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ARCHEOCHICCA (LVII) - IL SARCOFAGO DI VELLETRI

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DUE SPLENDIDE CULTURE

UN GRANDE CAPOLAVORO


MUSEO CIVICO ARCHEOLOGICO 

“ORESTE NARDINI” DI VELLETRI





di Sergio Murli

Gentili Lettori, ogni volta iniziamo con frasi più o meno roboanti, altisonanti e oratorie, ma, come del resto questa volta, le riteniamo del tutto lecite e giustificate; è il caso, appunto, di questo fantastico sarcofago, grande e monumentale, chicca tra le chicche del Museo Nardini di Velletri.

Le parole da sole probabilmente non renderebbero l’idea dell’eccezionalità di questo “monumento” funebre: sono all’incirca oltre due metri e mezzo di lunghezza, 125 cm di larghezza e più di un metro e sessanta di altezza!

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Ma quello che stupisce è la meticolosità del lavoro rappresentato su tutti i lati visibili, la stupefacente opera di merlettatura sulle quattro facce e sulle decorazioni del coperchio, ed inenarrabili senza il conforto delle immagini sarebbero le figure, delicatamente rese, dei personaggi: dalle divinità, ai geni, ai semidei, dalle effigi allegoriche, alle figurazioni architettoniche: telamoni e cariatidi che magistralmente dividono le scene; e pensare che le figure erano anche colorate in modo vivace, lo spettacolo era davvero fiabesco.


Ovviamente, è ben rappresentato il defunto nell’atto di pagare con l’obolo il viaggio verso il regno dei trapassati, diremmo noi ora, ad un addetto incaricato della riscossione che gli apre la porta degli inferi; interessante la patera per ricevere la moneta.

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E poi ecco i tritoni, il cielo, la luna, leoni, sfingi, aquile, pastori, protomi taurine; le divinità, appunto, con alla testa Giove, Plutone padrone di casa, Nettuno, Cerere, Minerva e Diana, e tanti altri; infatti i personaggi mitici sono talmente numerosi che andrebbero studiati a parte con le loro storie che trovano spazio nella letteratura di tutti i tempi con opere e commedie che ci deliziano dal Rinascimento, senza trascurare le opere dei tragici greci, romani ed ogni altro popolo dell’antichità che si è avvicinato a loro.

Le figure scolpite, così ci dicono e non abbiamo motivo per dubitarne, sono 184, ben riconoscibili ed identificabili con i loro attributi che le differenziano in modo chiaro, tanto da individuarne subito, diremmo il nome e la qualifica.

Perché questo capolavoro straordinario porta il nome di Sarcofago delle Fatiche di Ercole? O quello più severo di Sarcofago di Velletri? quest’ultimo è quello dato dalla letteratura archeologica internazionale e accettato dalla Comunità scientifica, in ogni trattato che ne parla; ma il successo e la conoscenza derivano dall’altro nome: dalla meraviglia delle storie rappresentate sui quattro lati che ci raccontano Ercole e le sue fatiche, che non sono solo dodici, ma molte di più; e noi che abbiamo illustrato spesso, alcune di queste prove nelle occasione capitate in giro per i Musei italiani, non potevamo ignorare questa opportunità di compendio delle prove dell’Eroe. 

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Di questo sarcofago non se ne sa granché, trovato più o meno casualmente durante l’estate del 1955: la data ufficiale è il 10 luglio, nella località di Colonnella di Velletri. Datato al II secolo d. C., fa emergere due diversi tipi di marmo e due diversi luoghi di provenienza, tanto da ipotizzare, forse (noi siamo dei semplici cronistorici), un differenziato lavoro di stile: sontuosamente greco, con provenienza dai dintorni di Atene e squisitamente romano, dalla zone della famosa Luni, ben nota fin dall’antichità per i suoi pregiati marmi ed ora conosciuta come Carrara, che assieme a Massa fa provincia altamente produttiva.

Infatti non possono essere che romani quei personaggi, meticolosi nelle fattura, pur sottilmente ingenua, che ci raccontano le meraviglie da noi sognate fin dall’adolescenza, di divinità, eroi, animali fantastici e i grandi affanni, i sudori e le angosce di un semidio fortissimo e quasi invincibile, preda però del Fato, quel destino che l’ha imprigionato per tutta la sua vita terrena.

nov-18 Fig. 6 Admeto e Alcesti con Ercole - Copia
Il committente chi poteva essere? Non si sa; però una mezza idea ce la saremmo fatta dalle sembianze, da quel volto barbuto, maturo e in carne: potrebbe anche essere della stirpe degli Antonini, Marco Aurelio? ha qualcosa di Pertinace, di Didio Giuliano o Albino, peccato che Settimio Severo sia un poco più tardo, un pensierino, visto che il suo volto su alcuni ritratti nella sua maturità, ce l’avremmo costruito;  qualcuno magari dei familiari di questi imperatori: come sapete, le fogge di costoro ricalcavano quelle dei loro augusti parenti. Alcuni dei quali, caduti in modo cruento in battaglia e magari scomparsi nella carneficina e mai più ritrovati.

