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ARCHEOCHICCA (XLVI) - LE CASE RITROVATE

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LA MERAVIGLIA ETRUSCA 
E LA PASSIONE SVEDESE

MUSEO NAZIONALE ETRUSCO
ROCCA ALBORNOZ, VITERBO

di Sergio Murli

È un dovere e un onore, poter parlare qui di un maestoso personaggio, come il re Gustavo Adolfo di Svezia, che con la sua passione di archeologo, ha contribuito in modo determinante allo scavo di Acquarossa nel Viterbese e alla scoperta di ciò che viene considerata a tutt’oggi una rarità assoluta in campo etrusco, assieme a Murlo, San Giovenale e Marzabotto: la casa etrusca come rarità, intesa come abitazione con i suoi oggetti, le sue suppellettili, la sua disposizione e l’atmosfera: quasi il profumo delle sue cose, come se Loro se ne fossero andati poco tempo prima, chiudendo la porta alle loro spalle e lasciando quella dimensione alla meraviglia e allo stupore dei posteri ammirati e timorosi come di profanare un mondo. Lontano e pur ancora denso di una intimità che si sente sulla pelle, nell’anima.

Come certo sapete, pazienti Lettori, le case etrusche erano di materiali deperibili, esclusa la copertura e qualche volta le fondamenta, è dunque prodigioso aver trovato e salvato ciò che ha portato a “ricostruire” in museo l’abitazione etrusca.
E poi, che non guasta, l'11 novembre è anche il genetliaco di questo monarca, dunque, più che naturale ricordarlo nell'occasione della nostra chicca.

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Era iniziato tutto ai primi del Novecento per merito dell’archeologo locale Luigi Rossi Danielli che dunque ha avuto grande merito nella individuazione; poi non godendone a lungo, essendo venuto a mancare piuttosto presto, sia nella vita che per la sua ricerca.

Anche qui, nella zona di Viterbo, che proprio centrale e metropolitana non era, non è stato difficile sentir dire da qualcuno: ma questo personaggio regale svedese, come c’è capitato qui? Lui così diverso, alto ed esile, elegante ed impeccabile, compassato, ma comunque, pronto a cercare tra la terra e i sassi; e stanco, impolverato, però soddisfatto, gioire per i risultati che ne hanno fatto, in ultima analisi, un Reale ancora più conosciuto e famoso nell’ambito scientifico internazionale ed una figura positiva e gradevole nella narrazione italiana di quei tempi, punteggiata di troppa cronaca nera e di grandi processi.

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Gustavo Adolfo, allora regnante della civile Svezia, amava passare le vacanze dove la Storia degli antichi lo chiamava; era sì grandissimo botanico, ma il germe della passione per gli eventi remoti gli fu instillata dall’archeologo Oscar Almgren, che lo contagiò con gli scavi ad Håga Kurgan e con il recupero di oggetti dell’età del bronzo, che ora si trovano nel Museo statale.

Ma il capolavoro… reale, Gustavo Adolfo lo ha compiuto qui da noi in Italia, con la fondazione dell’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, intorno alla metà del secolo scorso.

Da allora, con gli stimoli “giovanili” di un monarca già in là con gli anni, si è avuto un lavorio, un fermento, durato per parecchie campagne che inizialmente, sotto lo sguardo appassionato di Gustavo Adolfo, spesso coinvolto direttamente, ha portato al recupero di un centro urbano etrusco con testimonianze che risalgono addirittura all’VIII sec. a.C.

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Ora sapete come è capitato qui l’ottimo re: così regale anche quando lavorava sul campo alla ricerca e al recupero di quello che all’inizio pareva un sogno, poi svelatosi radiosa e rara realtà; ed è questo il soggetto del disegno introduttivo, ci siamo permessi di ritrarre il Re in mezzo alle rovine mentre guarda davanti a sé e “vede” come in un miraggio apparire la casa etrusca, come doveva essere, come l’aveva sognata.

