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ARCHEOCHICCA (XLIV) - LA PANATENAICA VULCENTE

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ago-17 disegno-titolo Immagine 1 - Copia - Copia - CopiaCORPI SUDATI
NUDI E FORTI


MUSEO ARCHEOLOGICO
NAZIONALE, VULCI (VT)



di Sergio Murli
 
Questa storia che parte, lontana nel tempo e nello spazio, inizia all’incirca nell’anno 600 a. C., guarda caso tra luglio e agosto; e vede la luce nella più culturalmente aristocratica città di quel periodo aureo: la civile, progredita e stupenda Atene.

Ci dividono da lei, più o meno, ben 2617 anni; la data non può essere certa, perché gli elementi in nostro possesso si riferiscono a episodi documentabili con sicurezza di data di diverse discipline agonistiche che non sembra siano iniziate contemporaneamente, rendendo vana una indicazione più esauriente e scrupolosa.
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Detto ciò e ricordato che il nostro scritto non ha pretese…
accademiche, bensì è soltanto una umile divulgazione di quanto altri, i veri Studiosi, hanno scoperto, studiato e concepito, per rendere la ricerca approfondita più che soddisfacente, eccoci a descrivere per quello che possiamo gli avvenimenti che si succedevano in quei lontani giorni dei giochi delle Panatenée. 

Sappiamo che di buonora, prima dell’alba, si radunava copiosa folla vicino al grande arco della porta del Dipylon e si formava la processione che via via diventava fiumana di devoti e curiosi. Vogliamo precisare che l’avvenimento di grande risalto si ripeteva ogni quattro anni con le Grandi Panatenée, considerato con le “Piccole Panatenée” cadenzate ogni due anni, la Festa più importante, religiosa e mistica, di Atene, e dunque si può affermare della intera Attica e della Grecia tutta, comprese le Colonie della Magna Grecia e dell’Asia Minore; era talmente importante da permettere la partecipazione alle celebrazioni di tutti i cittadini di libera condizione, addirittura, raro per quei tempi e per certe cerimonie, comprese le donne di ogni età e posizione. 

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Queste cerimonie, come dice del resto il loro nome, erano in onore della dea che tradizionalmente proteggeva la città, Atena detta Poliàs, divinità che festeggiava la nascita secondo l’usanza alla chiusura del mese di ecatombeone, che possiamo considerare con un minimo di approssimazione tra la fine di luglio e l’inizio di agosto.

La tradizione ci parla di Teseo e Erittonio, spesso confuso con Eretteo, che era un mitico re ateniese; ma solo nel 566 a. C. Pisistrato, Tiranno di Atene, diede una stabile organizzazione e delle scadenze a queste Feste, che poi subirono ben poche varianti nei secoli.

Intanto, nonostante l’appellativo piuttosto chiaro, c’è chi ci vede il… coivolgimento di altre divinità importanti dell’Olimpo, ma non è compito nostro chiarire; e, del resto, esulerebbe dal nostro tema finale, la chicca del Museo di Vulci.

Eravamo rimasti alla folla davanti al Dipylon; ora, appaiono e si susseguono, avvicendandosi ai nostri occhi, cavalieri singoli e a gruppi, e poi fanti, tutti belli e in parata, e i cavalieri che inizialmente hanno un bel da fare a tenere a bada i loro destrieri: si avviano, passando per il Ceramico, caratteristico quartiere dei vasai e ceramografi con le loro botteghe, verso l’Acropoli. Assieme a coloro che recavano alla dea, tramite le concomitanti feste “Arreforie”, in dono il nuovo peplo tessuto con l’aiuto delle ergastine, nobili ateniesi; si sa che poi venivano premiate con corone d’ulivo e che i loro nomi erano ricordati su una lapide nel tempio della dea.

Invece, le arrefore – senza la i – erano le giovanissime, ovviamente vergini, sotto gli 11 anni, ma c’erano anche di 7, adibite alle cerimonie al servizio di Atena, e sostituite ogni anno. Alla processione partecipavano anche i rappresentanti delle Colonie e le delegazioni straniere, a dimostrazione della raggiunta importanza dell’evento nel mondo antico.

