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ARCHEOCHICCA (LVI) - I BRONZI DORATI: L'ENIGMA

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CHI RAPPRESENTANO 
DA DOVE VENGONO 
CHI L’HA DISTRUTTI 
CHI L’HA NASCOSTI? 

MUSEO DEI BRONZI DORATI E
DELLA CITTÀ DI PERGOLA  (PU)

di Sergio Murli 
 
Parlare di questi magnifici resti bronzei e dorati è davvero arduo, c’è un senso di frustrazione, perché ogni ipotesi ragionevole, illustrata nel titolo di questo pezzo dei quattro interrogativi, porta fatalmente ad un’unica conclusione che sinteticamente si può racchiudere in un boh, chi lo sa?

Allora perché di questa nostra piccola avventura, se non il fatto, l’unico incontrovertibile, della bellezza e dell’interesse che questo Gruppo suscita in chi lo ha visitato in Museo o lo ha studiato; e, ovviamente – umilmente – anche in noi, ben felici di farne la Chicca del mese e tentare di smuovere le acque, immodestamente, nella speranza che prima o dopo, qualche elemento nuovo, aiuti nella soluzione dei molti misteri che lo avvolgono nelle spire delle nebbie di due millenni; già, più o meno, a sentire le ipotesi spesso discordanti degli Studiosi che si sono avvicendati al capezzale di questi resti. 

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Il paradosso allo stato attuale è che la sola certezza ad una eventuale risposta ai quattro interrogativi, risulta essere quella del quinto: chi l’ha ritrovati?
Si tratta di due fortunati contadini che casualmente nel 1946 li rinvennnero in una buca che stavano scavando vicino a casa loro; chi sa se al contatto delle pale quel rumore sordo, metallico a una certa profondità, non causò loro paura e allarme: la guerra era finita da poco e non erano infrequenti brutti incontri con bombe d’aereo inesplose che spesso causavano altre tragedie…

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Proviamo a riprendere il filo storico di allora con la notizia di un ritrovamento clamoroso che ebbe un certo seguito nonostante fosse ancora ben presente l’eco della Seconda Guerra mondiale con gli ultimi fuochi nel Giappone martoriato e vinto. 
Intanto di che si tratta: stiamo parlando delle parti di un gruppo bronzeo, incompleto, del peso stimato di 900 chili rivestiti di sfoglia d’oro puro per oltre 300 pezzi tra grandi e riconoscibili, oltre a frammenti, almeno inizialmente non collocabili. – unica cosa certa fin dall’inizio, era la fattura d’epoca romana e in buono stile.

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Altra considerazione certa, i personaggi sono due uomini, due donne e due cavalli. Chi sono e di quale datazione: qui iniziano i problemi che eminenti Studiosi italiani e stranieri hanno cercato di risolvere, affermando di riconoscere i personaggi, dunque l’epoca e perfino le cause che hanno portato questo monumento che ornava qualche piazza, qualche foro a finire dentro a una buca; tristemente o ingloriosamente? 

Tutto risolto? Purtroppo niente di tutto questo; infatti il dramma sta proprio nelle conclusioni dei valenti Studiosi: ne abbiamo prese in considerazioni sei, tante quante ci sono state fornite dalla cortesia e dalla gentilezza della Dottoressa Beatrice Cenci del Museo (già, che nome…), che ringraziamo per l’aiuto e la collaborazione immediata.

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Il dramma di cui sopra sta nelle conclusioni, ce ne fosse almeno una che concorda e collima con le altre; per ora dopo tanti anni, siamo più o meno a questo punto. Fedeli Lettori, stentate a crederlo? Vi comprendiamo, ma dunque, ecco le relazioni dei sei esperti, le loro ipotesi identificative, con tanto di nome e cognome; ci siamo permessi di corredarle con busti marmorei di personaggi citati in alcune ricerche sotto illustrate; purtroppo ad eccezione dei personaggi nominati dal Prof. Coarelli, che non siamo riusciti a trovare.

IPOTESI DI IDENTIFICAZIONE DEI PERSONAGGI

ott-18 agrippina-maggiore - CopiaSANDRO STUCCHI
Lo studioso identifica i personaggi come componenti della famiglia imperiale Giulio-Claudia e ipotizza come datazione un periodo compreso tra il 23 e il 29 d.C.. Secondo lo Stucchi infatti, la ricca decorazione dei cavalli, la presenza nei medaglioni di divinità, le proporzioni delle statue più grandi del naturale  fanno pensare che il gruppo rappresenti personaggi della casa imperiale.
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I IPOTESI: LIVIA (figura intera), moglie di Augusto e madre dell’imperatore Tiberio, NERONE CESARE (cavaliere con la parte superiore del busto), figlio di Germanico e Agrippina Maggiore, adottato da Tiberio, DRUSO III, fratello di Nerone Cesare, AGRIPPINA MAGGIORE, madre dei due cavalieri e moglie di Germanico. La causa della distruzione sarebbe una damnatio memoriae a causa di una congiura attuata dai due figli di Germanico e dalla loro madre ai danni dell’imperatore.