Se lo ricordano, alto, esile; già di una certa età, ma con gli occhi sorridenti, dietro agli occhiali, mai esausto anche sotto la calura della campagna laziale assolata. Ci piace presentare tra le altre, l’immagine dell’augusto personaggio mentre osserva un frammento assieme con l’allora soprintendente Mario Moretti, che ricordiamo con affetto. E nostalgia, anche noi eravamo più giovani.

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 E i risultati hanno portato alla ricostruzione nel Museo viterbese di più locali di una casa etrusca tipica: le necropoli sono innumerevoli perché, inoltre conservate sotto terra al riparo degli insulti dannosi del tempo, mentre le città dei vivi, sono pressoché inesistenti, cancellate dal fluire degli anni e degli uomini nei secoli. 

Ecco dunque la rarità; se ne contano esigui esempi, più o meno appena tre. 
Non è stato agevole né facile creare in museo un ambiente di allora, con la camera per il riposo notturno, per il soggiorno, la cucina con annessi fornelli e con il larario. Utile e prezioso il ricorso all’architettura tombale, in modo particolare ceretana, con la riproduzione nelle tombe dei locali dei vivi, con letti, sedie e troni, suppellettili parietali e soffitti a capanna con travi e finto impluvio.

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Ma il risultato è spettacoloso per la suggestione che trasmette ai visitatori.
Presentiamo il luogo che ospita questi resti straordinari; attingiamo da Wikipedia enciclopedia libera. 

“Museo Nazionale Etrusco Rocca Albornoz. Costruita nel 1354 dal cardinale Egidio Albornoz, la fortezza dopo una serie di distruzioni ha beneficiato di una ristrutturazione nel 1506 promossa dal papa Giulio II che ha chiamato il Bramante al fine di aggiungere il cortile e la fontana centrale. Dopo i danni della seconda guerra mondiale, la fortezza è stato recuperata tra il 1960 e il 1979 con il sostegno dalla Soprintendenza BAA del Lazio e dalla Soprintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale che l'ha trasformata in struttura museale. …
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Al piano terra vi è una sezione sulla architettura etrusca dell'area di Viterbo compresi i pezzi archeologici recuperati a seguito degli scavi effettuati nel 1960 dall'Istituto di Studi Classici Svedese … le cui terrecotte architettoniche sono attualmente conservate … (qui) dove sono inserite in una ricostruzione di case etrusche arcaiche. Gli oggetti e le terrecotte che decoravano le case e il tempio ricostruiti all'interno del museo, così come i reperti di mobili e di utensili di tutti i giorni, hanno contribuito a far comprendere gli ambienti interni ed esterni al di fuori delle aree archeologiche in cui sono state ritrovate.

… Il primo piano è dedicato ai centri etruschi di Musarna, con il famoso mosaico con iscrizione in alfabeto etrusco scoperto nelle terme, e Ferento per la sua "fase romana".

… Il secondo piano presenta reperti archeologici dell'Etruria meridionale, … materiali provenienti dalla zona delle necropoli rupestri e dell'area del lago di Bolsena.

Una sezione speciale è dedicata alla Tomba della Biga, scoperta a Ischia di Castro con tutto il suo corredo funerario, tra cui una Biga.”
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Raccontiamo ora la vita di questo Re, così importante per uno spicchio di storia dei nostri antenati. 

Biografia essenziale con ciò che ci interessa. Oskar Fredrik Wilhelm Olaf Gustav Adolf dei Bernadotte, nasce l’11 novembre 1882 a Stoccolma nel Palazzo Reale. Coltiva fin dall’adolescenza le sue molteplici inclinazioni, seguito e guidato da un politologo e da un economista per la parte squisitamente politica, come si addice ad un futuro regnante; e da uno storico e da un archeologo che instillarono in lui la grande passione iniziata con i ritrovamenti nella zona di Håga Kurgan, nella sua Svezia, vanto del Museo Statale di Stoccolma. 