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Il Partenone con i suoi fregi e l’opera magistrale del sommo Fidia, ci illustra ciò che andiamo dicendoVi, dunque saranno le immagini fotografiche, più di ogni altra frase, a farvi “vedere”, quello che la nostra fantasia tenta invano di esprimere con la penna.

C’erano gare di danza sacra, di bellezza maschile e la suggestione della corsa con le fiaccole, che si svolgeva la notte che precedeva la processione ed era sul tratto Pireo – Acropoli. E che dire dei concorsi poetici e di quelli musicali alternati a declamazioni di poeti noti, compresa l’opera del mitico Omero.

Pensate, i giochi si chiudevano con una fantastica, incredibile, gara navale… Proviamo a scuoterci e passiamo oltre, con fatica.

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LE GARE. Erano davvero molte, ma è notevole il fascino del premio ai vincitori: un’anfora, già di per sé preziosa, perché dipinta dal migliore artista del momento, poi di puro stile attico e, infine, colma del migliore olio di oliva, quello delle coltivazioni di Atena, finissimo e ambito oltre ogni umano desiderio. E senza badare a spese, che erano a carico dello Stato e vanto dei munifici ateniesi; dunque splendide anfore e eccelso contenuto.

Già, ma ecco le gare: musicali, atletiche ed equestri. Della danza, della bellezza e della fiaccolata, abbiamo parlato.

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Erano gare esclusivamente individuali; si iniziava con la CORSA, che era considerata la regina delle competizioni, pura espressione di forza e astuzia, figlia di una meticolosa preparazione, che ben poco lasciava al caso, e che valeva, per il vincitore, l’onore di dare il proprio nome agli interi Giochi. Tre erano le specialità: stadion, diaulos, dolichos; un po’ le nostre corse, veloci, di mezzo fondo e fondo. 

Altra gara era la corsa degli opliti, che si svolgeva armati di tutto punto, era spettacolare, ma appesantita dal corredo militare che ne limitava le prestazioni.

Davvero suggestivo il SALTO IN LUNGO, accompagnato dal suono di un flautista che ne rimarcava la cadenza, agevolando la prova.

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LANCIO DEL DISCO. Anche questa specialità era aiutata nei movimenti dal suono del flauto che l’atleta sfruttava ruotando armoniosamente il corpo, poggiando poi sulla gamba destra: magnifico esempio l’abbiamo con la copia del Discobolo di Mirone.

GIAVELLOTTO. Ben poco è cambiato con la tecnica dei giorni nostri, tranne alcuni accorgimenti degli atleti antichi per ottenere maggiore stabilità.

PUGILATO. Aveva alcune regole che tenevano conto del peso e dell’altezza, un po’ come nelle nostre categorie della boxe moderna; ma il resto era soltanto forza bruta, dove la violenza dei colpi doveva avere ragione della resistenza dell’avversario fino alla caduta a terra che metteva termine al combattimento; ne potete vedere una drammatica immagine nell’anfora poco oltre. Bisogna riconoscere comunque, un attento controllo da parte dei giudici di gara immortalati sui vasi e armati di fruste e aste per dividere all’occorrenza i combattenti. Come del resto succedeva con la LOTTA, altrettanto effigiata sulle panatenaiche. 

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CORSA DELLE QUADRIGHE E DELLE BIGHE. Erano ovviamente molto spettacolari, anche per ragioni di… pista: indubbio doveva essere l’effetto della polvere sollevata che copriva alcuni momenti delle gare, ben resi comunque dalle grida di folla e fantini; è interessante ricordare che era dichiarato vincitore il proprietario del carro e dei cavalli, non il conduttore, a meno che questi non fosse anche il padrone degli animali.

Interessanti anche le corse dei cavalieri, vedete qui le immagini. 

Torniamo ora alla nostra “chicca”, che è bene rammentarlo è l’anfora panatenaica dell’atleta vulcente e che ha sicuramente fatto bella mostra di sé nella casa d’Etruria del velocista, fino alla sua morte, per poi accompagnarlo nella dimora finale e giungere alfine ai nostri giorni, bella e ammirata, assieme ad altri suoi oggetti, nel Museo della città laziale. Misura cm 61,5 di altezza; che nei secoli si è mantenuta pressoché inalterata, anche negli altri esemplari conosciuti.