II IPOTESI: LIVIA (figura intera), NERONE CESARE (cavaliere con la parte superiore del busto), TIBERIO, GIULIA, moglie di Nerone Cesare. In questo caso, vista la presenza dell’imperatore, la causa della distruzione sarebbe un saccheggio da parte di barbari o briganti.
 
ott-18 livia-drusilla-2-540x304-kPGI-U1090325029369ofC-1024x576LaStampa.it - CopiaLORENZO BRACCESI
Il Professor Braccesi concorda con lo Stucchi per quanto riguarda l’identificazione della prima figura femminile con LIVIA, ma non dà un’identità precisa agli altri personaggi. Secondo lui i bronzi dorati dovevano essere pertinenti ad un contesto celebrativo di connotazione augustea anziché tiberiana; il gruppo equestre potrebbe aver ornato un monumento commemorativo eretto a Pesaro forse in memoria di Augusto e in onore della sua consorte. Le statue potrebbero essere finite a Cartoceto in modo del tutto accidentale per razzia da parte dei barbari o per ruberia dei ladri.

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JOHN POLLINI
Lo studioso statunitense propone di attribuire il gruppo al periodo compreso tra il 25 a.C. e l’1 d.C.. Identifica i personaggi come membri dell’antica e potente famiglia romana dei Domizi Enobarbi, nello specifico PORCIA (figura intera), moglie di Lucio Domizio Enobarbo e madre di Gneo Domizio Enobarbo, GNEO DOMIZIO ENOBARBO, LUCIO DOMIZIO ENOBARBO, EMILIA LEPIDA, rispettivamente padre e moglie di Gneo. Le statue sarebbero state trafugate da una banda di briganti durante il trasporto lungo la Via Flaminia, quando il gruppo era diretto ad un Municipio nelle vicinanze di Cartoceto o ad una località più lontana.
 
FILIPPO COARELLI
Il Professor Coarelli retrodata il gruppo ad un’età tardo-repubblicana e identifica i personaggi con i componenti della famiglia dei Satrii. Il primo cavaliere (con la parte superiore del busto) sarebbe MARCO SATRIO, probabile patrono di Sentinum (Sassoferrato), luogotenente di Cesare e futuro cesaricida e il secondo LUCIO MINUCIO BASILO, zio e padre adottivo di Marco. Le due figure femminili raffigurerebbero rispettivamente la madre (figura intera) e la moglie del primo cavaliere. In base all’ipotesi, il gruppo, commissionato nel 45 a.C. da Marco Satrio, venne distrutto per ordine di Ottaviano nel 41 a.C., per vendicare la morte di Cesare.
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VIKTOR BÖHM
Lo studioso austriaco identifica i personaggi con MARCO TULLIO CICERONE (cavaliere con la parte superiore del busto), il fratello QUINTO TULLIO CICERONE e le rispettive mogli, TERENZIA e POMPONIA. Il complesso monumentale sarebbe stato realizzato tra il 51 e il 50 a.C., nel periodo in cui Cicerone era governatore della Cilicia, e posto sull'Esedra dell'Isola di Samos. Le modalità con cui i bronzi dorati arrivarono dal Mar Egeo nelle campagne di Cartoceto di Pergola potrebbero essere legate all’odio di Marco Antonio nei confronti dell’oratore. È plausibile che per cancellare ogni traccia di Cicerone, Marco Antonio abbia fatto distruggere il monumento inviando le statue come personale bottino verso Roma, seguendo la rotta navale che dall’Oriente portava ad Ancona e da qui all’antica Via Flaminia. Forse ladri o briganti potrebbero aver sottratto le statue bronzee e successivamente averle occultate nelle campagne di Cartoceto.

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MARIO PAGANO
Secondo il soprintendente il gruppo di età tardo-repubblicana si trovava a Sentinum ed era posto nel foro, forse nella basilica. Pagano ritiene che il primo cavaliere (con la parte superiore del busto) sia LUCIO LICINIO MURENA figlio, raffigurato accanto al padre LUCIO LICINO MURENA, alla moglie TERENZIA (figura intera) e alla madre. Il gruppo venne realizzato quando Lucio Licinio Murena figlio divenne console nel 62 a.C. o subito dopo. Durante la guerra greco-gotica i Goti accusarono i senatori romani di essersi schierati dalla parte dei bizantini e dimostrarono la loro ostilità frantumando le statue bronzee. Durante il loro trasporto verso il Furlo, con l’intento di rifonderle, i Goti si liberarono delle casse più pesanti nascondendo i frammenti a Cartoceto.”
 
