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ARCHEOCHICCA (XLI) - IL FAMOSO CRATERE ATTICO

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IL VELLO D’ORO, GIASONE
GLI ARGONAUTI E TÀLOS

MUSEO NAZIONALE JATTA
RUVO DI PUGLIA, BARI

di Sergio Murli

Per il mese di maggio, tratteremo con la dovuta delicatezza e con il rispetto riguardoso e premuroso necessari, un oggetto che chiamare “chicca” è esiguo e limitante.

Stiamo parlando dello stupendo, magnifico, nonostante le lacune del retro, cratere attico che il Museo Nazionale Jatta ha la fortuna di possedere; è questo un monumento alla Storia dell’arte vascolare, capolavoro della ceramica attica a figure rosse, V sec. a. C., 420-400, senza uguali nel suo genere. Sì, perché ci rimanda ai favolosi miti classici, al Vello d’oro, cercato e trovato da Giasone e i suoi Argonauti; è un’occasione da non sprecare e parlare dunque di quelle favolose gesta, guidati anche dalle figure così bene illustrate e rese drammaticamente “vive” nella tragedia della vicenda, dal cosiddetto Pittore di Tàlos, dal nome di colui che è parte centrale della scena che si svolge sull’isola di Creta, episodio ricorrente nelle storie dei miti, con la prima parte del viaggio abbastanza agevole, culminante con il successo dell’impresa, ed ostacoli e contrattempi sulla via del ritorno.

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Davvero bello e affascinante, che è d’obbligo raccontare questo mito con tutti i particolari che merita: sappiamo bene che noi poveri “cronistorici” presto saremo superati dalle analisi degli Studiosi pronti, per fortuna, a svelarci altro… Descriveremo il viaggio degli Argonauti, cercando di non tralasciare anche ciò che apparentemente sembra marginale, ma che va doverosamente spiegato; anche per dare il giusto risalto a questo cratere, giunto fino a noi, con lo scopo precipuo di illustrarci la fine dolorosa di questo gigante, Tàlos, di bronzo, ma con la vita, il sangue, che scorreva attraverso un’unica vena, fluente dal collo fino ai talloni. 

Piccolo passo indietro, ecco come recita lo scritto che la Direttrice del Museo, la gentile Dottoressa Elena Silvana Saponaro, ci ha fatto giungere e che ringraziamo: 
“Il vaso più rappresentativo, divenuto nel tempo quasi il simbolo del Museo Nazionale Jatta e talvolta anche della città di Ruvo, è senza dubbio il cratere a volute attico della fine del V secolo a.C., opera del pittore detto di Tàlos, protagonista della scena rappresentata sul lato principale. Il vaso, ricostruito da molti frammenti, presenta oggi solo le parti originali, evidenziando gli elementi mancanti, soprattutto sul lato posteriore, con integrazioni in gesso del colore dell’argilla. Un complesso lavoro di restauro, eseguito nel 1993, lo ha liberato dalle integrazioni ottocentesche, che simulavano le scene figurate antiche. Il racconto per immagini si incentra su un episodio poco noto del mito degli Argonauti, la leggenda, richiamata anche da altri vasi del Museo, dei cinquanta eroi partiti dalla Grecia verso il mar Nero, alla conquista del celebre vello d’oro dell’ariete di Frisso.

L’episodio si svolge a Creta dove, sulla via del ritorno, gli Argonauti devono scampare a Tàlos, il gigante di bronzo donato da Zeus a Minosse, tenuto in vita da una sola vena che correva dal collo ai talloni. Viene rappresentato Tàlos, sorretto da Càstore a cavallo e da Pollùce, nel momento della morte procurata dal veleno della maga Medea. Il vaso può giustamente essere considerato uno dei capolavori della ceramica attica a figure rosse, per la composizione sapiente della scena e per la cura dei particolari, evidenti nella figura di Tàlos, sovraddipinto in bianco per indicarne il corpo metallico, come nelle figure di Càstore, Pollùce e Medea, le cui vesti riccamente decorate fanno da cornice al corpo del gigante. …

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(Vaso) “Ritrovato nel 1780 per opera involontaria (evidentemente del tutto casuale) del canonico don Antonio D' Ingeo. …
 
Tàlos armato faceva ogni giorno il giro di Creta e impediva agli stranieri di penetrarvi, ma anche agli abitanti di uscirne senza il permesso di Minosse. Le sue armi preferite erano pietre enormi, ch'egli proiettava a grande distanza. Ma gli "immigrati clandestini" dovevano temere ancora altri pericoli da parte di Tàlos, anche se riuscivano a sorpassare quel primo sbarramento. Quando li raggiungeva, Tàlos saltava nel fuoco, portava il suo corpo metallico all'incandescenza e, precipitandosi sui malcapitati, li stringeva e li bruciava.