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Divenne membro della British Academy e partecipò a scavi in Cina, Grecia, Corea e Italia, dove i risultati nel Viterbese e la fondazione a Roma dell’Istituto Svedese di Studi Classici ne consacrarono la fama di archeologo di successo, stimolandolo ad approfondire le sue ricerche e i suoi studi. Va ricordato altresì che era considerato uno specialista per la coltivazione dei rododendri e trasse fama anche dal suo trattato di botanica.

Detto che parlava inoltre inglese, tedesco e francese, mentre con l’italiano e il latino era più che sufficiente nel leggerli e tradurli, meno bene nel parlarli, ma poco male, perché si faceva capire con i fatti e con le opere.

Fu Re dal 29 ottobre del 1950, con il nome di Gustavo VI Adolfo, fino al 17 settembre 1973, giorno della sua morte. Si sposò due volte ed ebbe cinque figli dalla prima moglie. 
Il suo motto era: “Il dovere innanzi tutto”.

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 Ed ora qualche notizia in più sulla città misteriosa chiamata Acquarossa, riportata alla vita da un Re; destino dei tempi: una volta i monarchi attaccavano e distruggevano le città straniere, adesso amorevolmente le scoprono, le salvano, le proteggono; e ne cercano il nome. 

Era questa una zona serena, felice; forse perché lontana dalle grandi vie di comunicazione e quasi sconosciuta. Comunque fittamente abitata fin dai tempi del neolitico; nella zona si arrivò fino ai Villanoviani, ai quali si sovrapposero i primi Etruschi che, per circa duecento anni prosperarono senza grandi problemi. 

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Poi successe qualcosa di terribile, una improvvisa e devastante invasione senza possibilità di opporre difesa: in fondo la serenità della loro esistenza, priva di pericoli dall’esterno, fu causa della loro fine; infatti, non avevano mura di cinta! 

Distrutta e incendiata, resa inabitabile, fu abbandonata dalle genti e scomparve nell’oblio della grande storia, fatta di avvenimenti più grandi di questa tragedia, presto dimenticata.
Chi furono gli invasori? Quale era il nome della città scomparsa? Per il nome è presto detto: nulla è emerso che potesse esserci d’aiuto, che potesse far luce su questo sfortunato centro; per sua fortuna si è ripreso la scena da un centinaio d’anni… 

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Per i distruttori l’intuito e l’esperienza di episodi analoghi nel mondo antico ci sono di grande aiuto; era nei pressi, sul colle che poi ha dato vita a Viterbo, una città chiaramente più potente di quella reietta poi cancellata, parliamo di Surina, che evidentemente possedeva mura difensive.

Non fidarsi mai dei vicini, specialmente con la morale di qualche millennio fa. Sembra, comunque, che i pochi sopravvissuti alla carneficina si fossero spostati poco più in là, su un piccolo colle che già ospitava una comunità satellite della martoriata città distrutta; e qui potrebbero aver dato origine a quella che fu in seguito la Ferento dei Romani. Una ipotesi dice di un nome dal quale fu tratto quello della città romana: Frontac, non sono notizie sicure, c’è chi parla di Ferenth, altrettanto ipotetica. 
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Ma come erano le case degli Etruschi? Ecco un aiuto da più fonti.

…La casa ha pianta a rettangolo allungato articolata in genere in due o più vani, ottenuti con muri divisori perpendicolari ai lati lunghi: tutto ciò in funzione delle nuove esigenze dei nuclei familiari ma anche della necessità statica di sorreggere con i muri interni la trave di colmo (columen) divenuta molto lunga e soggetta a pesi notevoli.

Le fondazioni sono realizzate con pietre estratte da cave locali: nell’Etruria Meridionale conci di tufo squadrati in maniera regolare, nell’Etruria Settentrionale blocchi irregolari di alberese o galestro. La giuntura è a secco e gli interstizi, quando i blocchi non hanno forma regolare, sono riempiti con terra o piccoli sassi.

