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ARCHEOCHICCA (XLVII) - ANFORA ATTICA DI ROSELLE

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ERACLE E LA QUARTA  FATICA

EURISTEO: FINALE COMICO

MUSEO ARCHEOLOGICO E D’ARTE 
DELLA MAREMMA, GROSSETO


di Sergio Murli

Gentili Lettori, riteniamo che  anche se frastornati dalle imminenti Feste, vale la pena soffermarci su questa nostra piccola fatica; ben poca cosa a fronte delle favolose mitiche gesta del gigante Eracle, gigante buono, nonostante nei millenni sia passato, a causa della letteratura degli antichi (per tenerli buoni e spaventati dalle Divinità che tutto vedevano e controllavano), passato, dicevamo, per un energumeno manesco, crudele e “cattivo”.

Vedremo nel corso di questo scritto di giustificare le sue imprese, nelle quali c’era qualcosa più forte dei suoi muscoli, della sua possanza, della sua veemenza e della sua furia: l’ineluttabilità del Fato, la regia dell’Olimpo che assisteva e che approvava; e giudicava. 

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Non dimenticate che il nostro Eroe scontava colpe immense; ma noi sappiamo che la vera, unica colpa, era stata quella di essere nato da una scappatella di Zeus, imperdonabile agli occhi di Era, altera e severa, vendicativa in assoluto. Eracle era sì per nascita un semidio, ma a che prezzo: dall’alto gli era stato imposto, lui reso folle, di uccidere moglie e figli e condannato perciò a servo d’altri, fino alla conclusione della pena. 

Ecco in poche parole ciò che era successo, Eracle sposo felice di Megara, figlia di Creonte, datagli in moglie da questo re di Tebe, pagò la collera di Era, che non perdonò al marito il frutto del suo tradimento con Alcmena, appunto Eracle. 
La divina Era, dopo aver tentato invano di farlo eliminare fin dall’inizio nella culla, indusse il gigante a quelle nefandezze che avete letto sopra. 

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Per questo fu punito e comandato per più prove faticose, dodici, per il re di Tirinto, secondo altri per il re di Micene; da qui l’epica leggenda sulle sue imprese. È bene ricordare che le prove furono nell’ordine:

I il Leone nemeo, II l’Idra lernea, III la Cerva sacra ad Artemide, IV il Cinghiale Erimanzio, V pulire in un giorno le Stalle di Augia, VI disperdere gli Uccelli del lago di Stinfalo, VII catturare il Toro di Creta, VIII rubare le Cavalle di Diomede, IX impossessarsi della Cintura di Ippolita, la regina delle Amazzoni, X rubare i Buoi di Gerione, XI rubare i Pomi d’oro dai Giardini delle Esperidi e XII la cattura e il trasporto di Cerbero, vivo, a Micene. Dopo di che il nostro eroe, continuò nelle sue avventure a lungo, ma questa è un’altra epopea. Morì sul rogo che sembra lui stesso avesse acceso; infine fu accolto nell’Olimpo, reso immortale e gli fu data in sposa Ebe, enofora degli dei. Abbastanza interessante, visto che Ebe pare fosse figlia di Era e non di Zeus, perciò poteva essere una sorta di vendetta con scappatella… di ritorsione. 

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Passiamo ora a presentare la nostra Chicca, con l’aiuto dei preziosi Compilatori, le Dottoresse Francesca Colmayer e Simona Rafanelli, che ci hanno inviato la scheda tecnica del Museo grossetano. Per maggiore chiarezza ci hanno cortesemente fornito dell’anfora il lato A, quello B e una terza immagine davvero utile alla comprensione della vicenda che illustra:

anfora  ceramica attica a figure nere, ultimo quarto del VI sec. a.C. Argilla di colore arancio. Labbro ad echino, distinto alla base da una solcatura; orlo piano con profonda scanalatura interna per l'appoggio del coperchio; alto collo a profilo lievemente concavo, distinto alla base da un collarino plastico; spalla arrotondata; corpo ovoide; piede ad anello; anse tricostolate impostate sul collo e sulla spalla.

Ingubbiatura arancio; vernice nera con dettagli in paonazzo. Faccia A: Heracles, con il cinghiale di Erimanto sulle spalle, pone il piede sinistro sull'orlo del "pithos" interrato, dal quale emergono unicamente la testa e un braccio di Euristeo; a sinistra della scena, Hermes stante, con calzari, caduceo e "pethasos"; a destra due figure femminili stanti, atteggiate nel gesto "dell'adoratio".

