritto testi fondamentali sia sull’ Arte antica che su quella Medievale; ma si era interessato anche a Giacomo Leopardi e alla Restaurazione, studi ripresi cinque anni dopo. 
Anche il Ministro dei Beni Culturali ha voluto esprimere il suo pensiero deferente con uno scritto particolarmente sentito per questa perdita.

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Eccoci ora al nostro Pittore delle Rondini, individuato, come detto, dal Prof. Giuliano, e così chiamato per via di certe rondinelle su un rametto dipinte sui suoi vasi.

Vediamo in questa firma il ricordo romantico della sua terra, forse una struggente nostalgia per la patria lontana, un saluto affettuoso a quegli uccelli che veloci arrivano ovunque, a sfiorare la casa della sua gioventù dai colori e dai profumi tanto diversi. Possiamo solo immaginarlo, chissà.

Ora qualcosa sull’oinochoe, chicca del mese e perché quest’opera è così importante: è l’unico reperto accertato di quest’artista ad avere una provenienza certa, a differenza degli altri, giunti nei musei con percorsi poco documentabili, magari da recuperi dopo scavi clandestini o acquisizioni dal mercato antiquario.

Come recita lo scritto dalla Dottoressa Simona Carosi, Funzionario Archeologo, Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale. Delle presumibili dodici opere attribuibili a questo pittore,  è questa l’unica di cui si conosca il contesto di rinvenimento.

Un esempio questo che dimostra drammaticamente – uno a dodici – quali percentuali di perdita di dati scientifici hanno subito negli anni le testimonianze vulcenti; preda ambita, triste e dannosa di individui senza scrupoli, senza un minimo di senso civico, sordi ad ogni rapporto con lo Stato che comunque avrebbe loro riconosciuto un congruo compenso ed apprezzato la nobiltà della scelta, magari esempio per altri meno… sensibili. 

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Già, ma dove è stato recuperato questo vaso, unico finora nel suo contesto, che racconta di un percorso artistico, sofferto, così influenzato dalle origini del ceramista, dalle forme e decorazioni locali, dalle esigenze non sempre, magari, in linea con l’arte di colui che doveva far vivere tutto ciò possibilmente in maniera elegante e soddisfacente per sé e per i committenti?

Ora, con le parole della preziosa Carosi e ricordando che la “nostra” è quella illustrata in alto di maggiori dimensioni con altre fotine vicino; di seguito immagini di altre opere sicuramente attribuite al nostro artista:

“L'oinochoe fu rinvenuta nella camera centrale di fondo (camera I) di un ipogeo con vestibolo a cielo aperto sul quale si aprivano cinque camere di pianta ed esecuzione diversa, indagato dalla Soprintendenza tra il 19 ed il 27 febbraio 1981 nel settore centrale della Necropoli dell'Osteria e in particolare lungo la strada che, distaccandosi dalla SP dell'Abbadia, conduce ancora oggi all'area urbana di Vulci. 

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L'opera è attribuibile ad un ceramografo immigrato dalla Grecia orientale nella seconda metà del VII sec. a.C. e denominato convenzionalmente Pittore delle Rondini; l'origine e la formazione di questo artigiano, individuato dal compianto prof. Antonio Giuliano negli anni '60 del secolo scorso, sono esplicitate dall'aderenza del suo stile a quello della ceramica greco-orientale del c.d. "Wilde Goat Style" (sequenze di stambecchi pascenti, motivo eponimo delle rondini appollaiate sul racemo, elementi decorativi accessori); altri elementi invece, come ad esempio le "rosette a punti", di origine corinzia, e alcune forme utilizzate, denunciano un progressivo adattamento dell'artigiano al nuovo ambiente in cui si trovò ad operare.