Con un po’ di controlli si potrebbe risalire a quelli sicuramente deposti nelle sepolture. In ogni caso, eccovi alcuni dei volti illustrati come indizi, più la fotina di Marco Aurelio.

Comunque, nel grande sarcofago qualcosa è stato recuperato, sappiamo di alcune ossa e un teschio: non siamo a conoscenza di studi e risultati su questi resti; ma ci basta il contributo, cordiale, dei Responsabili museali, che ci ha permesso di concretizzare questo nostro umile apporto.

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Ora, a proposito dell’edificio che ospita, assieme a innumerevoli altri capolavori, la nostra chicca, ecco quanto ci comunica la Responsabile Servizio Rete Museale Urbana, Cristina Crocetta: 
 
Il Museo Archeologico di Velletri ha sede nel cinquecentesco Palazzo Comunale, da cui si gode uno splendido panorama che spazia dai Monti Lepini, alla Pianura Pontina, fino al promontorio del Circeo e alle isole Ponziane.
È stato istituito nei primi decenni del Novecento ed è intitolato al suo fondatore Oreste Nardini, Ispettore onorario ai monumenti e agli scavi di Velletri.

Particolarmente suggestivo l'ingresso del Museo, sovrastato da un alto soffitto cassettonato con volta a botte, in fondo al quale è stata collocata  la Pallade di Velletri, calco in gesso della celebre scultura alta circa tre metri raffigurante Atena, ritrovata a Velletri e conservata al Louvre di Parigi.
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La Pallade è stata probabilmente fonte di ispirazione per lo scultore F. A. Bartholdi che progetta, alla fine del XIX secolo, la Statua della Libertà  nel suo atelier a pochi passi dal Louvre.
Il Museo conserva  le più antiche testimonianze storico-archeologiche del territorio ed espone opere di straordinaria importanza come il famoso Sarcofago delle Fatiche di Ercole (II sec. d.C.), …. 
 
Nella ricca figurazione mitologica, che si dispiega su tutta la superficie scandita da una ripartizione architettonica sorretta da cariatidi e telamoni, ha particolare evidenza il tema delle fatiche di Ercole, l'eroe che sopporta con forza le prove impostegli dal cugino Euristeo. Su uno dei due lati brevi, al centro, davanti alla porta degli inferi (simbolo del passaggio dalla vita alla morte) è rappresentato il defunto che paga l'obolo per accedere al regno dei morti); a sinistra di questa scena è raffigurata la prima fatica di Ercole che strangola il terribile leone di Nemea che divorava uomini e greggi, impossessandosi della sua pelle invulnerabile.
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A destra l'eroe uccide l'Idra di Lerna, un mostruoso serpente a più teste dall'alito mortale, utilizzandone il sangue velenoso per intingervi le proprie frecce. Procedendo nella stessa direzione, fino all'altro lato breve, nella fascia superiore sono rappresentate le altre fatiche di Ercole.

In quella sottostante si riconoscono invece le Esperidi, custodi del giardino dei pomi d'oro, il supplizio di Sisifo, Caronte, traghettatore degli inferi, il supplizio di Tantalo, e quello delle Danaidi condannate per aver ucciso i rispettivi mariti a riempire d'acqua un otre senza fondo.

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Il mito di Protesilao (primo caduto della guerra di Troia) e Laudamia, nella scena in cui i due coniugi si incontrano per un ultimo saluto, apre le sequenze dell'altro lato lungo della cassa; segue una serie di divinità: Giove, Plutone, Proserpina e Nettuno, seguiti da una scena in cui Admeto è in attesa di incontrare, con l'aiuto di Ercole, la moglie Alcesti morta al suo posto per garantirgli l'immortalità. 
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Nei diversi riquadri della fascia sottostante è rappresentato il rapimento di Proserpina.
Ben 184 raffigurazioni fanno di questo monumentale sarcofago un compendio della simbologia sepolcrale pagana, in cui i miti di Protesilao, Alcesti e Proserpina simboleggiano l'immortalità dell'anima e la possibilità di contatto tra il regno dei vivi e quello dei morti attraverso l'amore.
 
