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ARCHEOCHICCA (XLII) - VASO ATTICO A FIGURE NERE

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giu-17 disegno titolo - Copia - Copia - Copia

ERACLE, I DIOSCURI
E PSÌAX
VULCI E LUCIANO BONAPARTE

COLLEZIONE TOSIO, MUSEO
DI SANTA GIULIA, BRESCIA


di Sergio Murli
 
Questa volta, contrariamente al solito, scopriremo la Chicca, fin dall’inizio. Si tratta di una stupenda anfora attica, datata al 510 a.C. che potete ammirare qui nei due lati, magnificamente disegnata e dipinta dal grande artista Psiax, fortunatamente giunto fino a noi per le opere che ha lasciato e che gli sono state riconosciute. 

Con le parole ben più illuminanti delle nostre dalla scheda del Museo: … 
…L’anfora, rivestita da una ‘vernice’ … lucente, è decorata con la tecnica delle figure nere e appartiene alla tipologia delle anfore a profilo continuo; due scene appartenenti all’immaginario mitologico greco decorano le due metope. 
giu-17 Anfora di Psiax - Copiabis
Sul lato A è rappresentata la prima fatica compiuta da Eracle per espiare l’uccisione dei tre figli: l’eroe greco è impegnato nella lotta con il leone di Nemea ed è facilmente riconoscibile per il fisico possente, per la folta barba, realizzata in colore rosso acceso, e per la faretra, sospesa insieme al mantello dell’eroe ad un ulivo, unico elemento del paesaggio. Assiste alla scena la dea guerriera Atena, protettrice dell’eroe, il cui incarnato è reso con una sovradipintura bianca: la dea impugna una lunga lancia e imbraccia uno scudo tondo su cui campeggia una civetta. Una figura maschile custodisce le lance dell’eroe: viene identificato con Iolao, auriga e nipote di Eracle. Grazie a questa impresa l’eroe riuscirà a impadronirsi della pelle invulnerabile del leone che diventerà uno dei suoi attributi.

Il lato B presenta una scena affollata e complessa, ma più statica e dal tono più intimo: i Dioscuri, Castore e Polluce, riconoscibili dalle lance e dal pileo (copricapo), in procinto di partire, salutano i genitori Leda e Tindaro. 
La decorazione dell’anfora è stata attribuita a Psiax, un raffinato ceramografo operante ad Atene nell’ultimo quarto del VI secolo che decora vasi sia nella più antica tecnica a figure nere sia nella nuova tecnica a figure rosse: è noto per la sua abilità … nel realizzare motivi ad incisione e sceglie manieristicamente di decorare la sua opera, datata intorno al 510 a.C., secondo la tecnica più antica, in un periodo in cui quella a figure rosse è ormai dominante.”

Le misure sono per l’altezza cm 59 e per la larghezza cm 37,5.
giu-17 Anfora di Psiax 2 - Copiabis
Questo capolavoro dell’arte vascolare attica – tra l’altro spartiacque tra due stili: prima a figure nere a poi a cosiddette figure rosse – confine varcato proprio dal nostro Psìax, ha con sé un percorso affascinante, che valica duemilacinquecento anni: pensate, dall’atelier del greco al principe etrusco di Vulci, quello senza nome che l’ha custodito nella sua tomba, al principe Luciano, fratello minore di Napoleone, che l’ha recuperato un paio di secoli fa, per cederlo attraverso un religioso, al bresciano conte Paolo, ed ora in terra lombarda fa bella mostra di sé ammirato dagli occhi attoniti dei visitatori nel Civico Museo.

Ora andiamo per ordine, come amiamo fare; parleremo dei vari personaggi di questa storia davvero infinita, sia reali che mitici, ma tutti con qualcosa da raccontare. Intanto, escludiamo dagli interpreti di uno dei due lati dell’anfora i Dioscuri e i loro genitori, Leda e Tindaro: non vorremmo mancare di delicatezza con Era, già ripetutamente tradita dal marito Zeus, e tanto vale rimandarVi, cari Lettori, alla chicca precedente del Museo Jatta di Ruvo di Puglia, quella che parla degli Argonauti, per raccontare di chi erano veramente figli i Dioscuri. 