Ambiente che fu certamente quello cosmopolita ed aperto della città di Vulci, centro in rapida ascesa tra la seconda metà del VII e gli inizi del VI sec. a.C. (cd. Orientalizzante recente): molti furono infatti gli artigiani immigrati che si misero al servizio delle locali aristocrazie in questo periodo, in diversi settori dell'artigianato. Per quanto riguarda la ceramografia, oltre al Pittore delle Rondini, operò a Vulci "il Pittore della Sfinge Barbuta" un ceramografo immigrato da Corinto.”

 dic-18 oin4 e4aa3e842ea6b6ade4d3aa5ebe02946d--the-swallows-side-a - CopiaQui  di seguito, sempre con le parole della Dottoressa Carosi, ecco la scheda tecnica del reperto a firma del Pittore delle Rondini: 
 
“Museo Nazionale del Castello dell’Abbadia di Vulci
 
Inv. 104881
 
Dalla Tomba del 19-27.02.1981 o Tomba presso la Strada
 
H con ansa 30; H alla bocca 26.
 
Forma: bocca trilobata, breve collo distinto da coppia di listelli rilevati; spalla sfuggente, ventre rastremato verso il fondo, piccolo piede troncoconico; ansa tricostolata, impostata sulla bocca e sulla spalla, con coppia di rotelle ai lati dell'attacco superiore. 

Decorazione: bocca, collo, ansa e piede verniciati in nero-bruno; sulla bocca, occhi apotropaici e rosette a punti suddipinti in bianco; sulle rotelle e sul collo, rosette a punti sempre suddipinte in bianco. 
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La decorazione sul corpo si suddivide in tre registri delimitati da fascette ed incorniciati, in alto, da una sequenza di sottili linguette e, in basso, in prossimità del piede, da una raggiera; il registro superiore presenta, in alternanza, fiori e boccioli di loto capovolti, raccordati da volute; nei due sottostanti è una fila di stambecchi pascenti verso destra, ritoccati in paonazzo e attorniati da rosette a punti; la sequenza del primo registro è interrotta da un alberello sul quale si trovano due rondini affrontate.

Sotto l'attacco inferiore dell'ansa, palmetta con punti allineati al centro dei petali.”

dic-18 oin 2059503 foodanddrink ProvidedCHO Soprintendenza Archeologica del Lazio e dell Etruria Meridionale 94 - Copia - Copia È la prima volta, se ricordiamo bene, che torniamo su uno stesso Museo per una  diversa chicca. Si può considerare questa un’eccezione, ma ne valeva la pena, specie se i reperti rientrano nella categoria dei capolavori,  importanti e degni di essere divulgati anche da noi, umili cronistorici, nella speranza di aver contribuito, magari con un semplice semino, alla… coltura della cultura: pardon. 
 
Qualche cosetta su Vulci e come raggiungerla;  ne abbiamo messe un paio di immagini della città antica, con già l’impronta della romanizzazione.  È nella odierna Provincia di Viterbo, situata sul corso inferiore della Fiora. 

Risulta alleata dei Romani dal 281 a.C., dopo vicende che fatalmente l’avevano portata sull’orlo della distruzione.

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Dagli inizi del 1800, la zona è stata oggetto di severe spoliazioni e soltanto più tardi, a territorio gravemente compromesso, si sentì l’esigenza di studiare l’area  e recuperarne il materiale in modo organico e moderno, con scavi sistematici e scientifici.

Il territorio, abitato in epoca eneolitica, presenta ancora tratti della cinta muraria etrusca: è stata identificata l’acropoli, restano tracce consistenti di un grande edificio templare, delle terme e di un’ampia stipe votiva.

Sul fiume Fiora è il cosiddetto ponte della Badia, a tre arcate, della prima metà del I sec. a. C., che ha dato origine ai giorni nostri al Museo Nazionale Etrusco nell’omonimo castello.

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Di grandissimo interesse sono le necropoli, assai estese, con tombe di varie epoche e tipologie. Tra le più note da ricordare la famosa Cuccumella, forse in origine del VI sec. a. C.; è formata da un tumulo di 18m di altezza e 65m di diametro, nel cui interno si dirama una complessa serie di corridoi vestibolo, camere e gallerie, sembra non ancora del tutto esplorati.