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Intanto una “presentazione” della casa occupata per ben 2500 anni dal nostro atleta, cioè la sua tomba, chiamata appunto “della Panatenaica”. Come detto, si trova a Vulci nel Lazio settentrionale e della quale riportiamo alcune note: era come d’uso in quel periodo una tomba così detta a camera, disposta su tre ambienti che hanno ospitato più sepolture nel tempo e che dunque hanno avuto lungo uso; per questa ragione può essere più complicato connotare con massima precisione l’epoca del nostro atleta, considerando che il corredo evidentemente rimaneggiato, è databile dalla fine del VII all’intero VI sec. a. C.; è chiaro che qualcosa di più preciso si può estrapolare dalle indicazioni presenti sul corpo dell’anfora, ma non vogliamo rubare il mestiere a chi di dovere. 


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Questo sepolcro che, come è noto, fa parte della necropoli detta dell’Osteria, è stato scoperto nel 1960 e quasi tutto il ricco materiale, compresa naturalmente l’anfora panatenaica, si trova esposto nelle sale del Museo vulcente. 

Qui di seguito le immagini e la descrizione, generosamente indicata dal sito www.canino.info, di alcune di quelle cose che sono presenti e meritano almeno un cenno e rese da noi un poco più coinvolgenti.

CALICE A CARIATIDI. Questo oggetto, prezioso ed elegante, è piuttosto inconsueto e raro nella forma qui presentata. Arricchito da cariatiti, che, come dice il nome, ricordano la “donna di Carie”, poi generalizzato con il termine sostegno. In questo caso, più in funzione decorativa che altro, a ingentilire il calice in questione che si sarebbe retto con la sola presenza del fusto ad alto piede.

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ANFORA. Da ricordare che il termine deriva dalla traduzione dal greco “va portato afferrando entrambi i manici”; infatti, l’anfora è fornita dei due caratteristici supporti ad orecchio che ne permettono il trasporto agevole di sementi e granaglie varie e liquidi anche densi, come olio o, all’occorrenza, miele. 

KANTHAROS. Era usata come coppa per bere – vino, ma volendo anche acqua od altro – non se conosce l’origine del nome, mentre, per la forma, questa effigiata può essere considerata quella canonica. Comune e diffusa tra i Greci e poi tra gli Etruschi.

Vogliamo parlare ora di queste Anfore dei vincitori, con le parole dei generosi collaboratori di Wikipedia, che ringraziamo. Sparse nei musei di mezzo mondo, ma che hanno una provenienza quasi sempre rintracciabile. 

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“Prodotte a partire dalla metà del VI secolo a.C. (nel periodo dei ceramografi Kleitias e Lido) e decorate con la tecnica a figure nere, questi vasi ufficiali mantennero tradizionalmente questo tipo di decorazione fino al II secolo a.C. Sono giunte sino a noi centinaia di anfore panatenaiche, la prima databile al secondo quarto del VI secolo a.C. (le gare di atletica sono state introdotte alle Panatenee nell'anno 566 a.C.), l'ultima all'età ellenistica. Era una commissione statale dunque molto remunerativa per il ceramista che la riceveva. Metà delle anfore giunte sino a noi è stata ritrovata in Attica”.

L’altra metà, data la popolarità raggiunta dai Giochi fu vinta da concorrenti provenienti da altre località, Magna Grecia, Colonie dell’Asia Minore, e conservate dunque lontano dalla madrepatria, anche se sempre di origini greche; e da atleti di altre culture progredite, come quelle delle città d’Etruria, e successivamente scavate e vendute, come detto sopra, per ogni dove.