Il pavimento è di solito in terra battuta, esistono esempi non completamente certi, di lastre di pietra usate per ricoprire il battuto. In una casa di San Giovenale lungo le pareti si sono trovati dei ciottoli di fiume, probabilmente per ridurre l’umidità all’interno dell’abitazione.

Poiché nessuna abitazione etrusca è giunta integra fino ai nostri giorni, l’alzato delle case si può desumere dagli scarsi resti rimasti dopo i crolli. Raramente i muri erano costituiti da conci di tufo squadrati e inseriti in un’intelaiatura lignea che ne rafforzava la resistenza. Più spesso i muri erano costituiti da graticcio o mattoni asciugati al sole (crudi).
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Le murature a graticcio erano costituite da una struttura portante formata da pali maestri verticali infissi nella roccia e collegati superiormente da una trave orizzontale destinata a sostenere la copertura del tetto, ormai realizzato con tegole e coppi di terracotta posti su travi lignee, il tutto quindi con un considerevole peso.

Un intreccio di canne o rami di sottobosco, attorcigliati intorno ai pali verticali e ai pali maestri, era destinato a sorreggere il rivestimento di argilla e fango che veniva poi intonacato con uno strato protettivo di calce mista ad argilla.

… Nel VI secolo a.C. si assiste ad un ulteriore modello delle case etrusche: l'articolazione è ora in due, tre, quattro o eccezionalmente, anche più vani. Lo sviluppo è sempre in lunghezza e le divisioni trasversali. ... I vani posteriori, più piccoli, servivano probabilmente per dormire (cubicula) i più grandi per mangiare (tablinum) o per i lavori femminili quali la tessitura e la filatura. …
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Dalla metà del V secolo fino alla romanizzazione le testimonianze di case in Etruria sono decisamente scarse. Dai pochi esempi, soprattutto riferiti a Roselle, si può registrare una qualche innovazione tecnica: alzato in pietra e pavimento in cocciopesto anziché in terra battuta.”

Tenete presente, cari Lettori, che questi sono più che succinti stralci; è ovvio che, volendo approfondire, potete consultare più trattati sulla materia. 

DOVE SI TROVA. Il Museo Nazionale Etrusco - Rocca Albornoz si trova a Viterbo in Piazza della Rocca, 21, tel. +39 0761 325929, sito web http://www.polomusealelazio.beniculturali.it/index.php?it/174/museo-nazionale-etrusco-rocca-albornoz 

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RINGRAZIAMENTI. Dobbiamo e vogliamo ricordare, oltre alla indispensabile, preziosa, professoressa Patrizia Vallone, i buoni uffici del Polo Museale del Lazio nel concederci ciò che è stato chiesto;  lo zelo della Dottoressa Alessia Argento, dell’Archivio di Villa Giulia, coadiuvato dall’eccellente Sig. Massimiliano Piemonte, la solerzia e il paziente impegno nelle ricerche dei Sigg. Armando Polinari e Antonella Demofonti: quest’ultima in modo particolare ha dedicato parte del suo tempo a favorirci nel nostro lavoro. Come dimenticare le Signore dipendenti del Museo viterbese, così cortesi nel descrivere i tesori esistenti ed invitarci ad una visita…

CREDITI I testi dei quali ci siamo serviti,  evidenziati in corsivo e colore sono di www.canino.eu  che ringraziamo. Le immagini sono state fornite dall’archivio di Villa Giulia del Polo Museale del Lazio, le altre sono una scelta redazionale. Il disegno del titolo è di Sergio Murli.

CONCLUSIONI. Siamo arrivati a novembre, mese per più versi triste. Noi ci accorgiamo che è sempre più faticoso “restare in sella”: cercheremo di non lasciarci disarcionare e continuare pervicacemente a duellare. A dicembre, per non darla vinta.

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