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ARCHEOCHICCA (XLV) - LA PELIKE TARDO-ATTICA

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LA MITICA LOTTA PER L’ORO
TRA GRIFONI E ARIMASPI
 
MUSEO ARCHEOLOGICO 
NAZIONALE DI ADRIA (RO)
 

di Sergio Murli
 
Nel Museo Archeologico di Adria è custodita la chicca di ottobre, un vaso attico, una pelike, a prima vista, apparentemente una forma di vaso come ce ne sono tanti nei musei italiani e non soltanto. Ma questa è speciale per la inconsueta raffigurazione del mito che descrive, inconsueta non la raffigurazione, piuttosto sciupata a causa di chissà quali avventure a cavallo di due millenni e mezzo, ma la vicenda che ricorda una vera rarità: la lotta tra Grifoni e Arimaspi per la disputa dell’oro, magico metallo ambito fin dalla antichità più remota da tutti i popoli; per la sua purezza, la preziosità della sua malleabilità, incorruttibile nel tempo e, dunque, desiderato anche da chi non aveva la fortuna di trovarlo… sotto i piedi. 

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Ciò ha portato a grandi guerre e tragedie in ogni dove e questo mito, appunto, ci fa riflettere sulle leggende tramandate dai grandi narratori – poi ne parleremo – del mondo classico. Abbiamo ritenuto convenientemente, mostrare alcune delle meraviglie dell’oreficeria scita: le troverete sparse nel testo ad allietare la lettura…
 
Intanto, chi erano i terribili Grifoni a difesa dell’oro; mostri raccontati in più epoche o semplici storie suggerite da quei Popoli delle Steppe, atte ad allontanare gli avventurieri (Arimaspi ed altri, eventuali malintenzionati) dalle cospicue vene aurifere delle loro copiose miniere e a scongiurare meno faticosi saccheggi nelle tombe reali, letteralmente traboccanti di stupendi monili di immacolato oro… 

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È un dubbio che porteremo dietro fino al termine di questo scritto, forti dell’immunità tipica degli ignari (leggi inconsapevoli, ma anche ignoranti). Perché, cari Lettori, spulciando qua e là, leggendo i racconti dei viaggiatori dell’antichità, non riusciamo a trovare un testo completamente illuminante: si legge sottosuolo più che miniera, oro più che giacimento; dunque i saccheggiatori sono espliciti, ma abbiamo dei dubbi sulla fonte del facile bottino.

Come detto, i dubbi resteranno, ma ciò non diminuirà il fascino di questo racconto che, vedrete, sarà pieno di interessanti vicende che arrivano addirittura alla preistoria con i fossili di qualche dinosauro; già, perché se n’erano  accorti gli antichi viaggiatori con le loro storie, che mitiche non sempre sono… 

Vedremo, ora andiamo per ordine; la scheda del reperto fornita con assoluta cortesia dalla dottoressa Alberta Facchi, Direttrice del Museo rodigino, così recita: “pelike di ceramica a figure rosse di produzione attica tarda del IV sec. a.C., provenienza Adria, necropoli del Canal Bianco, scavi 1939, tomba 343. 

Rappresenta:lato principale, un Arimaspe a cavallo di un Grifone, preceduto da una menade con timpano; altro lato: due figure ammantate a fianco di un altare (?). Collocazione: Museo Archeologico Nazionale di Adria, IG 9994.” La pelike è alta cm 28,5, ha un diametro di cm 15, 3 e alla base misura cm 10.


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Onde e a scanso di pur improbabili equivoci, l’arimaspe sul grifone non è una leggiadra scenetta, ma una cruentissima fase di un duello: infatti il guerriero potrebbe avere nella mano destra un’arma che il tempo ha cancellato. 

Rammentiamo, per i pochissimi che non lo ricordassero, che cos’è una pelike (plurale pelikai).  Si tratta di un vaso, semplice contenitore, utilizzato infatti per liquidi non meglio specificati. Per la forma, potete vedere dalle immagini che ha una larga imboccatura con un collo più stretto e che scende allargandosi fino a raggiungere la misura del diametro della pancia uguale a quella dell’orlo. (Queste misure si riferiscono all’ultimo periodo). Il tutto guarnito da due manici a nastro, oppure costolati.

È originario di Atene, se ne cominciano a vedere esemplari nell’ultima parte del VI secolo; si trovano quasi sempre a figure rosse, anche se ce n’è qualcuna a figure nere. Furono prodotti fino al IV secolo. Questo tipo col tempo presenta orli più ampi. La parola pelike è di origine moderna e sta per questo particolare vaso, ma è bene ricordare che anticamente era usata per più tipologie a forma aperta .