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…La forma essenziale del vaso con il corpo ampio, il collo corto e sottile, la base affusolata e il piede piccolo rimase la stessa nel corso dei secoli, cambiò invece la parte decorativa che si adattava col tempo al cambiamento del gusto. I temi delle decorazioni rimasero gli stessi: sul fronte la figura di Atena, in atteggiamento bellicoso, tra due colonne sormontate da galli (le colonne potevano riferirsi al tempio della dea o forse erano solo un supporto per i galli, simbolo di spirito combattivo) e con l'iscrizione standard "ton Athenethen athlon" (un premio da Atene); sul retro veniva rappresentata una specialità dei giochi, quella in cui si era distinto il vincitore. A partire dal IV secolo a.C. queste opere recano la data della raccolta delle olive (indicata col nome dell'arconte), divenendo particolarmente utili per le datazioni; inoltre da questo momento solo le scene sul retro seguono l'evolversi dello stile mentre sul fronte la figura di Atena, a parte il cambiamento di profilo per cui inizia ad essere rivolta a destra anziché a sinistra … seguendo una maniera tradizionale e arcaicizzante … 

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Storia e descrizione
L'Anfora Burgon (Londra B 130), così chiamata dal nome dello scopritore, è la prima anfora panatenaica giunta sino a noi; è stata vinta per una gara equestre e potrebbe essere antecedente al 566 a.C. … L'immagine di Atena sull'Anfora Burgon è una figura massiccia con un peplo semplice, diritto e senza pieghe … 
Un'anfora panatenaica frammentaria conservata ad Halle, contemporanea dell'Anfora Burgon o leggermente posteriore, mostra sul retro una scena con tre velocisti … 


Il successivo vaso completo è a Firenze … Atena però ha già un tallone leggermente sollevato da terra, posizione che verrà mantenuta e che infonde un senso di movimento; la forma è ormai canonica anche per la fascia floreale sul collo che è del tipo a palmette in seguito comunemente accettato. L'anfora è stata attribuita a Lido … Con l'anfora panatenaica del British Museum (London B 134) incontriamo il primo autore specializzato in questo tipo di produzione stando al notevole numero di queste anfore giunto sino a noi; viene chiamato Pittore di Euphiletos … L'Atena del Pittore di Euphiletos è una figura energica con molte pieghe nelle vesti che aumentano il senso del movimento e ha un elmetto meno semplice rispetto agli esempi precedenti …”

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Al 530-520, appartiene quella di Villa Giulia, esposta nella Sala 3 del Museo romano; proveniente anch’essa dalla necropoli dell’Osteria, tomba XLVII, detta tomba del Guerriero; recuperata nel 1931 con lo scavo di Raniero Mengarelli, è attribuita al pittore di Antimenes, rappresenta una gara di pugilato. È in ottimo stato. (Fonte Polo Museale del Lazio). Ma si hanno notizie di altre panatenaiche sparse nei musei italiani a dimostrazione di… vigoria degli atleti della penisola, anche appartenenti a più periodi storici. 

Alla fine del VI secolo a.C. appartengono le anfore panatenaiche del Gruppo di Leagros. L'Atena sul vaso di New York ha cambiato costume e indossa un chitone invece del peplo. … I due grandi pittori del periodo tardo-arcaico a figure rosse sono il Pittore di Kleophrades e il Pittore di Berlino. Un terzo artista a figure rosse che ha dipinto anfore panatenaiche è il Pittore di Eucharides. … La prima delle anfore panatenaiche del Pittore di Berlino apparteneva alla collezione del marchese di Northampton presso Castle Ashby ed ora è a New York; mostra, nella scena della corsa sul retro, un esempio raro a questa data, di movimento alternato braccio-gamba: in tutte e quattro le figure la gamba sinistra e il braccio destro vanno avanti insieme, e così la gamba destra e braccio sinistro. 
Alla fine del V secolo a.C. e all'inizio del IV lo stile attraversa una fase di decadenza. Ne è un esempio l'anfora del British Museum B 605 che è interessante però per l'emblema sullo scudo di Atena … le anfore sarebbero state offerte come premi ai giochi panatenaici del 402 a.C.

Nel IV secolo a.C. inizia la pratica di inscrivere le anfore panatenaiche con il nome dell'arconte dell'anno in cui era avvenuta la raccolta dell'olio. Una delle più antiche anfore panatenaiche di questa nuova serie è l'anfora di Berlino (n. inv. 3980) che è stata datata, malgrado il pessimo stato di conservazione dell'iscrizione, al 392/1 a.C. (arconte Philokles). …
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Tra il 359 e il 348 a.C. viene introdotto un cambiamento nella figura di Atena dando inizio ad una nuova serie. La dea si volta ora a destra invece che a sinistra mostrando la parte interna dello scudo. La gonna si allunga e l'egida si riduce ad una semplice fascia incrociata con un piccolo gorgoneion al centro. Un mantello a coda di rondine viene indossato sopra le spalle; …

L'ultimo nome di arconte che appare, su un piccolo frammento, sulle panatenaiche esistenti, è Polemone, 312/311. Non si sa per quanto tempo ancora la pratica fosse rimasta in uso, le anfore panatenaiche ellenistiche portano i nomi di magistrati minori le cui date sono raramente note.”