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Nella faccia B: Dioniso che reca nella mano sinistra il corno potorio e nella destra un tralcio di vite, affiancato da coppia di due Menadi e Satiri. Le due scene sono separate da motivi a volute desinenti in una palmetta e inquadranti un fiore di loto. Nella parte inferiore del vaso, tra due coppie di linee orizzontali, fregio zoomorfo con tre coppie di cinghiali e leoni affrontati e un cigno rivolto verso destra. Alla base, raggiera. Sul collo, serie di palmette contrapposte; sulla spalla serie di linguette dipinte, alternate, nere e paonazze. Piede, anse, labbro e imboccatura interna, dipinti.
Cerchia del Pittore di Antimenes.

Parzialmente ricomposto (più del 50%), Reintegrata sul labbro, corpo e piede. Argilla depurata, a tornio.
Misure: Diametro orlo cm 18,9, diametro piede cm 13,4, altezza cm 39,2
Ritrovamento occasionale nel vecchio deposito del Museo. Provenienza, Necropoli di Roselle
Si trova nel Museo a piano terra, nella Sezione necropoli arcaiche, Sala 4, vetrina F.” 

Ora parliamo un po’ della “casa” che ha conservato per tanti secoli la nostra Anfora; intendiamo Roselle, in antico Rucellae, e delle sue tombe.
Integreremo con alcune tracce di Wikipedia e di www.museidimaremma.it, che fin da ora ringraziamo. 

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Roselle si trova a pochi chilometri da Grosseto, era edificata su un’altura che permetteva l’osservazione e la difesa contro i nemici, sfruttando la posizione elevata nel punto di passaggio tra la valle dell’Ombrone e la Maremma di Grosseto. Membro permanente della dodecapoli etrusca e dunque lucumonia perenne, “…Anche se sono attestate tracce di frequentazione di età preistorica e protostorica, Roselle venne organicamente abitata dalla prima metà del VII sec. a.C., come confermato dai resti di importanti muri di terrazzamento con alzato in mattoni crudi nell’area della collina Nord e dall’“edificio con recinto”, recentemente interpretato come luogo di culto o sede del potere, localizzato nella valletta fra le due colline. Copiosi i reperti fittili sparsi ovunque.

Nel VI sec. a.C. la città ebbe un notevole sviluppo come dimostra il principale complesso monumentale etrusco rosellano: la cinta muraria, lunga più di tre chilometri, visibile e fruibile per lunghi tratti. Ambedue le colline, recinte dalle mura, furono ampiamente urbanizzate: sulla collina settentrionale furono realizzati per lo più edifici privati (“casa dell’impluvium”); su quella meridionale si concentrarono, invece, strutture di tipo artigianale (forni).

La vita continua a Roselle anche in età classica ed ellenistica: la “casa ellenistica”sulla collina Nord ed un edificio templare nel fondovalle costituiscono conferma dell’utilizzazione dell’area durante il  V e IV sec. a.C. Dopo aver preso parte a numerose lotte contro Roma, ne divenne colonia; infatti  Lo storico Tito Livio ricorda che nel 294 a.C. Roselle venne conquistata da Roma ad opera del console Lucio Postumio Megello.” 

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“…La scoperta di vasi attici a figure rosse testimonia i contatti commerciali della città con la Grecia e le colonie greche dell'Italia meridionale.

…venne citata da Dionigi di Alicarnasso fra le città che portarono aiuto ai Latini nella guerra contro Tarquinio Prisco. Si sviluppò a danno delle lucumonie vicine in particolare Vetulonia. … Negli anni cinquanta (del secolo scorso) i resti degli edifici antichi furono riportati alla luce per mezzo di una lunga campagna di scavi portata avanti dall'archeologo Aldo Mazzolai.”

A proposito delle tombe, notevole e da ricordare la Necropoli del Serpaio “…(VI sec. a.C. con riutilizzo successivo) Le tombe sono costituite da piccoli ipogei con camera a pianta quadrangolare, corridoio d’ingresso, copertura a lastre in aggetto e tumulo sovrastante. Si distingue una tomba di grandi dimensioni con tamburo circoscrivente un tumulo con un cassone rettangolare che costituisce la camera sepolcrale.”
 
Dopo aver parlato della prima “residenza” della nostra anfora (la necropoli) , vale proprio la pena di conoscere la vita travagliata e drammatica del secondo e, speriamo, definitivo domicilio, nel Museo grossetano; tra liquidazioni (donazioni), traslochi, furti, spoliazioni, bombardamenti, alluvioni e ristrutturazioni: 
Grosseto ebbe il suo primo museo nel 1860. In quell’anno il Canonico Giovanni Chelli (Siena 1809 – Grosseto 1869) fondò in città una biblioteca in cui in modo casuale cominciò a disporre oggetti antichi. Inizialmente, perciò, fu più raccolta e collezione che esposizione cronologica e scientifica. 