Tàlos era invulnerabile in tutto il corpo fuorché nella parte bassa della gamba, dove si trovava una piccola vena, chiusa da un perno. Quando giunsero gli Argonauti, Medea riesce con i suoi incantesimi a lacerare questa vena e Tàlos muore. Un'altra versione narra che sia stato ucciso da uno degli Argonauti, Peante, il padre di Filottete, trafiggendo la vena con una freccia.”
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C’è chi parla, a proposito di Medea, di veleno; come vedete, le versioni dopo quasi tre millenni si intersecano e si confondono. 
È questo un cratere che ha avuto molta stampa, anche all’estero, perciò si può tranquillamente, volendolo, consultare le innumerevoli pubblicazioni sull’argomento. Noi cercheremo, umilmente, di occuparci del Mito, dipanando via via, nascita, cause ed effetti che nel nostro caso hanno portato ad una consistente produzione vascolare, in molti casi giunta fino a noi.

I personaggi e i luoghi di questa superba storia, sono innumerevoli, dunque all’opera con il racconto;  e speriamo di risultare chiari e convincenti. 

La vicenda. Come dicevamo, prologo, più atti ed epilogo; il tutto con personaggi che hanno superato e scavalcato i millenni.
Tutto inizia con Frisso. Eroe beota, figlio di Atamante. Stava per essere sacrificato a Zeus insieme con la sorella Elle, quando fu fatto fuggire dalla madre su un ariete dal vello d’oro. Mentre durante la fuga Elle cadde nel mare, chiamato poi per questo Ellesponto, Frisso raggiunse la Colchide, dove sacrificò l’ariete e ne pose il prezioso vello sotto la guardia di un drago.

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È il caso ora di passare al Vello d’Oro (dal latino vellus, lana tosata), la pelliccia dell’ariete che aveva trasportato Frisso nella Colchide, rimase custodita appesa a una quercia nel bosco sacro di Ares, finché non arrivarono gli Argonauti di Giasone e la portarono via…

Giasone (greco Jáson), in mitologia – non dimenticate che stiamo illustrando alcuni miti – per sommi capi, eroe tessalo, protagonista di uno dei più diffusi e conosciuti cicli epici; figlio del re Esone di Iolca, dopo un periodo di esilio sotto la protezione del centauro Chirone, tornò in patria e chiese la restituzione del trono paterno al fratellastro Pelia, che promise di farlo, ma pretese da Giasone il ritorno dalla Colchide del Vello d’Oro.  Questi accettò, pur sapendo che Pelia sperava nel fallimento dell’impresa che lo avrebbe portato dunque a morte. 

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Raccolti  numerosi amici e compagni di stirpe nobile, desiderosi di esaltanti avventure, e, fatta costruire una grande nave, la Argo, che la stessa dea Atena aveva reso prodigiosa, donandole una figura intagliata in un tronco di quercia che all’occorrenza emetteva oracoli, Giasone partì alla volta della Colchide. La spedizione ebbe il successo sperato ed è qui che la Storia, come in quasi tutti gli altri miti, è ricca di colpi di scena, con situazioni a volte favorevoli, con contrattempi inattesi, e altri momenti decisamente negativi che poi, per interventi divini, si risolvevano a favore dell’eroe.

Superati gli ostacoli, compreso quello che in particolare ci interessa, Tàlos, dalla natura bronzea, vinto con l’aiuto di Medea, innamorata senza remore del nostro eroe, da lei seguito in ogni peregrinazione; e qui facciamo una piccola considerazione, di questo mito si è parlato in ogni epoca, anche moderna, ma è nell’antichità che ogni popolo o stato ha desiderato che i suoi prodi fossero annoverati nell’equipaggio degli Argonauti.

Equipaggio che dunque è cresciuto nel tempo, fino a conseguire un numero incredibilmente esagerato di… partecipanti  e anche di luoghi toccati nel viaggio di ritorno; il numero sempre più altro è dovuto alla penna degli scrittori – e alle richieste dei munifici regnanti – interessati a che la nave raggiungesse porti e località di pura… propaganda politica e ospitasse genti improbabili, ma utili alle glorie umane del momento.

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Giasone non ebbe fortuna, sempre per ostacoli che resero questa avventura simile a molte altre. La sua fine, dopo tante peregrinazioni, lo portò, stanco e deluso, a Corinto, dove all’ombra della sua fedele Argo, fu colpito dalla scultura lignea dono di Atena, che così gli regalò la morte.

Troviamo stupendo questo finale con la dea che lo ha aiutato per la gloria ed ora ne conclude la vita nel modo più dignitoso. 
Le imprese di Giasone che tratteremo ancora, fino a interessarci di Tàlos e dunque fino al mirabile cratere della chicca, furono cantate da poeti e da innumerevoli artisti che crearono capolavori sparsi in tutto in mondo, a ricordare le sue avventurose gesta, pannelli e sarcofagi, vasi, bassorilievi e affreschi.