Tra le opere più rilevanti, oltre al già citato sarcofago romano, meritano particolare menzione: il “Sarcofago della Civitana” (III sec. d.C.), la “Lastra dell’Orante” (IV sec. d.C.), una lastra sepolcrale cristiana con scene dal Vecchio e Nuovo Testamento.  
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Sono, inoltre, esposte le cosiddette “Terrecotte Volsche”, lastre fittili di rivestimento rinvenute presso l'area delle  SS. Stimmate,  area archeologica situata nella parte più antica e più sacra della Città. Il Sito archeologico, poco distante dal Museo, è stato recentemente riqualificato racchiuso dentro una moderna  struttura architettonica in legno, metallo e vetro. 

Estremamente interessante per la storia del territorio è la donazione Pellegrini, un consistente nucleo di terrecotte architettoniche, convenzionalmente note come  lastre “Campana”, provenienti dalla località di Madonna degli Angeli, dove la tradizione colloca la Villa degli Ottavi in cui il futuro imperatore Augusto trascorse l’infanzia.”
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Qualche cenno della Velletri nell’antichità è doveroso: è in provincia di Roma, a 332 metri di altezza, sul versante sudorientale dei Colli Albani, sopra a uno sperone vulcanico dominante la pianura pontina. Notare che è raggiungibile dalla Capitale con una comodissima linea ferroviaria che da Termini, scodella in poco tempo proprio alla stazione di Velletri (esperienza personale). 

Il luogo era abitato fin da epoca paleolitica; sono state rinvenute anche interessanti suppellettili dell’età del ferro. Era l’antica Velitrae, di origine latina, dominata poi dagli Etruschi e quindi occupata dai Volsci, verso la fine del VI sec. a. C. (è stata recuperata una lamina del VI sec. di questo popolo).

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Purtroppo, scarse le tracce della città romana; sotto la chiesa di Santa Maria della Neve è stata identificata la pianta di un edificio, detto tempio volsco, databile tra il VII e il V sec. a. C.; tra i reperti, alcune interessanti lastre fittili decorative. Il Foro è stato individuato presso la piazza Umberto I; restano tracce di un altro tempio, della Basilica, di un anfiteatro e poco altro.

Numerose le ville romane nei dintorni, mentre, tra le opere d’arte rinvenute, sono la famosa e grandiosa Atena, copia di un originale del V sec. a.C. e una magnifica testa di Augusto che, ahinoi, ora si trovano al Louvre.

Altri pregevoli capolavori hanno trovato dimora, per fortuna, al Museo delle Terme a Roma e molti altri al locale Museo veliterno, compreso il “nostro” sarcofago che presentiamo come chicca del mese. 
Bella gita a Velletri, meritevole e apprezzabile in ogni stagione, accogliente e discreta nella sua ospitalità e cortesia.

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DOVE SI TROVA. Il Museo Civico Archeologico “Oreste Nardini” si trova a Velletri, 
Palazzo Comunale, Via Goffredo Mameli 4-6, Tel. +39 0696158268, Tel/fax +39 0696158239, sito web: www.velletrimusei.it  , e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 
RINGRAZIAMENTI. Alla paziente Responsabile Museale Cristina Crocetta che, coraggiosamente, fin dal primo momento, ha creduto in noi e al nostro entusiasmo, attivandosi per far sì che in tempi celeri ricevessimo il materiale richiesto; un saluto anche ai Collaboratori museali, sempre pronti ad aiutarci per le nostre richieste, spesso… insistenti.
Poi, alla Professoressa Patrizia Vallone, puntello indispensabile alle nostre incertezze.

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CREDITI. Il testo sul Museo Civico è una cortese concessione museale, mentre le immagini del sarcofago sono del Archivio foto Musei. 

Bibliografia: Guida al Sistema Museale Urbano di Velletri, a cura di Anna Germano,  De Luca Editori d'Arte, Roma, 2013. Museo e Territorio IV, a cura di Michela Angle, Anna Germano, Fausto Zevi, Atti delle Giornate di Studi (Velletri, 7-8 Maggio 2004), Palombi Editori, Roma, 2005.
Altre foto sono una scelta redazionale; il disegno del titolo è di Sergio Murli.

CONCLUSIONI. Siamo tornati alla base; ci stiamo ricompattando, sperando che la normalità resti tale, a lungo. Ciao, a dicembre, sempre se Qualcuno sarà d’accordo.

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