Nel 1865 la biblioteca e il museo furono donati al Comune di Grosseto; Chelli ne conservò la direzione fino al 1869, anno della sua morte.
Gli anni fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento furono particolarmente difficili: in pochi decenni la biblioteca e il museo dovettero subire almeno cinque traslochi e non fu sufficiente l’impegno profuso dai direttori e dai conservatori a evitare che ciascun trasloco si trasformasse in una fonte di perdite e di danni alle collezioni.

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Nel 1923 assunse la carica di direttore della Biblioteca Chelliana, del Museo Civico e della Pinacoteca un altro ecclesiastico, Antonio Cappelli (Grosseto 1868-1939). Il suo primo atto fu di traslocare in quella che fino al 1994 è stata la sede ufficiale della biblioteca e fino al 1975 anche del museo: il palazzo dell’ex seminario in Via Mazzini.
Il 9 agosto 1933 Cappelli inaugurò anche un nuovo museo: il Diocesano d’Arte Sacra, sopra la sacrestia del Duomo.

Cappelli morì il 28 luglio 1939, lasciando, accanto al nuovo Museo Diocesano, un Museo Civico e una Biblioteca in stato di abbandono. I Musei e la Biblioteca furono colpiti dalle bombe del 29 novembre 1943 e dall’alluvione del 1944 subendo danni e spoliazioni. Il Museo Civico poté riaprire nel 1955, il Diocesano nel 1961.

Nel 1955 era già chiaro che il Museo (come la biblioteca) necessitava di una sede autonoma.
La nuova sede fu individuata nel palazzo tardo-ottocentesco dell’ex Tribunale di Piazza Baccarini; l’inaugurazione si ebbe nel 1975 nel corso del X Congresso Nazionale dell’Istituto di Studi Etruschi e Italici.

Nel gennaio 1992 il Museo è stato nuovamente chiuso per urgenti interventi di ristrutturazione. La riapertura, in una veste completamente rinnovata e con molti nuovi depositi delle Soprintendenze e della Diocesi, è del 1999.

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Dei resti della città etrusca di Roselle c'è molto da vedere, in particolare sul lato meridionale del foro romano (tracce di tempio con parte del podio); sulla collina meridionale restano dei forni del quartiere dei ceramisti. 
Da visitare ciò che resta di una cd casa ellenistica; della Casa dell'impluvium (VI sec a.C.) e sempre dello stesso periodo le Mura di cinta, per oltre 3 chilometri.  
 
Ci sembra arrivato il momento di descrivere la Quarta fatica di Eracle, quella che dà l'argomento per la nostra, piccola… fatica.  
È chiaro che, non essendo uno studio personale, era ovvio consultare e "pescare" qua e là nei vari approfondimenti degli Studiosi qualificati. Comunque ci abbiamo messo anche qualcosa di nostro. 
 
IL CINGHIALE ERIMANZIO. La quarta impresa di Eracle, non certamente la più “faticosa”, fu quella di catturare un feroce cinghiale selvatico che devastava le alture di Erimanto, poste tra la regione dell'Acaia e quella dell'Elide.

L'eroe attraversò l'Arcadia e giunse quindi nella valle dell'Alfeo, dove vivevano i Centauri, esseri selvaggi abitanti dei boschi al cui corpo di cavallo a quattro zampe era attaccato un tronco umano. Troverete la cartina della zona, esplicativa: 1 le alture boscose dell’Erimanto, 2 Micene e il suo regno; oltre a una immagine di centauro, e a una di Eracle; questi sono disegni rinascimentali che bene rendono il fascino dell’epoca.

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Lungo la strada che l'avrebbe portato a Erimanto, Eracle incontrò un centauro di nome Folo, che decise di imbandire un banchetto in suo onore.

Poiché, durante il pasto, venne servito del vino, alcuni centauri, sentitone il profumo,  raggiunsero la tana di Folo; dal momento che tali creature non reggevano l'effetto inebriante del liquido rosso, il simposio degenerò in una rissa, che costrinse Eracle a fare uso delle sue frecce avvelenate. Nello scontro che ne seguì, morì accidentalmente lo stesso Folo e venne ferito gravemente anche il famoso Chirone, precettore dei più grandi eroi del passato.