Iniziamo con un… Papa, che c’entra questo pontefice romano? Vedrete… 

PIO VII. Gregorio Luigi Barnaba Chiaramonti (come il predecessore Pio VI) di Cesena (1740, Roma 1823). Di famiglia nobile, era figlio del conte Scipione. Eletto papa il 14 marzo 1800, affrontò subito la crisi con la Francia, che sembrava risolta con il concordato firmato la notte tra il 15 e il 16 luglio 1801. Ma i rapporti con Napoleone precipitarono ulteriormente in seguito agli “Articoli” che ribadirono ancora una volta il disegno di subordinazione del Clero allo Stato, lo statuto del clero del Regno italico, fortemente voluta dall’imperatore. Poi, l’occupazione di Ancona (1805), l’assegnazione a Giuseppe Bonaparte del Regno di Napoli e spezzettature e creazioni di alcuni principati… Si arrivò così all’occupazione di Roma (1808) e all’annessione degli Stati Pontifici all’Impero francese (1809).

giu-17 piovii Jacques-Louis David 018 - Copia
Pio VII rispose scomunicando chi aveva agito con violenza contro la Santa Sede. La reazione di Napoleone fu immediata con l’arresto del pontefice, rinchiuso nel palazzo vescovile di Savona. Trasferito nel 1812 a Fontainebleu, malato, stanco e deluso, fu costretto a firmare un concordato (1813), subito sconfessato dopo appena due mesi.

La caduta dell’impero napoleonico, portò alla fine di ogni contrasto; tornato a Roma, 24  maggio 1814, si dedicò alla ricostruzione degli Stati Pontifici, restituitigli dal Congresso di Vienna e dei rapporti, dopo ratifica, del Piemonte, delle Due Sicilie e della Prussia;   con la Francia si tornava al concordato del 1801, per le terre a Luciano Bonaparte si parla oltre con il Principato di Canino.

LUCIANO BONAPARTE principe di Canino (Ajaccio 1775, Viterbo 1840). Fratello minore di Napoleone; dopo gli studi in Francia, nel 1789 tornò in Corsica, acceso rivoluzionario, ebbe la peggio e rapidamente riparò a Marsiglia, dove nel 1793 si sposò, rimanendo poi vedovo nel 1800. Membro dei Cinquecento, preparò il colpo di stato, e dalla sua posizione di Presidente dell’Assemblea, riuscì a salvare il fratello da sconfitta certa. Nonostante ciò, non riuscì mai ad evitare i contrasti di carattere con Napoleone e, seppur elevato a Ministro degli Interni (1799), fu allontanato come ambasciatore a Madrid (1800). Rimasto vedovo, tornò a Parigi apparentemente riconciliatosi con il fratello (1802) ed entrò a far parte del Tribunale; inutilmente, perché Napoleone non accettò il nuovo matrimonio (1803) di Luciano con la vedova di un agente di cambio: evidentemente avendo per lui ben altri progetti di “espansione” del Casato. 

giu-17 Fabre - Lucien Bonaparte - Copia
Luciano, ritiratosi a Roma, soggiornò anche a Canino, che, come detto, Pio VII abilmente elevò a principato per bilanciare il possedimento al rango del Bonaparte. Dopo anni movimentati, nei quali non mancò l’arresto da parte del comandante di una nave inglese, durante un viaggio verso gli Stati Uniti (1810) e anni di assoggettamento quasi da recluso, nel 1814 tornò a Roma e a Canino. Sembrò ancora una volta riconciliarsi con il fratello, ma erano questi tempi di tumulti e grandi eventi; con la fine di quell’Impero, voluto fortissimamente da Napoleone, che ora lo vedeva sgretolarsi tra le sue mani. 

Luciano, che scrisse in questo periodo le sue “Memorie”, non tralasciò mai, più di tanto, la sua passione per l’archeologia, interpretata in modo che potremmo definire moderno per quell’epoca, compatibilmente con le conoscenze e il rispetto verso le civiltà del passato. 
Ebbe undici figli, di cui nove dalla seconda moglie.

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CANINO. È bene ricordare qui il Feudo di origine etrusca, appartenuto alla Chiesa dall’XI secolo che, nel 1814, Pio VII, dopo il ritorno dall’esilio a Fontainebleu, diede con la località di Musignano, come principato a Luciano Bonaparte: astuta mossa a premiare il fratello di Napoleone, ormai in insanabile contrasto con l’Imperatore. Luciano prese dimora nel palazzo Farnese, ampliato e adattato alle sue necessità.