Che dire, noi non possiamo prendere apertamente e ufficialmente posizione, non è il nostro ruolo; però concedeteci il diritto del dubbio, sottovoce, di alcune ricostruzioni perlomeno… arrischiate, azzardate; almeno per noi. Ma certamente siamo in errore: ognuno dei Ricercatori è partito ragionevolmente da uno o più indizi, apparentemente validi e con questi elementi ha formulato quella che per lui appariva la soluzione logica. 
Il guaio è che pur in buona fede tutti sono giunti a epiloghi diversi. 

Ciò porta ad una conclusione inquietante: almeno cinque delle indagini sono errate. Se non addirittura, e forse per paradosso, c’è una esile sfavorevole eventualità che lo possano essere tutte e sei. Non vogliamo porci mente.
Proviamo a non pensarci e andiamo oltre. 

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Teniamo presente che comunque, questo ritrovamento rappresenta uno dei pochi gruppi equestri giunti fino a noi dalla Romanità, nel nostro Paese; prezioso per l’effetto, la resa “eroica” dei cavalli che avevano un ruolo ben preciso nella monumentalità dei personaggi che li cavalcavano: ricordiamo l’imperatore di piazza del Campidoglio, a Roma (pensate che è giunto prodigiosamente fino ai giorni nostri, soltanto perché Marco Aurelio, nel Medioevo era stato scambiato per il “santo” Costantino I) e dunque scampato a fusione, fine purtroppo di innumerevoli capolavori dell’antichità, sfortunatamente “pagani”. 

Altra magnifica testimonianza sul territorio nazionale i Cavalli di San Marco a Venezia, anch’essi con una storia avventurosa da raccontare; potrebbe essere motivo di una prossima chicca, chissà.  

Non entriamo nel capitolo recupero e restauri (molti  e in più periodi) che hanno portato a fruire nel Museo locale di questa magnifica opera. Qualche cenno alla contesa tra i Pergolesi e il Museo Nazionale delle Marche di Ancona: i primi reputano del tutto legittima l’assegnazione  perché Cartoceto è nei pressi di Pergola, nella Provincia di Pesaro-Urbino e il locale Museo dei Bronzi Dorati è idoneo a conservarli. Opposto il parere di Ancona che ritiene la sede dorica adatta e più importante; pensate che la disputa ha preso tali proporzioni al punto da sfociare in veri e propri presidi e picchetti dei Pergolesi per impedirne il trasferimento. 

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A tal punto da rendere necessario un decreto ministeriale a firma del titolare dei Beni Culturali ed Ambientali Alberto Ronchey, che lasciò a Pergola i bronzi nel 1999; ci risulta che nulla è sopito, non del tutto concluso, staremo a vedere, anche se con un accordo recente sembrerebbe raggiunta una tregua…

Ora, per concludere, l’indagine sulle tecniche di fabbricazione, sempre con scritto fornitoci dalla Dottoressa Cenci: 
Le indagini e le analisi effettuate sui Bronzi mostrano in modo inequivocabile che le sculture furono fuse a cera persa con il metodo indiretto; tale metodo implica che da un modello si ricavino delle matrici (forme) e da queste le cere per la fusione, rimanendo sempre, quindi, disponibile, nel caso di errori di fusione, il prototipo da cui ripetere le operazioni.
Le sculture in bronzo di grandi dimensioni e di forma complessa erano sempre realizzate in alcune parti principali che venivano fuse separatamente e poi saldate insieme con varie tecniche, metodologia che si è potuta accertare anche per i nostri Bronzi.
 
Le analisi, effettuate per assorbimento atomico, mostrano che la lega con cui fu realizzata la fusione è di tipo ternario Rame – Stagno – Piombo, con forte percentuale (oltre il 13%) di quest’ultimo elemento; tale tipo di lega, estremamente diffusa soprattutto in epoca romana, pur se dotato di caratteristiche qualitative minori, risultava di grande praticità per le fusioni di grandi dimensioni, data la maggiore fluidità rispetto a quella classica Rame – Stagno. La lega risulta identica in tutte le sculture e l’officina di produzione dovette quindi disporre di un’unica partita di materiale.
 