L’Arconte di cui si parla spesso era una specie di magistrato, preposto a più pratiche; è comunque grazie a questa figura che è stato possibile arrivare alla datazione sicura per molte delle anfore giunte fino a noi: lo stile degli artisti ceramografi può essere individuabile anche con il “beneficio” del dubbio; la firma dell’Arconte è sempre sicura. 
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Per il disegno del titolo ci siamo serviti di una immagine idealizzata che esaltasse lo sforzo e la drammaticità della corsa, con l’aggiunta arbitraria di un concorrente al momento della caduta; invano lo cerchereste nelle molteplici scene dipinte sulle panatenaiche, ce ne scusiamo per l’ardire.
 
Amici Lettori, se Vi capitasse di andare per Vulci, pensate alla necropoli dell’Osteria, alla tomba della Panatenaica, scoperta nel 1960: qui, frammisto alla terra, tra lembi di tessuto dissolto, confuso tra cenere e sabbia, riposa ciò che resta di colui che decine di secoli fa, trionfò nella corsa regina delle Panatenaiche; il suo nome fu famoso tra le genti dell’Attica, che per anni lo tramandarono; l’etrusco, il vulcente. Ora, le sue cose più belle sono custodite nel Museo locale, assieme all’Anfora, simbolo di vittoria, anfora che allora era colma dell’olio sacro ad Atena e che tuttora, sicuramente, trasmette agli occhi attoniti di chi sa “vedere” il brillìo dorato del suo divino sguardo.
Una visitina al Museo di Vulci ci starebbe  proprio bene. 

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CREDITI. Le immagini dell’anfora panatenaica di Vulci sono di Mauro Benedetti (Archivio Fotografico) e le misure sono state gentilmente fornite dal Polo Museale del Lazio; le altre sono una scelta redazionale; il disegno è di Sergio Murli.
 
RINGRAZIAMENTI. Indispensabile, ancora una volta, l’aiuto e la collaborazione della professoressa Patrizia Vallone, nell’incoraggiarci per il nostro lavoro: ricerche e immagini davvero preziose. Via via squisito l’impegno del Personale del Museo vulcente, Struttura guidata con competenza dalla Dottoressa Edith Gabrielli, nell’indirizzarci in modo esauriente verso la soluzione delle nostre ricerche, fino a giungere all’interessamento della responsabile del Settore fotografico del Polo Museale, dottoressa Alessia Argento, che attraverso la rara cortesia del signor Massimiliano Piemonte, ci ha fatto pervenire quanto richiesto. Da ricordare il contributo per la disponibilità della Biblioteca Comunale di Cortona, attraverso la gentile Direttrice, dottoressa Patrizia Rocchini, e il suoi Collaboratori nell’agevolare le nostre richieste. Ricordiamo anche anche per il supporto tecnico i signori Ettore Berioli e Stefano Magi. Ancora una volta, tutto sembrerebbe aver funzionato in modo ideale; vedremo.

Pazienti Lettori, troverete alcune immagini sfalsate e fuori posto; non è una scelta bizzarra. Bensì una esigenza dovuta al corposo numero di foto che soverchiano il testo, pur consistente, di questa chicca, destinata a lasciare un ricordo profondo negli amanti dei capolavori senza tempo.
 
DOVE SI TROVA. Il Museo Archeologico Nazionale di Vulci si trova a Canino (VT) in Castello dell'Abbadia, s.n.c. , Telefono: +39 0761 437787, sito web http://www.polomusealelazio.beniculturali.it/index.php?it/551/museo-archeologico-di-vulci  , email   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.   

CONCLUSIONI. Arranchiamo ma non siamo domi; continueremo finché Qualcuno non deciderà diversamente. Per ora, arrivederci a ottobre.

Cortona, luglio-agosto 2017

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