VULCI. È considerata a ragione una delle più famose città etrusche; nel Lazio, nell’odierna provincia di Viterbo. Sempre fiorente, si hanno notizie fin dall’età eneolitica. Identificata l’acropoli con ampi tratti della cinta muraria; importanti resti di un grande edificio templare, terme e una notevole stipe votiva. Interessante sul fiume Flora un ponte a tre arcate del I sec. a.C..

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Di notevole interesse sono le necropoli, ubicate in grandi estensioni con tombe di varie e tipologie. Purtroppo all’inizio del 1800 la zona fu oggetto di gravi spoliazioni e solo più tardi vi ebbero luogo sistematiche campagne di scavo. Il periodo che ci interessa: Luciano Bonaparte – Padre Maurizio da Brescia, può essere considerato pionieristico, ma con progressivo sincero interesse scientifico, sfociato in ulteriori studi che dall’ammirazione, sono passati al rispetto per i manufatti di indubbio valore artistico e storico.

Da visitare, anche se i materiali rinvenuti nelle tombe, rese famose dai suoi molti scopritori, abbondanti oreficerie, pitture parietali, stupendo vasellame, si trovano sparsi un po’ dovunque nei musei di tutto il mondo e in collezioni private.

PSÌAX. Come ormai chiaro, grande artista della pittura vascolare attica, attivo tra il 525 e il 500 circa a.C..
È una delle più notevoli personalità del periodo di transizione dalla tecnica a figure nere a quella a figure rosse.
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Sorprendente è la sua assoluta padronanza dei due sistemi, talvolta impiegati contemporaneamente nella resa su uno stesso vaso. Si segnala in modo particolare per la perfezione del disegno che cura nei particolari, sia nelle grandi opere vascolari che negli aryballoi e alabastroi. Guardate la maestria del senso di rotazione delle figure in pochissimo spazio nel particolare che Vi indichiamo: fantastico. All’anfora bresciana fa degna compagnia l’Idria a figure nere conservata nello Staatliche Museen di Berlino. 

ERACLE. Qualche cenno in “chiave chicca”; nell’anfora del pittore Psìax si racconta della lotta contro il leone Nemeo. La leggenda inizia da lontano: Eracle era figlio di Zeus e di Alcmena; dunque Era, moglie del capo dell’Olimpo, non poteva prendere bene il tradimento del marito e  decise di fare eliminare Eracle fin nella culla, ma la terribile forza del piccolo fece giustizia dei serpenti inviati ad ucciderlo. Parte da qui la fama di Eracle, che, chiestogli di liberare Tebe dai tributi vessatori, risolse così bene il compito che gli fu data in moglie Megara, figlia di Creonte, signore della città.

Ma Era, spietata, fece impazzire a tal punto il nostro eroe che questi uccise la moglie e i figli. La condanna per gli atroci delitti, per bocca dell’oracolo di Delfi, ma suggerita dall’implacabile Era, fu di prestare servizio per dodici anni presso il re di Tirinto (per alcuni a Micene) e di sottoporsi alle prove che egli avrebbe ordinato.
La prima delle dodici prove fu quella della del Leone di Nemea, appunto, la scena del famoso vaso. 

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MAURIZIO MALVESTITI. – Padre Maurizio da Brescia -, francescano (Verolanuova di Brescia 1778 – Brescia 1865). Precettore dal 1807 dei figli di Luciano Bonaparte, rimase nel viterbese al servizio del Principe di Canino fino al 1840; uomo di scienza oltre che di fede, lasciò un’opera in quattro volumi (1826 – 1829) sui suoi passati archeologici alle direttive di Luciano, nelle proficue campagne di scavo in modo particolare a Vulci e nelle sue necropoli: “Museo Etrusco di Luciano Bonaparte”. 

Successivamente tornato in patria fu Ministro provinciale del Lombardo-Veneto (1847), trattò con il maresciallo Heynau le condizioni per la resa di Brescia dopo le Dieci giornate (1849). Fu poi Definitore generale (1850), Commissario in Terrasanta su mandato di Napoleone III (1856). Come cronologo generale dell’Ordine fin dal 1837, iniziò una ponderosa “Chronologia historico legalis”, putroppo incompleta.
Fondamentali furono i suoi buoni uffici nell’acquisto della magnifica anfora attica vulcente da parte del conte Paolo Tosio.