Ultima interessante annotazione, dalla metà del V sec. a. C. ne sono state trovate alcune usate come cinerari.

Ed ora, i Grifoni e gli Arimaspi. Intanto, subito un indizio e una considerazione per i pazienti Lettori che non si accontentano delle semplici e facili spiegazioni, dei racconti degli autori antichi: perché i Grifoni attaccavano in particolare gli Arimaspi? Per scoraggiarli sull’oro delle miniere o su quello più agevole e meno faticoso dei gioielli nelle necropoli reali degli Sciti? Perdonateci se ci siamo lasciati prendere dall’ardire: il nostro misero disegno del titolo è scandalosamente partigiano!
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Ecco una presentazione dei Grifoni. ricerca del Liceo Classico Vittorio Emanuele II di Jesi, dalla quale abbiamo estratto qua e là: Il grifone è una creatura mostruosa che unisce le caratteristiche di un mammifero a quelle di un uccello. Nelle testimonianze antiche, letterarie e iconografiche, è rappresentato con corpo di leone, quattro zampe, un potente becco ricurvo, artigli e ali. A prima vista sembra richiamare alla mente altri animali mitologici come la Sfinge, il Minotauro, le Sirene. ...

I racconti sui grifoni entrano relativamente tardi nei testi a nostra conoscenza, e sembrano appartenere più all'ambito del folklore e delle credenze popolari che a narrazioni mitologiche vere e proprie. Inoltre, come i serpenti alati, anche i grifoni, nelle testimonianze pervenuteci, vengono ritenuti non creature fantastiche vissute in un lontano passato, ma esseri effettivamente esistenti in terre molto lontane. 
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La prima testimonianza sui grifoni è attribuita ad Aristea di Proconneso, misteriosa figura di poeta viaggiatore (non se ne conosce la data di nascita né quella di morte) che, intorno al 675 a.C., visitò la tribù scitica degli Issedoni, il cui territorio, all'estremo oriente del mondo allora conosciuto, è collocabile tra le montagne dell'Altai e la catena del Tien Shan, in un'area tra la Mongolia nord-occidentale, la Cina, il sud della Siberia e il sud-est del Kazakistan: … 

Che il grifone fosse qualcosa di più che il frutto di una fantasia poetica, è sospettabile già da questi primi indizi: la precisa collocazione geografica, condivisa dalla maggior parte degli autori che ne parlano, le testimonianze archeologiche che mostrano significative coincidenze. … 

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Il Prometeo incatenato del tragediografo Eschilo (525-456 a.C.) è ambientato su una rupe desolata della lontana Scizia … predice alla fanciulla-giovenca Iò il suo futuro vagare:… egli ammonisce Iò: “Guàrdati dai cani di Zeus che non latrano, i grifoni dal becco adunco, e dal popolo degli Arimaspi, con un solo occhio, esperti nel cavalcare che vivono presso l'aurea corrente del fiume Plutone”..

Interessanti in questo passo gli elementi di convergenza con la tradizione sui grifoni sopra riferita: essi sono chiamati “cani di Zeus” (epiteto alquanto ricorrente e attribuito anche alle aquile) sia per la loro fedeltà (
agli Sciti?) che per la funzione di custodire l'oro (delle tombe?) cui si allude poco dopo. …

Inoltre l'aggettivo oxýstomos, “dal rostro aguzzo”, conferma la presenza del becco. 

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I passi più significativi in cui si parla del grifone sono in Erodoto (di Alicarnasso 480; muore a Thurii dopo il 430): nel capitolo 116 del terzo libro delle Storie egli scrive: “In generale pare invece che nel nord dell'Europa ci sia una quantità d'oro di gran lunga maggiore che in ogni altro luogo, ma come sia ricavato, non posso dirlo con certezza; si narra che gli Arimaspi, uomini con un sol occhio, lo sottraggano ai grifoni. Ma io non posso credere neppure a questo, che esistano uomini con un occhio solo e che abbiano per il resto una natura simile agli altri uomini”

Egli torna inoltre sull'argomento anche a IV, 13-2738: “Inoltre Aristea di Proconneso figlio di Castrobio componendo un poema epico disse di esser giunto … presso gli Issedoni e che al di là degli Issedoni abitano gli Arimaspi, uomini che hanno un solo occhio, e al di là di questi i grifi custodi dell'oro….