Eracle proseguì quindi il suo viaggio verso il monte Erimanto, dove riuscì a far uscire il cinghiale dalla sua tana spingendolo sulle alture coperte di neve; dopo un estenuante inseguimento, l'eroe riuscì a catturare l'animale legandolo con corde robuste e a portarlo vivo a Micene. Vi presentiamo anche l’immagine delle rovine di questa città, reggia a suo tempo di Agamennone, e quella di uno statere d’argento, piuttosto arcaico. 

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Quando Euristeo, re di Micene, vide Eracle con il mostruoso animale selvatico sulle spalle, ne fu talmente spaventato che andò a rifugiarsi, per la paura, dentro il vaso di bronzo che si era fatto costruire (secondo altri racconti, il re andò a nascondersi dentro una botte).
 
Ed è questa una scena che ci ha affascinato : lo sguardo divertito di Eracle che finge di voler lanciare il cinghiale su Euristeo che, terrorizzato, tenta di ripararsi con le mani; è il nostro disegno del titolo del quale siamo "magna arroganza" soddisfatti.  L'idea e la traccia ci è stata fornita da una pittura vascolare effigiata su un'Antologia Greca dell'allora ginnasio; è qui vogliamo ricordare la proprietaria del libro, Dottoressa Gloria Marinucci, madre dei nostri due figli,  venuta a mancare pochi mesi fa.

Basta con le tristezze; intorno al nostro eroe e a Euristeo, sul testo ricordato sono presenti da sinistra la ninfa Erimanzia, Iolao, Atena e Ermes. Figure che tutto considerato, poco si discostano dalle scene dell'anfora grossetana. 
Potete leggere qui di seguito qualcosa sulla "misteriosa" Arcadia, con la consultazione e l'aiuto,  niente di meno che del Dizionario Treccani.

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L'ARCADIA è una regione storica dell'antica Grecia, corrispondente al Peloponneso centrale e avente come capitale Tripoli. Prende il nome da Arcade, personaggio mitologico.

Nella letteratura l'Arcadia ha sempre rappresentato una terra idealizzata, dove uomini e natura vivono in perfetta armonia. È divenuta l'ambientazione della poesia bucolica: Virgilio situò le sue composizioni in tempi antichi e la collocazione fu ripresa nel Rinascimento. Nel 1690 a Roma fu fondata l'Accademia dell'Arcadia, intesa come circolo letterario che sosteneva il classicismo a discapito del barocco.

L’Arcadia considerata, nella trasfigurazione letteraria, come luogo di una serena vita pastorale, dedita ai piaceri della natura e dell’ode; fu cantata inoltre dai poeti bucolici che ne tramandarono la suggestione e conservarono in chi le leggeva il sogno romantico di una terra incantata e idilliaca; irraggiungibile perché lontana dalla realtà.

DOVE SI TROVA Il Museo archeologico e d’arte della Maremma di trova a Grosseto in Piazza Baccarini, 3, telefono: 0564 488752-750-760, sito web http://maam.comune.grosseto.it
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RINGRAZIAMENTI. Innanzi tutto alla gentile Dottoressa Francesca Colmayer del Museo grossetano, che rapidamente ci ha inviato il materiale richiestoLe; la sua squisitezza è giunta a un invito a visitare il Museo e il sito, grati, eventualmente ne terremo conto alla “stagion dei fiori”; assieme a Lei, tutti coloro che hanno contribuito alla buona riuscita di questa… tredicesima fatica. 

Poi, come dimenticare l’apporto prezioso e indispensabile della Professoressa Patrizia Vallone (noi siamo ancora in Toscana, in un punto dove purtroppo non abbiamo connessione), non finiremo mai di esserle grati. E a tutti i Lettori, che ancora pazientemente, ci apprezzano.

CREDITI. Le immagini dell’anfora attica e le note tecniche sono state fornite dal Museo della Maremma. Le altre foto sono una scelta redazionale. 

Alcuni stralci provengono da Wikipedia, www.museidimaremma.it  e dal Dizionario Treccani, che ringraziamo ancora  pubblicamente. Il disegno del titolo e della cartina dell’antica Grecia sono di Sergio Murli. Gli altri disegni sono una scelta redazionale.

CONCLUSIONI. Buone Feste. Il profumo del Natale è ormai in ogni dove. Ci lasceremo cullare dalla sensazione leggera di sentirci nuovamente un po’ bambini per, ancora una volta, vivere la dimensione del presepio, l’odore del muschio, la sistemazione dei personaggi, che cadono sempre… e, nell’aria, il fumo lieve delle candeline. 
Forse chiediamo troppo, vedremo.

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