La fusione risulta di un’ottima qualità tecnica, probabilmente grazie anche alla scelta della terra impiegata per l’anima; le analisi condotte (microscopia elettronica e microanalisi) sui residui di tale terra indicano la presenza nel dimagrante di minerali di origine vulcanica, che hanno fatto ipotizzare come area di provenienza possibile per tale materiale la regione campano – laziale.
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Ciò non implica automaticamente, però, la localizzazione in quell’area dell’officina di fabbricazione, in quanto sappiamo che tali materie prime erano comunemente trasportate nel mondo antico, anche a largo raggio, come testimoniano delle ricerche condotte sulla tecnologia della ceramica, settore assai meno specializzato di quello bronzistico. Recenti studi, d’altronde, hanno evidenziato l’esistenza di ateliers per la produzione di grandi bronzi anche in territorio marchigiano, per la precisione a Sentinum (Sassoferrato).”

A fianco ve ne offriamo una immagine di resti archeologici.

“Dopo la fusione, la giunzione delle parti principali mediante saldatura a bronzo, e le rifiniture, le sculture furono dorate col metodo “a foglia”, applicate direttamente sulla superficie metallica, lo spessore medio della foglia è di 4.8 micron; l’oro impiegato è a 24 carati.”

Sempre della Beatrice Cenci, qualche notizia sulla storia dell’edificio di Pergola che custodisce i Bronzi dorati ed è costituito da quattro Sezioni.
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“La sede del Museo dei Bronzi Dorati e della Citta di Pergola, inaugurato il 9 ottobre 1999,  è l'ex-convento di San Giacomo documentato a partire dal 1390. La sua fondazione potrebbe essere contemporanea all'attigua ed omonima chiesa del XIII secolo, oppure leggermente successiva. Nato come un convento di suore, all'inizio del XVII secolo diventa un monastero di clausura e quindi la struttura subisce modifiche per essere adattata alle nuove esigenze claustrali.

Con la soppressione napoleonica le monache abbandonano il monastero per farvi ritorno solo nel 1831. Nel 1861, dopo la nuova soppressione degli ordini monastici ordinata dal Regno d'Italia, il monastero viene ceduto al Pio Istituto Giannini, che decide di destinarlo ad orfanotrofio maschile. Successivamente la struttura viene adibita ad asilo infantile e nel 1963 diventa sede del Liceo Scientifico "G. Torelli" - sez. staccata di Fano, che occupa ancora oggi il primo piano e parte del piano terra.”

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Due parole sul disegno del titolo; i personaggi della distruzione e dell’interramento sono volutamente oscurati perché non se ne sa nulla, obiettivamente. Qualcuno potrebbe eccepire che i distruttori sono in proporzione troppo grandi per i bronzi che misuravano un po’ più dei comuni mortali. Beh, veramente ci siamo ricordati che molte popolazioni barbariche e in particolare i Germani (se sono loro i colpevoli), spesso erano 1,80 e più di statura, dunque…
Comunque, chiediamo venia a chi non condivide. 

Desideriamo in chiusura, ricordare il nostro compito di cronistorici che descrivono ciò che è bello e interessante intorno a noi, cercando nei limiti del possibile di non prendere posizione; non è il nostro ruolo, non è nelle nostre mansioni. Era giusto indicare nei nostri scritti questa notevole opera dell’antichità romana, quasi come fossimo uno di quei cartelli turistici che additano e consigliano famose località, famosi siti archeologici e musei. Qui una visita è doverosa, è il nostro patrimonio, degna chicca di un mite ottobre (per molti).

DOVE SI TROVA. Il Museo dei Bronzi Dorati si trova a Pergola (PU) in Largo S. Giacomo 1, tel. 0721/ 734090- 7373278. Sito web http://www.bronzidorati.com , e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.  

 RINGRAZIAMENTI. In primo piano la gentilezza d’animo e la cortesia della Dottoressa Beatrice Cenci che con i Suoi apporti, ci ha permesso di operare come se fossimo in Museo da visitatori interessati; poi l’onnipresente Professoressa Patrizia Vallone, preziosa e insostituibile. Un ringraziamento alla Dottoressa Sara Saturni, Responsabile del Museo dei Bronzi Dorati che, con estrema discrezione, ha vigilato senza interferire. In ultimo, uno riconoscente e affettuoso ai due bimbi che ci hanno fornito i colori per il disegno del titolo.

CREDITI. Alcuni stralci di testo regolarmente evidenziati, sono una gentile concessione del Museo dei Bronzi Dorati della città di Pergola, compresa qualche immagine dello stesso; le altre sono una scelta redazionale. Il disegno del titolo è di Sergio Murli.

CONCLUSIONI. L’estate è alle spalle; gli anni, invece, ci restano sopra, per ora, sopportiamo. Al prossimo mese, speriamo senza intoppi. 

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