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“E avendolo imparato dagli Sciti li chiamiamo in scitico Arimaspi: infatti gli Sciti chiamano l'uno “arima” e “spu” l'occhio”. Intorno al 400 a.C., poco dopo Erodoto, anche Ctesia di Cnido (440; muore dopo il 397, anche se queste date sono incerte), medico greco che a lungo soggiornò alla corte persiana, parlò dei grifoni nella sua opera Indikà …

E, benché l'opera di Ctesia fosse già anticamente poco apprezzata quanto ad affidabilità, sui grifoni egli riporta un dettaglio interessante, in quanto ne parla come di ``uccelli con quattro zampe”….

Racconti sui grifoni sono anche in Pomponio Mela (I sec. d.C. (Tingentera, – Roma, dopo il 43 d.C.)), in cui si dice che essi custodiscono l'oro scavato nella terra (tombe?), e in Plinio il Vecchio (23-79 d.C., Como – Stabia il 25 agosto).

ott-17 ok tumulo RW 0549-1-Burial-mound - CopiaQuest'ultimo, Citando Erodoto e Aristea, dice che il popolo degli Arimaspi “è in continua guerra, nei pressi delle miniere, coi grifi, specie di animali volanti (così li descrive la tradizione) che estraggono l'oro dai cunicoli”  e che “con grande ardore si lotta da entrambe le parti: le belve cercano di difendere l'oro, gli Arimaspi di impossessarsene”.

Riferimenti ai grifoni si trovano anche in Pausania (II sec. d.C., 110-180), il quale, ricordando la lotta per l'oro tra grifoni e Arimaspi, precisa che il prezioso metallo custodito dalle misteriose creature è “prodotto dalla terra”; e in Filostrato  (Lemno, 172 circa – Atene, 247 circa), che parlando di questi esseri afferma che ``le coste delle loro ali sono congiunte con membrane purpuree”.

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Da ultimo va citato (interessante teoria) Eliano, autore collocabile tra il II e il III sec. d.C. (iPreneste tra il 165 e il 170, muore nel 235). Nella sua opera più famosa, il De natura animalium, è riportato il più lungo resoconto che abbiamo … dice in particolare che il grifone scava l'oro dalla terra e lo impiega nella costruzione del nido, e che è proprio per difendere i piccoli contro coloro che invadono il suo territorio che esso intraprende lotte contro i cercatori d'oro, e non per custodire il metallo.”

Teniamo presente che dalle prime descrizioni, sono passati oltre 650 anni; i racconti si sono fatti fatalmente vaghi e annebbiati.

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Dagli scritti d’ogni periodo, antico, agli  effettivi ritrovamenti fossili, la storia del grifone è una di quelle in cui si può riconoscere una relazione tra ciò che gli autori antichi riportano e la realtà dei ritrovamenti paleontologici.

È stata Adrienne Mayor (1946, Benton, Illinois) ad aver individuato questo rapporto e perciò indicato con buona base nei resti di Protoceratops rinvenuti in grande abbondanza fin dal 1920 in una spedizione scientifica nel deserto del Gobi, non lontano dalle montagne dell'Altai i resti materiali (e successivamente, dagli anni Sessanta, in scavi ancora più scientifici effettuati nella stessa area, e più in particolare nelle propaggini occidentali del Gobi, dove è collocabile l'antico territorio degli Issedoni) - alla portata degli antichi viaggiatori come dei moderni paleontologi - che furono alle origini della nascita del mito dei grifoni.

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In queste zone sono state scoperte ossa di dinosauri in grande quantità, anche affioranti dalla terra, tra cui molte di Protoceratops, con teschi forniti di becco e denti, insieme a nidi con uova fossili poste sul terreno. L'erosione che porta alla luce questi resti è la stessa che nella zona determina la presenza di oro in superficie in forma di sabbia e minute particelle, a volte piccole pepite. Presenza che era già ben nota agli antichi, che testimoniano di cercatori d'oro proprio in quella zona.

Da questa concomitanza di elementi - le ossa e i nidi di animali sconosciuti, l'oro affiorante dalla terra, - è possibile che sia nata la ricostruzione immaginaria (probabilmente racconto degli Sciti…) dei grifoni custodi dell'oro che poi per secoli ha popolato la letteratura e l'arte, con leggende su durissime lotte tra popolazioni indigene e mostruosi esseri per il possesso del prezioso metallo.