Altrettanto celebre è la tomba François, che prende nome dallo scopritore: si tratta di un sepolcro dalla complessa architettura, rinvenuto intatto, con sontuosa decorazione e abbondante quantità di pregevole oreficeria. Di eccezionale valore è la serie delle pitture parietali, custodite a Roma a Villa Albani; raffigurano i proprietari della tomba, personaggi storici e mitici della storia etrusca; è considerata
appartenente al IV sec. a. C.

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Tra le altre, copiose, sepolture, notevoli quelle dette dei Tutes, o dei Tori, delle Iscrizioni, di Iside, la tomba Campanari e quelle a noi care della Panatenaica e la c.d. Tomba presso la Strada, culla protettiva per tanti secoli della “nostra” oinochoe, ora custodita nel locale Museo. 

Per arrivarci, da nord a sud, basilare è la statale n.1, Aurelia; agevole anche la linea ferroviaria, provenienza Roma e, dall’altro senso, dalla Liguria.
Bel posto Vulci, tra terra e vicino mare, clima temperato sia d’estate che d’inverno. 

Il Museo della Badia, da poco restaurato e risistemato con criteri moderni, è ricco di reperti, e dove fa spicco il corredo della Panatenaica, di una nostra precedente chicca, come detto.

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La città antica è visitabile, a corredo delle testimonianze miracolosamente conservate e recuperata da più soprintendenti, per fortuna con notevoli risultati.
 
DOVE SI TROVA. Il Museo archeologico nazionale di Vulci si trova a Canino (VT), nel Castello dell’Abbadia s.n.c., telefono: +39 0761 437787 , fax: +39 0761 437787, email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ,  sito web:  http://www.polomusealelazio.beniculturali.it/index.php?it/551/museo-archeologico-di-vulci   
 
CREDITI. Le immagini dei vasi, di proprietà e provenienza della “Soprintendenza Archeologica del Lazio dell’Etruria Meridionale, Roma”, sono state ricavate dalla disponibilità di “europeana.collections” che ambedue ringraziamo e indichiamo nei crediti come da Legge. Altri sono una scelta redazionale; il disegno è di Sergio Murli.

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Ci erano state promesse dall’Archivio fotografico di Villa Giulia – dopo regolare richiesta scritta ufficiale, del 6 novembre e dopo un paio di contatti telefonici con la Responsabile, l’ottima Dottoressa Alessia Argento – le immagini dei vasi del Pittore delle Rondini, custoditi in Museo, per “forse fine settimana (16-17 novembre) o poco dopo”, ma da allora non s’è visto niente né sentito nessuno ed è passato quasi un mese dal primo contatto.

Una sorta di cataclisma si deve essere abbattuto su questo Ufficio. Speriamo almeno che nessuno si sia fatto male…

RINGRAZIAMENTI. Su tutti la amabile e squisita comprensione della Dottoressa Simona Carosi, che si è interessata alacremente per rendere agevole ogni nostra ricerca e per aprirci un mondo di artisti ellenici che poco conoscevamo nell'universo del lavoro nel contesto etrusco. Grazie a Lei e a tutti coloro che ci hanno bene indirizzato verso la Sua paziente benevolenza. Nei ringraziamenti, come dimenticare l’affettuosa e calorosa compagnia della Prof. Patrizia Vallone, preziosa nella sua… tolleranza.

CONCLUSIONI. Ci è capitata per caso, sotto gli occhi un’opera del famoso Giacomo Balla (Torino 1874 -  Roma 1958): si tratta di un dipinto raffigurante forse un vaso con il fondo caratteristico a scacchiera, impreziosito da un volo di rondini… Solo casuale o è la sorpresa che soltanto l’Arte può riservare a noi comuni mortali? Non vogliamo indagare oltre; è troppo bello così.

È vicino il Natale e le sue Feste; ci permettiamo di augurarVi, verso il Nuovo Anno, giorni sereni e salute ottima. E avanti verso la luce!

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