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PAOLO TOSIO. Conte (Sorbara 1775 – Brescia 1842). Mecenate, grande studioso, raccoglitore di notevoli, magnifiche opere; non ebbe dubbi all’offerta del Principe di Canino, tramite il religioso Malvestiti. Dunque, da allora, per fortuna l’anfora vulcente è patrimonio bresciano, prima nel palazzo del Conte, poi, alla sua morte, affidata dalla moglie Paola alle collezioni cittadine, che annoverano altri pregevoli oggetti a rammentare questo notabile protagonista. Benemerito, sempre ricordato dai Bresciani.

ERCOLE E BRESCIA. Brescia, in antico Brixia, è una città bellissima, piena di cultura e storia, dai Galli del VI a. C., fino ai giorni nostri, con le Dieci Giornate che la videro protagonista e in seguito alle quali fu detta “la Leonessa d’Italia”. Comunque da visitare, anche prescindendo… dalla nostra chicca.

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In ogni caso vanno dette alcune cose che avvicinano fatalmente questa località al mito di Ercole; un grandissimo genio come il pittore Psìax e il suo Eracle; un sicuramente grande principe etrusco di Vulci; un famoso principe Bonaparte e attraverso il religioso bresciano Malvestiti, l’anfora attica arriva al conte Tosio ed ora campeggia stabile e salda nel Museo bresciano. Museo che merita certamente una giornata di soggiorno e se è possibile anche due, per bearsi di tutte le meraviglie esposte e capirne la potenza del messaggio altamente culturale che emana da queste vetrine. 

E sempre del magnifico capoluogo lombardo, che dire del mitico Ercole, del leggendario viaggio (mah!) dove poi fu edificata Brescia; del favoleggiato tempio al semidio: poi altro non è, studia studia, che il sontuoso Capitolium, dedicato, pensiamo, come prassi a Giove non l’Heroon, da sempre considerato luogo sacro per la (presunta) sepoltura di Ercole. In fondo, pressoché tutte le città latine hanno edificato un santuario ad Ercole, perché no a Brixia? 

Per fortuna la Scienza moderna, con la S maiuscola, non ha bisogno di simili attrattive: i miti, pure se affascinanti, dovrebbero restare al loro magico posto: secondo noi, poveri cronistorici, e ci perdoni chi non è d’accordo, Brescia deve la sua immortale grandezza a ben altre solide e fulgide basi; anche se è bene sondare e scavare luoghi edificati in antico per alloggiare un mito. 

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Lasci pure ad altri l’impinguamento delle fondazioni con miti e leggende, tipo, tra gli altri, il primo che ci viene in mente degli innumerevoli, sparsi per ogni dove, il favoleggiato Dardano che, come in identiche situazioni in giro per il Mediterraneo e l’Asia minore, usato e proposto per guadagnare qualche secolo in più che in ottica turistica fa sempre comodo. 

I Musei Civici di Brescia sono un magnifico e importante complesso culturale, ricco di memorie che vanno dalle antichità della Preistoria, fino ad abbracciare i reperti che oltre la civiltà romana, giungono fino a noi: indispensabili per ogni ricerca o studio del Territorio. 

RINGRAZIAMENTI. Fin dall’inizio, l’impressione è stata positiva: una solida Organizzazione fondata su compiti chiari, ci ha permesso di ottenere con rapidità e semplicità quanto era necessario per concludere questa nostra puntata. Il merito principale va alla Direttrice, Dottoressa Francesca Morandini, che ha creduto nel nostro lavoro e speriamo che non se ne sia pentita. Un sentito, affettuoso grazie a Lei e a tutti coloro che l’hanno coadiuvata. 

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DOVE SI TROVA. Il Museo di Santa Giulia si trova a Brescia in via Musei 81/b, tel. 030.2977833-834, sito web http://www.bresciamusei.com/santagiulia.asp .
 
CREDITI. Le immagini della zona musei e dell’anfora attica di Vulci sono una cortese concessione della Struttura Museale. Le altre sono una scelta redazionale, il disegno del titolo è di Sergio Murli.

CONCLUSIONI. È sempre più complicato e complesso arrivare in fondo, l’esperienza che stiamo maturando ci consente di capire più profondamente il pensiero dell’animo degli Antichi, che con deferenza cerchiamo di rispettare. Non ce ne vogliano i Padri se molto ci sfugge, ma in buona fede.
Un saluto e un ringraziamento per la pazienza e, sempre se Dio vorrà, arrivederci al prossimo luglio. 






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