È piuttosto verosimile pensare che, rinvenendo con estrema facilità lungo le strade carovaniere quegli stessi resti che possono essere reperiti ancor oggi, gli antichi nomadi sciti li avessero attribuiti a degli animali effettivamente esistenti, e sulla loro scorta avessero dato la stessa interpretazione i viaggiatori Greci e Romani che udirono le loro storie e successivamente percorsero le stesse vie commerciali.

ott-17 Ars Summum Tesoro Oxus brazaleteI racconti di Eliano sui nidi di grifoni sembrano combaciare bene con questi concreti ritrovamenti, così come appare sorprendentemente calzante, se confrontata con le immagini degli scheletri di Protoceratops, la definizione di “uccelli con quattro zampe” di Ctesia e altri. … 

Altri resti fossili, appartenuti a dinosauri di specie diversa, dotati di ali (lo pterosauro, ad esempio), e reperibili nelle stesse aree, possono inoltre aver contribuito all'immagine del grifone come animale alato (si pensi alle ali membranate di Filostrato). Senza contare che la stessa esistenza del becco, facendo pensare a un uccello, può aver determinato in modo quasi automatico l'attribuzione di ali all'essere straordinario cui si facevano risalire le ossa. …

la corrispondenza tra le località indicate dagli antichi come sede del grifone e le regioni in cui sono stati effettuati i moderni ritrovamenti fossili è molto significativa. In definitiva, questo è uno dei casi in cui con maggiore fondatezza si può sostenere che le testimonianze su esseri leggendari contenute nelle opere degli antichi riportano le tracce di effettive realtà paleontologiche documentabili attraverso lo scavo e la ricerca sul campo. E che tali indicazioni antichissime possono essere a volte perfino una preziosa guida per i naturalisti, per orientare le loro ricostruzioni.”

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Ancora un caloroso ringraziamento e complimenti al gruppo del Liceo jesino.

Dice Ctesia  di Cnido: 
« C'è anche oro, non rinvenibile però nei fiumi
e slavato, come nel fiume Paktolos,
bensì in molte grandi montagne disabitate a causa dei Grifoni.
Questi sono uccelli a quattro zampe grandi quanto i lupi,
le loro zampe e i loro artigli assomigliano a quelli di un leone;
le piume del loro petto sono rosse,
mentre quelle del resto del corpo sono nere.
Sebbene ci sia abbondanza di oro nelle montagne,
è difficile recuperarlo a causa di questi uccelli. »

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È davvero interessante come “deterrente” per il recupero e la sottrazione anche degli aurei manufatti… Questa Storia di Ctesia, pur tarda per il molto più antico mito, è profondamente indicativa del terrore che diffondeva in chi osava avventurarsi alla ricerca del prezioso metallo. 

Dopo tutto, questi Grifoni ci sono davvero molto simpatici… 

Mentre Wikipedia ci suggerisce: “Gli Arimaspi sono un popolo leggendario citato da autori greci e latini (tra i quali Plinio il vecchio) abitanti in un territorio posto a nord-est della Grecia. … 

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Secondo Erodoto, che cita il poema sugli Arimaspi di Aristea di Proconneso, il loro territorio si trovava tra quelli degli Iperborei e degli Issedoni, probabilmente nel nord della Scizia e quindi tra i monti del Caucaso ed il Mar Nero.
Sono spesso rappresentati mentre combattono con i grifoni (guardiani delle miniere) per il possesso delle miniere d'oro. (si potrebbe interpretare tombe che erano – sono -  ricolme di magnifici oggetti d’oro).

Ancora con l’aiuto dei ragazzi del Liceo di Jesi: 
Nel suo perduto poema Arimaspea, che godette di una notevole fama e di cui sopravvivono oggi solo minuti frammenti conservati dalla tradizione indiretta, Aristea riportò - secondo quanto afferma una tradizione posteriore - i racconti degli Issedoni sulle regioni selvagge al di là del loro territorio, dove feroci grifoni difendevano l'oro, nascosto sotto la terra, dai cercatori nomadi che li combattevano a cavallo.

Questi cercatori nomadi, gli Arimaspi che danno il nome al poema, avrebbero avuto un solo occhio, come riferisce (affermando di non credervi) Erodoto in due punti della sua opera. Il particolare dell'oro è interessante, in quanto le riserve aurifere della Scizia erano ben note nel mondo antico e sono confermate dagli stessi scavi archeologici, che hanno scoperto oro in grande quantità nelle tombe degli Sciti, in monili e manufatti artisticamente decorati con figure di animali di ogni tipo, insieme a creature sconosciute come i grifoni.

ott-17 collare 4 1 1La zona inoltre è ancor oggi aurifera. E rappresentazioni di grifoni sono state ritrovate anche in tatuaggi su mummie provenienti da tombe nomadi, venute alla luce durante gli scavi effettuati dall'archeologo Sergei Rudenko (
Charkiv 29 genn 1885 – San Pietroburgo 16 lug 1969) intorno al 1940 nell'antico territorio degli Issedoni.” 
 