Argo e gli Argonauti. Continuiamo a parlare alla nave che trasportò gli Argonauti verso la fama; intanto, qualche rara volta si è accostata alla città greca di Argo (Argos) situata nel Peloponneso. Per i pochi che ancora avessero qualche timido dubbio, il nome della nave deriva dal sinonimo di rapidità e bianchezza luminosa; era stata costruita, come detto, con il favore di Atena che aveva fissato all’albero un pezzo di quercia profetica dal bosco di Dodona: città dell’Epiro, sede di un antichissimo santuario e oracolo preellenico, le cui divinità furono in seguito identificate dai Greci con Zeus, Naios, Afrodite e Dione.

mag-17 Dodona - Copia L’oracolo, certo il più antico della Grecia, ricorreva soprattutto come divinazione al rumore prodotto dal vento nelle querce sacre, in cui la voce di Zeus si univa allo stormire delle foglie. Questo santuario era considerato superiore dagli Ateniesi che lo preferivano a quello di Delfi; è dunque naturale che la vicenda del tronco che ci interessa sia stata ideata in questa località. Restano rovine non cospicue ma interessanti. 

Riprendiamo con gli Argonauti i leggendari Achei che in circa cinquanta si imbarcarono sulla Argo, guidato da Giasone e Tifi come pilota; salparono dal golfo di Pagase in Tessaglia, attraversarono il mar Egeo, facendo scalo a Lemno e a Samotracia e, attraverso gli Stretti, entrarono nel Ponto Eusino. Giunti alla Colchide, nella città di Ea, Giasone si impadronì del Vello.

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L’itinerario del viaggio di ritorno variò nella tradizione, a mano a mano che si allargavano le conoscenze geografiche; il numero e i nomi degli eroi partecipanti subirono mutamenti col tempo per l’ambizione degli Elleni, come detto in altra parte, così come crebbero via via, i vari episodi. 

Si originò, è chiaro, un vero e proprio ciclo epico, le Argonautiche, trattato da molti; in modo dettagliato, anche se frammentato, da Apollonio Rodio e, successivamente, ispiratore di Caio Valerio Flacco, tanto per fare nomi famosi.

Un caso a parte, secondo noi, è rappresentato dai Dioscuri, Castore e Polluce, dalla storia movimentata. Questi eroi dorici divinizzati presero parte a più spedizioni in varie parti del mondo antico, figli inizialmente, secondo la tradizione arcaica, di Leda e di Tindaro, ma in seguito per dar loro origine divina furono indicati come i figli di Zeus: ecco l’origine dell’epiteto Dioscuri, da Diós Kurós = figli di Zeus, che avrebbe sedotto Leda sotto le sembianze di cigno, oppure concepiti nella stessa notte Castore da Tindaro e Polluce da Zeus.

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Parteciparono, come detto, a più imprese e, sempre secondo noi, spesso semplici emanuensi, ebbero ruolo confuso nel Racconto degli Argonauti: con Tàlos o contro? Sembrerebbe dalle figure del famoso cratere attico che, nel momento dell’agonia del gigante, i Dioscuri lo sorreggano, per aiutarlo? Riteniamo che non sia nostro compito prendere posizione. 
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Avremmo concluso, con il solito condizionale che in certi casi è naturale: lo studio e l’analisi dei Miti, come della Storia, sono in perenne evoluzione e messaggeri di entusiasmanti scoperte. Ben vengano; anche noi nel nostro piccolo ne gioiremo.

Sempre in nome di quella Conoscenza, che è il motore del progresso. Fin dai tempi dei tempi, l’umanità è cresciuta, anche se in modo irregolare, paradossalmente sono serviti più i dissidi e i conflitti delle convivenze tra i popoli.
Meno male che da un po’ di secoli le scoperte e le invenzioni sono state restituite legittimante agli umani: non è più permesso a dei e a semidei di appropriarsi di ogni geniale esperienza; ciò ha consentito a normali Uomini di prendere fiducia in se stessi, sempre più sicuri nella via della cognizione.

Ringraziamenti. Innanzitutto in assoluto gran parte delle notizie riguardanti il sontuoso cratere sono dovute alla sensibilità della Direttrice, Dottoressa Elena Silvana Saponaro. Le saremo sempre grati, auspicando una fattiva collaborazione per il futuro, che, bontà sua, ha subito compreso il valore del nostro piccolo sforzo, coinvolgendo la Dottoressa Carla Bagnulo, che di buon grado ha completato l’opera con l’invio di foto e alcune tracce di testo.

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Crediti. Le illustrazioni del cratere di Tàlos e le immagini sono state fornite del Museo Nazionale Jatta, le altre foto sono una scelta redazionale. Le monete stanno a dimostrare la differenza di stile dello stesso soggetto a distanza di tre secoli: la prima è magnogreca, la seconda è un denario repubblicano di ri Roma. Il disegno del titolo è una libera interpretazione di Sergio Murli della Argo da un francobollo ellenico da 5 dracme.

Dove si trova. Il Museo Nazionale Jatta si trova a Piazza Bovio, 35, Ruvo di Puglia (BA), Telefono:080 361 1042, sito web www.palazzojatta.org /

Conclusioni. Avevamo programmato per questo mese tutt’altro argomento di altra zona, anche se erano accomunate dallo stesso Adriatico: ma la “flemmatica lentezza” di quella istituzione museale, è servita soltanto a farci perdere, inutilmente, tre settimane che per fortuna sono state ampiamente ripagate da questo spettacolare soggetto; tutto il male non viene per… Bene così, al prossimo mese. Con la speranza di trovare Funzionari aperti e ben disposti. 

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