Chi sono gli Issedoni. Popolo dell’antichità di incerta ubicazione e di incerta appartenenza etnica. Molto probabilmente si tratta di un popolo che aveva dimora ad oriente degli Urali, nella pianura fra il fiume Isset (che ne continua forse il nome) e il corso inferiore del Tobol. Ma le notizie tramandate dagli scrittori classici sono al riguardo scarse e molto discordi.

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Punto di partenza di quanto nell’antichità si raccontava intorno agli Issedoni, furono, come sapete, le favolose narrazioni di Aristea di Proconneso, il non meno favoloso viaggiatore che in un poema andato perduto, li aveva collocati fra i popoli dimoranti a nord del Ponto Eusino.

Gli Issedoni avrebbero avuto stanza a nord degli Sciti e a nord di essi avrebbero dimorato gli Arimaspi monocoli, sempre in guerra con i “Draghi” custodi di immensi tesori. (Anche questo preso un po’ di qua e un po’ di là.)

Utile e necessario è ora raccontare chi era, principalmente, il Popolo delle Steppe, gli Sciti. In greco Skythai, geograficamente antica popolazione di stirpe iranica stanziata nella regione che da essa prese il nome di Scizia. 
Gli Sciti compaiono la prima volta nelle fonti assire come loro alleati contro i Medi e i Cimmeri. La caduta dell’Assiria e la costituzione dell’Impero Medo li confinò nelle loro sedi nel sud della Russia, inducendoli a espandersi verso occidente.

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I Persiani dovettero vedere ancora in essi un pericolo, se Dario I inviò contro di loro una sfortunata spedizione militare (512 a.C.). Ancora nel II sec. a,C. un forte Stato scitico sopravviveva nel Chersoneso Taurico (Crimea), ma esso venne notevolmente ridotto da Mitridate Eupatore, chiamato dalle città greche della regione. 

Un riflesso dell’interesse che gli Sciti destarono presso i Greci si può rilevare nella trasposizione leggendaria nei perduti Canti Arimaspi attribuiti al già citato Aristea di Proconneso, oltreché nelle molte pagine dedicate agli Sciti da Erodoto e da Aristotele.

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Nelle arti rappresentano un aspetto particolare del ciclo dell’Arte delle Steppe, caratterizzato dall’influsso greco che si svela, nelle figurazioni animalistiche proprie di quel periodo, in un particolare realismo dei singoli elementi figurativi, che coesiste peraltro con le convenzioni tipiche locali (galoppo volante, torsione dei corpi, accostamenti di parti di animali diversi).

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Le figure (prevalentemente animali) sono in genere sbalzate su oggetti d’uso, come le armi, o hanno funzione magico-decorativa; i materiali usati sono essenzialmente l’ambìto oro, l’argento e il bronzo. In molti casi è bene ritenere che lavori di stile scitico siano stati eseguiti da artisti greci.
I ritrovamenti scitici più interessanti provengono dal Sud della Russia, in particolare dalla Crimea (tombe principesche), ma anche dalla Tracia, dall’Ungheria, dalla Slesia. 

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Dove si trova. Il Museo Archeologico Nazionale di Adria (Ro) si trova in Via G. Badini, 59, telefono: 0426.21612, sito web https://www.polomusealeveneto.beniculturali.it/musei/museo-archeologico-nazionale-di-adria

Crediti. Le immagini della pelike sono una gentile concessione del Polo Museale di Venezia, che ringraziamo; altrettanto per lo studio del Liceo jesino e di Wikipedia. Le altre foto, comprese quelle del Museo rodigino, sono una scelta redazionale. Il disegno è di Sergio Murli. 

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Ringraziamenti. Tutto è dovuto al pensiero e all’iniziativa della magnifica Direttrice del Museo, Dottoressa Alberta Facchi, con suggerimento della pelike rodigina e il mito di Grifoni e Arimaspi.

Da non dimenticare l’opera preziosa della Professoressa Patrizia Vallone per le ricerche; della Biblioteca di Cortona e della ditta ESMaglia di Camucia per l’assistenza sui testi e quella tecnica. 

Conclusioni. Ancora una volta, che dire; pur in un periodo di profondi svolte nella nostra ordinaria esistenza, ringraziamo Chi dall’alto, benevolmente ci tutela e continua a farci navigare nel fluire della vita. Alla prossima puntata.

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